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Trump annuncia il ritiro delle truppe Usa dalla Siria: ora Erdogan può attaccare i curdi

Di Benedetta Argentieri
Pubblicato il 19 Dic. 2018 alle 18:21 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 02:40
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Immagine di copertina
Photo by Murat CETINMUHURDAR / TURKISH PRESIDENTIAL PRESS SERVICE / AFP

Una doccia gelata. Ma non una sorpresa, perché l’ultima mossa di Donald Trump in Siria se l’aspettavano un po’ tutti. La Casa Bianca ha infatti annunciato di voler richiamare i circa 2mila soldati di stanza nel nordest del Paese, aerea sotto il controllo dei curdi, denominata anche Rojava – Kurdistan occidentale.

Il comunicato dell’amministrazione americana arriva pochi giorni dopo la dichiarazione del presidente turco Erdogan che a sua volta annunciava una nuova incursione in Siria.

Unico obiettivo: combattere i curdi, distruggere il confederalismo democratico in tutta l’area, e scatenare le milizie islamiche che di fatto erano state sconfitte dai curdi. Un’operazione, quella turca, che non sarebbe possibile se sul territorio fossero presenti soldati americani, visto che le due potenze sono entrambe membri NATO.

In realtà sul ritiro i militari USA si erano detti molto scettici. Il segretario alla Difesa Mattis aveva invitato alla cautela, visto che non si può dire che l’ISIS sia stato completamente sconfitto. E memore di quello che è successo in Iraq dopo il ritiro delle truppe nel 2011, non vorrebbe ripetere, l’errore visto che la situazione in Siria è tutt’altro che stabile.

Ad oggi i curdi, sotto l’ombrello delle Forze Democratiche Siriane (SDF), controllano circa il 30% della Siria. Il PYD (partito democratico curdo), forza politica che controlla la parte militare, si era detto disponibile ad iniziare dei negoziati con Damasco per trovare una situazione diplomatica e creare una Siria federale.

Tutta l’area è amministrata con il confederalismo democratico, in cui minoranze e donne hanno gli stessi diritti.

Una novità e cambio di passo rispetto alla Siria degli Assad che controllava il Paese con un regime estremamente autoritario e che non ha mai dato diritti alla popolazione curda. E cosí quando nel 2011 è scoppiata la rivolta, i curdi hanno colto la palla al balzo e hanno formato delle milizie popolari per difendere i civili.

Ma è con la battaglia di Kobane, nel 2014, che i curdi vengono riconosciuti dalla comunità internazionale. E soprattutto dall’allora presidente Barack Obama che decide di mandare i caccia in supporto delle truppe curde che hanno combattuto per mesi letteralmente casa per casa, con delle perdite enormi.

La battaglia di Kobane è poi diventata un simbolo per i media, ma soprattutto una garanzia sull’efficenza militare delle truppe YPG e YPJ – le milizie di uomini e donne curde.

Da quel momento nasce una stretta collaborazione che però è andata a minare i rapporti di Washington con Ankara. Infatti le tensioni sono aumentate, perché la Turchia ha sempre sostenuto le milizie islamiche e in molti hanno documentato lo stretto rapporto con ISIS.

Mentre Barack Obama ha sempre cercato di non irritare troppo l’alleato turco che vedeva con fumo negli occhi la formazione di un territorio autogestito da curdi, tra le prime mosse di Trump da presidente è stata quella di aumentare il supporto ai curdi, e incrementare il numero delle truppe in Siria.

Negli ultimi due anni la presenza Americana è arrivata a contare oltre 2mila soldati che hanno addestrato e aiutato le Forze Democratiche Siriane – che include forze arabe e curde – a sconfiggere lo Stato Islamico per riprendersi città chiave come Tabqa e Manbij e istituire delle base americane nella zona che, secondo il Pentagono, sarebbero servite come deterrente per i Russi e gli Iraniani che supportano militarmente il regime dal 2014.

In realtà anche da prima, ma nel 2014 c’è stato un incremento consistente di truffe di Russia e Iran, preoccupate dal fatto che Assad potesse perdere totalmente il controllo del Paese.

Negli ultimi due anni le SDF hanno avuto solo successi. Hanno ripreso tutti i punti nevralgici della Siria da ISIS e sono arrivati dove il regime non sarebbe mai riuscito: Raqqa. La capitale dello Stato Islamico è caduta lo scorso anno. La battaglia è stata guidata da Rojda Felat, comandante donna. Ma da quel momento, novembre 2017, gli equilibri sono cambiati.

La Casa Bianca aveva fretta di chiudere l’incursione siriana, anche se John Bolton, il nuovo consigliere sulla sicurezza, ha sempre avuto come obiettivo l’Iran, e quindi le basi in Rojava sarebbero state un punto strategico per un possibile conflitto.

Il Pentagono ha sempre cercato di frenare, mantenendo una posizione molto chiara: ISIS non è stato sconfitto quindi è necessario rimanere.

Erdogan, però, non ha mai nascosto la sua posizione sui curdi siriani: hanno sempre goduto di buona stampa ma, secondo lui, “sono tutti terroristi”.

La realtà è che Ankara ha sempre vissuto molto male i successi di Rojava, e dal loro punto di vista questo progetto politico doveva essere contrastato a qualsiasi costo per non avere una possibile emulazione nell’Est della Turchia – anche questo territorio a maggioranza curda che dal 1978 chiede più diritti.

A gennaio l’operazione “ramoscello di ulivo” ha portato all’invasione di Afrin, nel nord ovest della Siria (sopra Aleppo), il terzo cantone di Rojava. Afrin è stata risparmiata dalla guerra per anni, e grazie allo YPG e lo YPJ che hanno difeso il territorio, l’area ha accolto circa due milioni di profughi.

Ma Afrin è capitolata in pochi giorni, e le milizie islamiche e i soldati turchi hanno compiuto decine di violazioni dei diritti umani.

Ora Erdogan vorrebbe entrare a Rojava, distruggere quello che è stato costruito fino ad ora. Ma una presenza americana glielo impedisce. Negli ultimi giorni consiglieri della Difesa americana hanno lavorato per una soluzione diplomatica, ben sapendo che un ritiro avrebbe un effetto domino sull’area e sarebbe una pugnalata alle spalle dei loro alleati.

Ma Donald Trump ha delle idee molto diverse. E sembra che Erdogan sia riuscito a convincerlo di lasciare Rojava. Alcuni commentatori credono che questa mossa sia in realtà per distogliere l’attenzione pubblica dalle decine di indagini che lo riguardano, e dalla vicenda di Micheal Cohen (avvocato privato del presidente) e dell’ex consigliere per la sicurezza Micheal Flynn, ieri in tribunale.

Se il piano verrà confermato, cosa che sembra molto probabile, la guerra ricomincerà, a meno che il regime siriano riesca a mediare la situazione e il PYD accetti molti compromessi. “Ora abbiamo un nemico in comune (ISIS ndr), ma non ci illudiamo: gli Americani se ne andranno e noi rimarremo soli contro i Turchi” mi aveva spiegato Nisrin Abdullah, comandante YPJ, nel 2017 in Siria. La donna, 35 anni, non ha mai avuto dubbi: “La nostra guerra non finirà con ISIS”. Un nuovo nemico è alle porte.

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