Quota di iscrizione, Paesi invitati, statuto: tutto quello che c’è da sapere sul “Board” della pace con cui Trump vuole “sostituire” l’Onu
Dal piano per Gaza a una nuova architettura mondiale: l’organismo guidato praticamente a vita e con diritto di veto dal magnate prevede inviti selettivi e tasse d’accesso miliardarie e ha già scatenato le prime tensioni diplomatiche. Ma tra gli invitati figura anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e i leader di Russia e Cina, Vladimir Putin e Xi Jinping
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump vuole creare un “Board” per la pace che lavori alla risoluzione dei conflitti in tutto il mondo, una sorta di Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) alternativa a inviti, persino dietro pagamento.
La proposta era stata annunciata per la prima volta dalla Casa bianca nell’ambito del piano di tregua tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza. La fase 2 dell’iniziativa prevedeva infatti l’affidamento del governo del territorio costiero “a un comitato apolitico di tecnocrati palestinesi affiancati da esperti internazionali, responsabile della gestione quotidiana dei servizi pubblici e municipali, sotto la supervisione” di un “Board per la pace” presieduto da Donald Trump e da altri leader e capi di Stato e di governo stranieri, che avrebbe gestito “i finanziamenti della ricostruzione fino alla completa riforma dell’Autorità Nazionale palestinese (Anp)”. Ma l’iniziativa non si limita a Gaza.
Un presidente per sempre?
Ovviamente il posto d’onore spetta al magnate newyorkese: Donald Trump infatti sarà il “primo presidente del Board per la Pace”. L’attuale inquilino della Casa bianca, secondo una bozza dello statuto del nuovo organismo trapelata ieri attraverso l’agenzia di stampa Afp, presiederà l’organismo personalmente, il che significa che tale carica sarà slegata dal suo ruolo di presidente degli Stati Uniti. In caso di mancata rielezione dunque Trump continuerebbe a governare il suo “Board per la pace”.
A lui poi spettano ampi poteri: è l’unico infatti autorizzato a “invitare” altri capi di Stato e di governo a unirsi all’iniziativa e ha anche la facoltà di revocarne la partecipazione, salvo in caso di “veto da parte di una maggioranza di due terzi degli Stati membri”. Quest’ultima disposizione ne fa quindi una sorta di presidenza a vita. Non solo: egli potrà essere sostituito soltanto in caso di “dimissioni volontarie” o di non meglio definite “incapacità” determinate all’unanimità dal “Consiglio esecutivo” dell’organizzazione, nominato però a sua discrezione. Inoltre, nel suo ruolo, Trump potrà “nominare un successore” in “qualsiasi momento”.
Malgrado le decisioni debbano essere prese dalla “maggioranza degli Stati membri”, ciascuno con “un solo voto”, queste ultime però saranno anche “soggette all’approvazione del presidente”, assicurando di fatto il diritto di veto al magnate, che controllerà anche l’agenda del “Board”.
Il Consiglio esecutivo di nomina presidenziale
Tra i membri “permanenti” del Consiglio esecutivo nominati da Trump figurano già il segretario di Stato Usa Marco Rubio; gli inviati statunitensi in Medio Oriente Steve Witkoff e Jared Kushner (genero del presidente); il viceconsigliere per la Sicurezza nazionale americano Robert Gabriel; l’ex premier britannico Tony Blair; il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan; il direttore dell’intelligence egiziana Hassan Rashad; l’a.d. della banca Apollo Management Marc Rowan; la ministra della Cooperazione internazionale degli Emirati Arabi Uniti Reem Al-Hashimy; l’imprenditore israelo-cipriota Yakir Gabay; e il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga.
A questi andranno ad aggiungersi, come Alto Rappresentante per Gaza, l’ex ministro della Difesa bulgaro Nickolay Mladenov; e in qualità di consiglieri l’ex advisor dell’ambasciata Usa in Israele nonché attuale direttore dell’Abraham Accord Peace Institute Aryeh Lightstone e il commissario della Federal Acquisition Service commission statunitense Josh Gruenbaum.
Quali Paesi partecipano?
Ma durante lo scorso fine settimana i governi di diversi Stati, tra cui anche Italia, Francia, Germania, Canada, Russia e Cina, hanno iniziato a confermare pubblicamente di aver ricevuto inviti a “unirsi alla composizione del “Board” della pace di Trump. Tra i leader coinvolti figurano anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che durante il suo viaggio a Seul, in Corea del Sud, si è detta disponibile. “Penso che l’Italia possa giocare un ruolo di primo piano nella costruzione del piano di pace e quindi siamo pronti a fare la nostra parte”, ha detto la premier. “Del resto, mi pare che siamo un attore molto attivo nella regione, in buoni rapporti con tutti gli altri attori regionali, e quindi siamo contenti e faremo del nostro meglio per dare il nostro contributo, che pensiamo possa fare la differenza”.
Ma l’appello è arrivato anche ai presidenti di Turchia, Argentina, Egitto, Brasile e Paraguay, Recep Tayyip Erdogan, Javier Milei, Abdel Fattah al-Sisi, Lula da Silva, Santiago Peña; e ai premier di Canada, Israele, Ungheria, Albania, Grecia, Slovenia, Polonia e India, Mark Carney, Benjamin Netanyahu, Viktor Orbán, Edi Rama, Kyriakos Mitsotakis, Robert Golob, Donald Tusk, Narendra Modi; oltre che al re di Giordania, Abdullah II; e alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. La lista però non si limita solo agli alleati degli Stati Uniti, visto che comprende anche i presidenti di Russia e Cina, Vladimir Putin e Xi Jinping.
Prime tensioni
Questi però sono solo alcuni dei nomi coinvolti, anche perché la Casa bianca non ha pubblicato l’elenco completo dei Paesi invitati. Le poche conferme infatti hanno già causato diversi problemi diplomatici. La possibile presenza di Putin, in primis, ha creato non poche tensioni in Europa. Come dichiarato ieri sera dal ministro degli Esteri francese Jean-Noel Barrot, in questa fase Parigi “non può rispondere” all’appello di Trump mentre il governo della Germania ha espresso la necessità di “coordinarsi” con i suoi partner. Un rifiuto da parte della Francia che il presidente Usa ha accolto ieri sera con l’ulteriore minaccia di imporre dazi del 200% su vini e champagne d’Oltralpe.
Ma anche la possibilità di coinvolgere Erdogan e Netanyahu, visto lo stato delle relazioni tra Turchia e Israele non depone a favore del successo dell’iniziativa. Ad oggi comunque soltanto un Paese è andato oltre le dichiarazioni di una generica disponibilità a “fare la propria parte”, come dichiarato dalla nostra premier. Si tratta infatti del Marocco, il cui re Muhammad VI ha fatto sapere di voler entrare a far parte del “Board” della pace in qualità di “membro fondatore”.
Quota di iscrizione, durata del mandato e missione
La partecipazione però non è sempre gratuita. Un seggio permanente all’interno del “Board”, secondo la bozza dello statuto, prevede una quota di iscrizione di un miliardo di dollari, anche se non è ancora chiaro a chi questa somma debba essere versata, se agli Usa o all’organismo stesso. “Ciascuno Stato membro ha un mandato della durata massima di tre anni a decorrere dall’entrata in vigore della presente Carta, rinnovabile dal Presidente. Tale mandato triennale non si applica agli Stati membri che versano più di un miliardo di dollari in contanti al Consiglio per la Pace durante il primo anno successivo all’entrata in vigore della Carta”, si legge nel documento, che in merito non fornisce ulteriori dettagli. Quest’ultima ipotesi però è stata avversata dall’ex premier britannico Tony Blair in un’intervista Bloomberg, in cui il politico ha segnalato il timore che una quota d’accesso possa allontanare i Paesi interessati.
Ma la bozza di otto pagine va ben oltre il biglietto di ingresso per i partecipanti. Il mandato previsto per il nuovo organismo voluto da Trump infatti mira a farne una vera e propria alternativa alle Nazioni Unite. “Il Consiglio per la Pace è un’organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti”, si legge nel preambolo del testo inviato agli Stati “invitati” a partecipare. Non solo: con un chiaro riferimento all’Onu, il documento critica “approcci e istituzioni che hanno troppo spesso fallito” in questa missione e chiede ai partecipanti “il coraggio” di “distaccarsene”, sottolineando “la necessità di un’organizzazione internazionale per la pace più agile ed efficace”. Sottinteso: delle Nazioni Unite. L’ultima incognita riguarda l’entrata in funzione del nuovo organismo. Secondo la bozza del suo statuto infatti, questa dovrebbe “entrare in vigore” solo quando “tre Stati” l’avranno firmata. Non è chiaro però se questo includa gli Usa.