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Attraversare il Nepal per una bottiglia di whisky

Il viaggio di una giornalista del New York Times nelle montagne del Nepal, per incontrare tra i superstiti del terremoto la madre della babysitter di sua figlia

Di Ellen Barry
Pubblicato il 3 Giu. 2015 alle 10:42 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 12:37
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Immagine di copertina

A volte ciò che conta di più quando si parte per scrivere un reportage non é tanto il reportage in sé. É stato così due sabati fa, quando mi sono ritrovata a scalare una montagna del Nepal per portare una bottiglia di whisky a una donna di ottant’anni.

Il giorno dopo il terremoto stavo correndo all’aeroporto per prendere un volo per il Nepal, nel consueto stato di trance di chi parte alla ricerca della notizia dell’ultimo minuto, quando scoprii che quella tragedia aveva colpito qualcuno che conoscevo. La baby sitter di mia figlia, Beena Lama, che vive con noi a New Dehli, aveva appena appreso della morte di suo padre, schiacciato dal peso delle macerie.

La notizia mi sconvolse: avevo passato l’intera giornata precedente a raccogliere delle testimonianze terrificanti, ma di persone che mi erano del tutto sconosciute.

La madre di Beena, Japa Tamang, vive in un capannone situato lungo le colline, un tempo utilizzato come deposito per il grano. Mio marito mi aveva proposto di offrirle un passaggio fino a Kathmandu e un biglietto aereo per Dehli, e l’idea mi allettava. Ma quando glielo proposi, mi rispose “no, grazie”. Aveva un’unica richiesta: potevo portarle una bottiglia di whisky?

Avrei accettato se avessi immaginato che si trattava di un viaggio lungo 14 ore? Difficile dirlo. Man mano che il nostro viaggio proseguiva, l’impressione era quella di attraversare livelli sempre più profondi di sofferenza.

Nella città di Dhap, numerose carcasse di animali erano intrappolate negli edifici crollati, emanando un odore talmente forte che i suoi abitanti giravano per strada con dei fazzoletti premuti contro le bocche, per sfuggire a quell’aria in putrefazione.

È qui che vidi, per la prima volta in Nepal, qualcosa che si avvicinava alla disperazione. Mentre attraversavamo la città di Dhap, notai una donna seduta ai piedi di una collina, circondata dal nulla, come se parte di lei avesse già abbandonato questa terra.

Il tempo di arrivare al villaggio, la mia destinazione finale, e capii. Erano tutti soli laggiù, e lo erano da tempo. Sono passati circa sette anni da quando la strada che conduce al villaggio é stata aperta ai veicoli. Prima di allora, se gli abitanti avevano bisogno di acquistare qualcosa in città, dovevano camminare, a volte 14 ore, per arrivare a Kathmandu.

Quando domandai a uno di loro quali aiuti avessero ricevuto dal giorno del terremoto, lui rimase per un attimo in silenzio, riflettendo, e alla fine disse che al villaggio erano stati inviati solo cinque chili di riso.

Trovai la signora Tamang seduta su un mucchio di pietre: magra e con la schiena ricurva, aveva perso la maggior parte dei denti. Le chiesi altre tre volte se voleva venire a Dehli con me, e per tre volte rifiutò la mia offerta. Tutti quanti sapevano che la situazione in Nepal stava per peggiorare. Con l’arrivo dei monsoni, la strada sarebbe diventata troppo pericolosa per essere percorsa dai veicoli. E nessuno, tuttora, sa per quanto ancora il cibo potrà essere fornito.

“Dovrò morire nel luogo dove mio marito é morto” mi disse, ringraziandomi per il whisky. Quando le feci notare quanto fosse testarda, lei lo confermò, compiaciuta.
Tornammo dunque a casa – senza la signora Tamang e senza il whisky.

Il viaggio di ritorno non fu più semplice: la strada era immersa nel buio. Così buio che a un certo punto, ci avvertì l’autista, non ci eravamo accorti del profilo scintillante di una tigre. Nonostante tutto, però, stavo portando qualcosa con me, anche se si trattava solo di una foto di Japa Tamang. Mi sentivo inspiegabilmente più  leggera.

L’articolo é stato pubblicato originariamente qui.

Traduzione parziale a cura di Jessica Cimino.

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