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Home » Esteri

Viaggio a Suwałki: “Il posto più pericoloso del mondo”. Il reportage di TPI

Immagine di copertina
La piazza principale della città di Suwałki Maria Konopnicka affollata di genitori e bambini che, tranquilli, giocano con le fontane

È una striscia che separa Nato e Russia. L’ultimo avamposto di Mosca armato fino ai denti nel cuore dell’Ue. Con la guerra in Ucraina l’exclave di Kaliningrad è diventata una polveriera. E può esplodere da un momento all’altro

«A morire di cancro o per mano di un russo, sempre di morte si parla. E quindi, se i russi dovessero attaccare, tanto vale impugnare il fucile e morire provando ad ucciderli». Parola di Andrej Kujsza, sessantacinquenne, polacco e a capo dell’associazione di pescatori più grande della città di Giżycko, a poco più di 100 chilometri dal corridoio di Suwałki, il tratto di confine polacco-lituano stretto tra l’exclave russa di Kaliningrad e la Bielorussia, che prende il nome dalla cittadina polacca poco distante, meglio conosciuto come “il posto più pericoloso del mondo”. Nelle sue parole un profondo senso di patriottismo, di ansioso antagonismo verso Mosca per aver prima invaso lo stato sovrano dell’Ucraina, destabilizzando una nazione già in difficoltà nel suo processo di indipendenza economico-politico, e poi minacciato di iniziare la terza guerra mondiale nel punto strategicamente più debole della NATO.

Perché a Suwałki si può scatenare la terza guerra mondiale?

Da quando la Lituania ha annunciato che avrebbe vietato il transito di merci come acciaio e minerali di ferro dalla Russia all’ exclave venendo meno agli accordi del 2004 per via delle sanzioni europee che vietano l’importazione di alcuni beni dalla Russia, Vilnius è stata accusata di bloccare i rifornimenti verso Kaliningrad. Così, proprio per la sua posizione a meno di 30 km dal confine, sulla cittadina polacca di circa settantamila abitanti, si sono concentrati gli occhi ubiqui della geopolitica. Ma Suwałki è un posto «tranquillo e pieno di turisti», assicura una guida locale, nonostante il corridoio a cui dà il nome, unica via d’accesso via terra dei tre paesi baltici all’Europa, sia spesso tra i pensieri di Russia e Occidente.

Una mamma e suo figlio passano di fronte al murales di Lechosław Marshal nella città di Suwałki raffigurante Reksio, un personaggio famoso nell’animazione polacca per bambini

Sarebbe plausibile, infatti, che se i russi decidessero di attaccare, lo farebbero proprio in quel corridoio largo circa 65 km, la cui presa permetterebbe alla Russia di isolare Lituania, Lettonia e Estonia dal resto dell’Ue e dai membri NATO e di collegare la Bielorussia a Kaliningrad. Ciò potrebbe dare avvio ad una guerra aperta con la NATO, una “terza guerra mondiale”, che dovrebbe a quel punto decidere se applicare l’articolo 5 che chiamerebbe alle armi l’intera alleanza atlantica o meno. «Sicuramente ci sarebbero gli estremi per farlo ma bisognerebbe vedere se Washington sarebbe disposta a fare la guerra per liberare quel corridoio» dice Federico Petroni, analista geopolitico italiano in merito alla questione.

Probabilmente lo scenario aprirebbe anche una tensione interna alla NATO con gli americani che potrebbero essere restii ad intervenire, «anche se non significa che non reagirebbero»sottolinea Petroni. Tuttavia, secondo molti analisti non ci sono elementi a sufficienza per giustificare lo scoppio di una tale guerra, vista l’assenza di un reale blocco dei rifornimenti a Kaliningrad. La Russia, infatti, può rifornire l’exclave via mare o per via aerea, evitando il passaggio dalla Lituania.

Cosa dicono gli esperti

Il termine “blocco”, non piace neanche a Paolo Bergamaschi. Secondo l’ex funzionario alla Commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo, che lo ritiene troppo «pesante» per descrivere un «semplice embargo commerciale via terra» al transito libero per l’approvvigionamento di Kaliningrad, attraverso la Lituania. Nient’altro che il risultato pratico dell’applicazione delle sanzioni imposte dall’Ue alla Russia che riguarda soltanto l% della merce che transita nel corridoio. Una percentuale estremamente ridotta anche solo per poterla considerare rilevante, ma Bergamaschi è convinto della capacità del Cremlino di poter «supplire» a tale screzio.

Secondo l’ex funzionario UE, c’è poi un ulteriore “fattore di fastidio” per Putin, rappresentato dalla presenza agli esteri di Gabrielius Landsbergis, ex europarlamentare che, insieme al nonno Vytautas Landsbergis, primo presidente della Lituania e fondatore del partito del Fronte di Salvezza Nazionale che ha portato all’indipendenza del paese baltico, è da sempre stato considerato «un falco» a Bruxelles, uno dei «leader più oltranzisti» nell’ambito delle relazioni dell’UE con la Russia. «Non gli pare vero a Landsbergis di poter fare l’ennesimo sgarbo ai russi», aggiunge. Una sorta di conto aperto tra Landsbergis junior e Putin, che però «non porterà alla miccia della terza guerra mondiale»; o meglio, l’applicazione puntigliosa delle sanzioni da parte della Lituania è talmente «limitata» da non poterlo trasformare in un detonatore mondiale.

Per Vilnius, infatti, «è stata la decisione più ovvia, oltre che preparata da mesi, visto che le sanzioni hanno un impatto anche su questo tipo di transiti» conferma Linas Kojala, direttore dell’ Eastern Europe Studies Centre, think-tank lituano dedicato agli affari esteri, raggiunto al telefono. Ma ci si aspettava una reazione dura da parte della Russia, “e non poteva essere altrimenti”. Una visione confermata anche dall’analista Petroni che sintetizza: «Devono succedere molte cose prima che scoppi una guerra». Anche se quella della sospensione del transito di alcuni beni è un’applicazione «rigida» delle decisioni europee e, secondo Petroni, costituisce in sé una provocazione in quanto «alimenta i timori russi che si stia cercando di accerchiare Kaliningrad, con il fine di allentare il loro controllo sul territorio». Ma, sottolinea, «questo non basta a scatenare una guerra mondiale».

Anche per Ben Hodges, ex ufficiale che ha servito come comandante generale delle forze americane in Europa per oltre cinque anni e ora a capo del Center for European Policy Analysis per gli studi sulla garanzia di un’ alleanza transatlantica duratura, la Russia è così impegnata ed esausta in Ucraina che «non rischierà una seconda guerra», quella con la NATO, che potrebbe trasformare la «fossa» in cui Putin si è tirato da solo in «una voragine ancora più profonda». Se è pur vero che il corridoio di Suwalki viene considerato il “tallone d’Achille” della NATO, attaccarlo in questo preciso momento storico avrebbe «più ripercussioni per gli ex sovietici che per la formazione atlantista»: secondo Hodges, infatti, la NATO ha già aumentato la sua presenza militare e le basi permanenti nei paesi alleati, raddoppiando il suo sforzo di difesa dei confini.

Uno sforzo non ancora ritenuto sufficiente, però, da Kojala, che sottolinea la necessità di cominciare ad agire adesso con una maggiore distribuzione delle forze nella zona, riponendo le sue speranze nel Summit NATO di Madrid. «Anche se un attacco militare non è quello che ci si aspetta al momento, non vuol dire infatti che non possa accadere nel futuro più prossimo» spiega. Per questo, l’impostazione militare della NATO nella zona risalente a dopo l’annessione russa della Crimea del 2014, va rivista. Senza contare altri tipi di provocazione, più probabili e di minore entità, a cui i russi potrebbero ricorrere «per testare l’articolo 5» dice Kojala, come l’invasione degli spazi aerei dei paesi baltici, il raggruppamento di truppe ai confini, fino a possibili campagne di disinformazione e attacchi hacker.  Lì, però, sarà la NATO a scegliere se fare il gioco delle tre scimmie o scatenare “l’inferno di Suwałki”.

Tra realtà e ipotesi: mancano i rifugi antiaerei, ma non la paura di combattere

La percezione della popolazione locale, però, si scontra con l’unanime esclusione degli analisti  di un attacco militare russo. Lo dimostrava già il documentario “Waiting For Invasion”, realizzato nel 2016 dalla regista Neringa Medutyte, che racconta della decisione di tanti giovani lituani di arruolarsi volontariamente dopo l’annessione della Crimea, anche prima della reintroduzione dell’obbligo militare nello stato baltico nel 2015. Ma ad oggi la contrapposizione tra dimensione analitica e popolare, con la paura concreta di un attacco missilistico da parte del Cremlino, viene ribadita da Andrej: il suo rifugio non è ufficialmente registrato ma ancora resiste al tempo «e speriamo anche alle bombe». Il tetto, costruito durante la Seconda guerra mondiale, è di origine tedesca, quando proprio i nazisti si difendevano da possibili attacchi aerei degli alleati

Nella città di Giżycko ci sono in totale 11 rifugi, tutti costruiti dai tedeschi tra il 1939 ed il 1941. Le loro condizioni però, secondo il presidente della ONG locale, Paweł Andruszkiewicz, «sono pessime»: se da una parte le passate gestioni comunali hanno portato alla luce quattro di questi rifugi, ancora con sistema di ventilazione in discreto stato, dall’altra Paweł è deluso dalla mancata implementazione di una governance locale che ripristini queste costruzioni «totalmente alla deriva» o «pianifichi una loro ristrutturazione». Alcuni vengono abbandonati a loro stessi; altri, dopo il ritrovamento, sotterrati; altri ancora, comprati da soggetti privati e adibiti a ristoranti o bar. Ma non a rifugi moderni.

A sostenere la sua tesi è Daniel Domoradzki, anche lui a capo di un’altra ONG locale, affiliata a quella di Paweł. «Quando è scoppiata la guerra in Ucraina, abbiamo immediatamente chiesto alle autorità locali se ci fossero rifugi per le persone della zona». La risposta? “Si, ma inutilizzabili”. «Ci siamo addirittura rivolti a parlamentari su questo tema», ribadisce Daniel ma, nonostante l’attuale governo polacco abbia riferito di aver iniziato i lavori per una nuova legge sulla protezione civile, «non riserviamo molte speranze che qualcosa cambi in positivo».

Il problema della mancanza di rifugi è molto discusso in città, tanto da raggiungere le orecchie dei cittadini attraverso il podcast settimanale “Reporters Magazine” della radio locale Melo Radio. A condurre è Agata Kropiewnicka, reporter specializzata in costruzione di audio-inchieste su tematiche sociali, politiche ed economiche locali. «Ho deciso di fare questo podcast per dare adito ad un bisogno sempre maggiore dei cittadini», spiega la podcaster. Per questo è nato Reporters Magazine: «per far capire all’amministrazione locale che l’attacco russo non è utopia, ma una drammatica ipotesi». In una delle ultime puntate, Agata ha intervistato Bogdan Makowski, storico in pensione, il quale ha ribadito l’importanza della ristrutturazione dei rifugi cittadini: «I rifugi della città hanno tunnel tortuosi che però sono necessari perché, quando una bomba arriva, molte persone sopravvivono».

Ex militare e storico, esperto di rifugi, è anche Jan Sekta che lavora alla biblioteca comunale della città. «Parlando russo e avendo vissuto per un periodo a Kaliningrad, so quanto possiamo rappresentare un target in caso di attacco aereo», riferisce. I rifugi che sono stati riportati alla luce, vicino all’edificio municipale, alla scuola pubblica e alla posta, «hanno bisogno di estrema ristrutturazione perché cadono a pezzi e, se cadesse una bomba oggi, moriremmo tutti a prescindere». Quello che Jan fa quotidianamente è ricostruire la storia di queste strutture, «digitalizzando reperti di foto stampate su carta», per aumentare la consapevolezza cittadina attorno al tema dei bombardamenti.

L’aria che tira

«Dal 24 febbraio la gente è preoccupata, perché la Russia potrebbe comportarsi in maniera provocatoria anche con la Lituania», dice l’analista Kojala, «ma se il sostegno dell’Occidente non si farà attendere, la gente nei baltici si sentirà molto meno minacciata e molto più sicura». Per questo il possibile ingresso di Svezia e Finlandia nell’Alleanza atlantica che trasformerebbe il Mar Baltico in un «lago NATO» è una buona notizia per gli stati baltici, la cui messa in sicurezza sarebbe così «automatica e maggiore». I lituani, così come i polacchi, infatti, sono «profondamente segnati» nella loro psicologia collettiva dal ricorso della sottomissione zarista e dai sovietici. «Una guerra con la Russia per queste popolazioni vuol dire rischiare l’identità nazionale, essere cancellati dalla mappa geografica» ricorda Petroni. Così i venti di guerra risvegliano una paura esistenziale mai assopita del tutto che si traduce in mobilitazione militare in difese della patria.

La gente per le strade di Giżycko racconta con gli sguardi una preoccupazione sempre più grande. Czeslaw, per esempio, rimarca il senso di forte «angoscia per la mancanza di un tetto resistente sulle nostre teste» ma, in compenso, la voglia di combattere per la propria patria «con unghie, denti e fucili» se i Russi arrivassero. Ania, maestra di asilo, rassicura ogni giorno i suoi bambini ma si confida: «mi metterei a disposizione dell’esercito». La paura di un attacco invisibile dai cieli è contagiosa anche per Andrej , ma anche lui gioca a fare il Rambo della Polonia: «Non ho paura di un’invasione russa, assaggeranno le pallottole del mio fucile piuttosto che vedermi scappare». Parla così il patriottismo polacco, come pure quello lituano, che ferma i treni e arma i giovani, per questo «il corridoio di Suwałki non cadrà né in Polonia né in Lituania perché è da una vita che siamo pronti a difendere le nostre terre. Il costo è la morte, il regalo è la libertà». Andrej dixit.

*Credits per il doppiaggio: Giuseppe Papalia, giornalista freelance e consulente politico al Parlamento europeo.

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