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Spagna al voto per tentare di formare un nuovo governo

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Secondo gli analisti nessun partito riuscirà a uscire dalle urne con una maggioranza schiacciante per poter governare il paese

Seggi aperti in Spagna domenica 26 giugno per le elezioni legislative dopo che i quattro principali partiti usciti dalle precedenti elezioni nel dicembre 2015 non erano riusciti a formare un governo.

La destra del Partito popolare del premier uscente Mariano Rajoy, è in testa, ma non dovrebbe avere i voti sufficienti per ottenere la maggioranza parlamentare. Testa a testa tra il partito di sinistra Unidos Podemos, nato dall’alleanza tra Podemos di Pablo Iglesias e i comunisti di Izquierada Unida, e i socialisti del Psoe per il secondo posto. Chiudono nei sondaggi i centristi di Ciudadanos (cittadini).

Gli analisti prevedono che anche da questa seconda consultazione non uscirà un nuovo esecutivo e il rischio è ancora l’ingovernabilità del paese. Sarà decisiva anche la bassa affluenza alle urne di un elettorato disaffezionato come quello spagnolo.

Le elezioni di dicembre hanno rappresentato uno spartiacque nella politica spagnola, che ha visto fin dagli anni Settanta l’alternarsi di governi popolari e socialisti. È la prima volta che la Spagna non è riuscita a formare un esecutivo dopo un’elezione.

A partire dal 2009, la grave crisi economica, con il crollo del settore immobiliare, il default del sistema bancario nazionale e la disoccupazione sopra il 26 per cento, ha lasciato segni difficili da cancellare nella vita delle famiglie, nonostante la ripresa ormai in atto.

Gli scandali di corruzione, dentro i partiti e nelle amministrazioni di ogni livello, hanno alimentato la sfiducia dei cittadini nella politica, almeno in quella dei partiti tradizionali.

Podemos, il movimento guidato da Pablo Iglesias, ha raccolto le rivendicazioni degli indignados e chiede un cambiamento radicale, che partendo da posizioni di sinistra reclama un nuovo modello di sviluppo per la Spagna e per l’Europa.

—LEGGI ANCHE: Nuove elezioni in Spagna dopo sei mesi di vuoto politico: che cosa succede ora. L’analisi di Luca Veronese.

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