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Le relazioni ambigue tra il regime di Assad e l’Isis

La presenza dell'Isis in Siria potrebbe essere stata funzionale ad alcuni interessi del regime di Assad, sulla carta in aperto conflitto con il califfato

Di Asmae Dachan
Pubblicato il 18 Ott. 2017 alle 14:15 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 17:46
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Immagine di copertina

Nemici, complici, due facce della stessa medaglia: qual è la reale natura delle relazioni tra il regime di Damasco e i terroristi del califfato?  In questi anni molte inchieste hanno fatto emergere la natura ambigua dei rapporti tra il governo siriano e il sedicente Stato Islamico, che sulla carta dovrebbero essere in aperto conflitto.

Mentre il governo di Bashar al Assad continua a puntare il dito contro l’Occidente, accusandolo di sostenere il terrorismo in Siria, emergono sempre più dettagli sulla funzionalità che in questi anni l’Isis ha avuto rispetto agli interessi del regime.

Nei giorni scorsi l’agenzia Reuters ha pubblicato un approfondimento sugli accordi economici intercorsi di recente tra il parlamentare e imprenditore Hossam al Katerji, definito l’Aristotele Onassis siriano, e il famigerato califfato nella provincia di Raqqa.

Nello specifico, l’articolo parla del ruolo del magnate nella compravendita di grano, ma già da mesi al Katerji veniva indicato come il nuovo mediatore tra il governo di Damasco e il califfato nel business di petrolio, un giro di affari che vede la media di duemila barili venduti al giorno, a un costo di poco superiore ai quaranta dollari al barile.

La zona interessata al traffico di greggio è quella di Deir Ezzor, finita sotto il controllo dell’Isis. I convogli carichi di greggio attraversavano Raqqa, fino alla provincia di Homs, per raggiungere le raffinerie. Già nel 2015 il ministero degli Esteri statunitense aveva reso nota una lista nera con i nomi di quattro imprenditori, tra cui Katerji, e sei aziende, per il loro ruolo di mediatori tra il regime siriano e i miliziani di al Baghdadi nella compravendita di petrolio.

Nel 2015 la distruzione di Palmira aveva indignato il mondo, ma anche in relazione a quel dramma, sono emerse molte ambiguità rispetto alla versione ufficiale fornita dal regime di Assad.

Così parlava a febbraio 2017 l’ex procuratore generale di Palmira, Mohamed Qassim Nasser, dopo essere fuggito dalla Siria: “Non dico che a Palmira ci sia stato un vero passaggio di consegne tra il regime e l’Isis, ma posso dire che un mese prima che Palmira cadesse nelle mani dell’Isis, era giunta alla Commissione sicurezza (che comprende i leader dei Servizi per la sicurezza e quelli militari) un’informativa sul fatto che l’Isis avrebbe compiuto un’offensiva su Palmira e Al Sakhna il 12 maggio 2015. Abbiamo avvisato personalmente Bashar al Assad di questo fatto”.

“Invece di preparare un piano per difendere e tutelare la città, mandando immediatamente nuove truppe militari, Assad ha favorito l’ingresso dell’Isis facendo ritirare le sue truppe da Al Sakhna. Voglio chiarire che il numero dei militari del regime che si trovavano a Palmira era superiore a 18mila, dotati di mezzi pesanti, mentre gli uomini dell’Isis, secondo i rapporti della sicurezza e le testimonianze della gente del posto, non superavano le 600 unità.

Ciò che è accaduto è che Bashar al Assad ha ordinato alle sue milizie di ritirarsi senza combattere e le ha dirette verso l’aeroporto militare di Tayfur, sulla strada verso Homs. Il colonnello Malek Habib mi ha confermato personalmente che la Russia ha avvisato Assad che se l’Isis avesse preso il controllo di Palmira e si fosse avvicinata alle città cristiane di Mahin e Sadad, vicine a Palmira, la Russia sarebbe intervenuta militarmente nel conflitto”, ha proseguito Nasser. 

Senza l’intervento russo, Assad, secondo il procuratore, sarebbe stato sconfitto militarmente dai suoi oppositori. “L’Isis e Palmira hanno funzionato da esca per ottenere un pieno appoggio militare del governo di Putin”, ha aggiunto l’ex procuratore.

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