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Chi farà accordi commerciali con il Regno Unito dopo la Brexit?

Immagine di copertina
credit: EMMANUEL DUNAND

La Brexit darà la possibilità al Regno Unito di negoziare in futuro accordi commerciali liberamente, il nemico rimane però il tempo che questi richiedono.

Dopo la Brexit, Il Regno Unito sarà un paese terzo e non europeo, quantomeno nell’aspetto politico. Avrà quindi la possibilità di poter contrattare e possibilmente ottenere trattati commerciali con tutti i paesi del mondo, oltre che con gli europei che trattano con una voce sola: l’Unione europea, appunto.

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Uno dei cavalli di battaglia di Liam Fox, Ministro del commercio estero e “brexiteer” della prima ora,  appare da sempre essere quello della libertà di poter commerciare apertamente con il resto del mondo. Dopo la Brexit, questo sarà certamente possibile, in virtù del fatto del non essere più vincolati con la Custom Union europea, la grande unione doganale fra tutti gli stati della Ue.

Fra i futuri partner commerciali potremmo fare una suddivisione in tre grandi gruppi.

Paesi con i quali il Regno Unito ha attualmente accordi di libero scambio, o con i quali ha corsie preferenziali

Questa fascia di paesi sono attualmente oltre 100, comprendendo sia quelli direttamente europei, che quelli con cui il Regno Unito commercia per via di un trattato negoziato direttamente dalla Ue. La ricerca di un accordo transitorio con la Ue, un periodo di due anni proposto da Theresa May nel discorso di Firenze, potrebbe dare ulteriore spazio nel libero mercato interno europeo.

Al di fuori di esso però sono in vigore attualmente accordi con paesi che hanno un commercio abbastanza florido, fra cui Canada, Corea del Sud e diversi stati del del sud-est asiatico, come Vietnam e Singapore. Fra questi anche stati africani in via di sviluppo e Caraibi. Stare fuori dalla Ue significa rendere questi trattati nulli.

Paesi con quali l’Unione europea sta attualmente trattando

Fra questi, con le trattative che vanno avanti ormai da anni, lunghezza standard per i trattati commerciali, figurano il Giappone, l’India, l’Australia, la Nuova Zelanda e grandi mercati come quello sudamericano, in particolare Brasile e Argentina.

Dopo la Brexit, è facile immaginare che questi stati diano precedenza nelle trattative al mercato più grande, quello che offre uno sbocco commerciale più vasto e che può garantire maggiori benefici derivanti dalla sua misura maggiore. Quindi l’interesse a trattare con il Regno Unito non avrebbe certamente la precedenza. Hanno tutti espresso in maniera chiara l’interesse a farlo, ma non subito, prima c’è l’Unione europea.

Paesi con i quali la l’Europa non ha accordi (o li ha in misura minima) e con cui non ha ufficialmente trattative aperte

Fra questi figurano tre giganti dello scacchiere mondiale: la Cina, la Russia e gli Usa.

La Cina è un mercato in continua espansione che fa gola a tutti i paesi occidentali. Un trattato di libero scambio potrebbe però avere un effetto “boomerang” sull’industria interna, che non potrebbe sostenere la concorrenza con la manodopera a basso costo del gigante asiatico.

La Russia, ugualmente, potrebbe essere una controparte validissima su cui poter intavolare dei grandi negoziati per facilitare un percorso di libero scambio. Trattare un’accordo commerciale di queste dimensioni potrebbe però intaccare le future buone relazioni con l’Unione europea, viste le sanzioni commerciali seguite alla questione della Crimea.

Gli Stati Uniti invece sono quelli che storicamente più potrebbero tendere la mano allo storico alleato. Ragioni storiche, culture condivise ma soprattutto geopolitiche.

Va ricordato che i britannici hanno un sistema di intelligence condiviso, conosciuto come “Five eyes” composto da Australia, Canada, Nuova Zelanda, Usa e, appunto Regno Unito. Sono tantissime le ragioni per cui dal Nord America si possa aprire un canale di trattativa. Ma non immediatamente, specie dopo l’elezione di Donald Trump che con lo slogan “America First” pare proiettato verso un’economia più di carattere protezionistico per rilanciale l’industria statunitense.

Il tempo

Se quindi da un lato appare chiaro che avere le mani libere dall’Unione europea  significa libertà di movimento nel mondo commerciale, è altrettanto vero che oltre 40 anni di politica commerciale costruita dalla Ue non può essere rimpiazzata nel breve termine.

I negoziati per i trattati commerciali durano solitamente, vista la complessità della materia, diversi anni. A titolo esemplificativo, il Ceta, il trattato di libero scambio (abolizione del 98% delle barriere tariffarie) fra Unione europea e Canada ha avuto bisogno di 7 anni e non è ancora completamente effettivo in tutta la sua interezza, visto che richiede la ratifica di tutti gli stati membri e il dissenso di uno solo può bloccarne l’entrata in funzione.

La grande opportunità di fare politica commerciale può certamente portare grandi benefici. Trattare però per conto di 500 milioni di persone ha sicuramente una forza contrattuale maggiore rispetto al farlo per 60 milioni.

Ad ogni modo, difficoltà principale è non se si tratterà con altri stati del mondo, ma quanto tempo richiederà il farlo e arrivare a degli accordi definitivi ed effettivi.

Dopo la Brexit non avrà luogo nessun embargo, nessun blocco alle merci in entrata o uscita, ricordando che c’è vita anche fuori dall’Unione europea. Semplicemente saranno presenti dei dazi che influenzano, e non di poco, il singolo prezzo dei beni.

Il paracadute si chiama Wto (Organizzazione mondiale del commercio) che stabilisce le regole base in mancanza di accordi commerciali.

Ostacolo principale non è certamente la volontà, ma il tempo, spesso tiranno.

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