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Home » Esteri

Le armi per i crimini di guerra in Iraq vengono dall’occidente

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Il nuovo rapporto di Amnesty denuncia le violazioni dei diritti umani da parte delle milizie sciite irachene contro i sunniti

Le milizie paramilitari irachene a maggioranza sciita note come Popular mobilization units (Pmu) usano un vasto arsenale di armi e munizioni per commettere o agevolare gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, inclusi crimini di guerra, impunemente. 

È questa la conclusione raggiunta da un documento sulla proliferazione delle armi in Iraq compilato da Amnesty International e diffuso giovedì 5 gennaio 2017.

Lo studio si fonda sulla ricerca sul campo condotta nel nord e nel centro dell’Iraq tra il giugno del 2014 e il novembre del 2016.

L’Iraq è il sesto maggior importatore di armi al mondo secondo gli ultimi dati disponibili, che risalgono al 2015. Nel corso degli ultimi cinque anni ha ricevuto armamenti da oltre 20 paesi, Stati Uniti e Russia in testa, ma anche dai paesi europei e dal vicino Iran.

Inoltre, esistono prove di un prospero traffico illecito di armi e munizioni.

Benché le necessità belliche irachene siano giustificate dalla guerra al sedicente Stato islamico, tale lotta è stata segnata da violazioni commesse in prevalenza dalle milizie ma anche dalle forze governative.

Le Unità di mobilitazione popolare

Circa 40 o 50 milizie paramilitari sciite sono confluite nelle Pmu nel giugno del 2014, quando l’allora primo ministro Nouri al-Maliki e il Grand Ayatollah al-Sistani, la più importante autorità religiosa sciita del paese, hanno lanciato un appello perché tutti gli uomini in grado di combattere si unissero alla lotta contro il nascente califfato. 

Nel febbraio del 2016, il primo ministro ha ufficialmente designato le Pmu come parte integrante delle forze armate irachene. In teoria, quindi, sono soggette alla legge militare.

Anche se nominalmente le milizie sono sottoposte alle strutture di controllo e comando dello stato, agiscono spesso al di fuori di esse.

Le accuse

Sin dal 2014 le Pmu hanno giustiziato estragiudizialmente o ucciso in maniera illegale, torturato e sequestrato migliaia di uomini e ragazzi, prevalentemente di confessione sunnita, si legge nel rapporto Amnesty

Le vittime sono state prelevate dalle loro case e dai loro posti di lavoro o dai campi profughi, dai posti di blocco e altre aree pubbliche. 

Migliaia di persone risultano ancora irreperibili a settimane, mesi e anni dalla loro scomparsa.

Lo studio compilato dall’organizzazione per la difesa dei diritti umani si concentra su quattro delle principali milizie e ha documentato gravi violazioni dei diritti umani da parte loro. 

Si tratta di Munathamat Badr, Asaib Ahl al-Haq, Kataib Hizbullah e Saraya al-Salam.

La ricerca Amnesty sottolinea come questi gruppi armati siano cresciuti in potere e influenza nel corso degli ultimi due anni.

La violenza di stampo confessionale

Questi crimini, rileva Amnesty, sono commessi nel quadro di crescenti tensioni di stampo settario. La violenza di matrice confessionale è esplosa ai livelli del biennio 2006-2007, il peggior periodo per quanto riguarda il conflitto civile nel paese.

Le milizie godono di un clima di impunità e a meno di un intervento centrale per porle sotto l’effettivo controllo del governo, resta la paura che i miliziani del Pmu si lascino andare ad attacchi contro la popolazione sunnita in ritorsione alle nefandezze commesse dall’Isis, specialmente durante la campagna per liberare Mosul cominciata il 17 ottobre del 2016, che è ancora in corso.

La responsabilità dei paesi fornitori di armi

Amnesty sottolinea come i paesi da cui provengono le armi utilizzate in violazione del diritto umanitario internazionale abbiano una responsabilità precisa.

“Gli Stati Uniti, i paesi europei, la Russia e l’Iran devono aprire gli occhi di fronte al fatto che le esportazioni di armi verso l’Iraq corrono il rischio reale di finire nelle mani di milizie note per le violazioni di diritti umani”, ha dichiarato Patrick Wilcken, uno dei ricercatori.

Sono necessari quindi non solo meccanismi di controllo interni allo stato sulle milizie, ma anche sistemi tramite cui i fornitori internazionali si possano e debbano sincerare del destinatario finale di armi e munizioni.

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