La ragazza che a soli 19 anni coordinava la rivoluzione siriana sui social

L'intervista ad Alaa Basatneh, la giornalista sirio-americana che da Chicago, nonostante le minacce, ha aiutato gli attivisti siriani durante le proteste del 2011

Di Fernanda Pesce Blazquez
Pubblicato il 2 Mar. 2017 alle 15:45 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 01:45
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Immagine di copertina

ROMA – Dall’altra parte dello schermo del mio computer, a Miami, una ragazza musulmana di 24 anni si sistema l’hijab e mi mostra un lembo del velo floreale che indossa. Non è fissato come dovrebbe.

“Sono arrivata al punto in cui non utilizzo più gli spilli per fermare il mio hijab. Ho paura che qualcuno si avvicini per strada e me lo strappi via. Gli spilli potrebbero ferirmi durante l’aggressione”.

È la voce della ragazza di Chicago, protagonista del documentario #chicagoGirl, distribuito da Netflix a partire dal 2015. L’attivista e giornalista sirio-americana Alaa Basatneh, classe 1992, è la giovane che non ha avuto paura di diventare una delle principali coordinatrici dei movimenti di protesta in Siria nel 2011. E che oggi è terrorizzata all’idea di indossare il velo in pubblico, negli Stati Uniti. 

Amnesty International l’ha nominata nel 2014 un’eroina dei diritti umani. A soli 19 anni, dalla sua stanza nella periferia di Chicago, Alaa iniziò a coordinare la rivoluzione siriana tramite Facebook, Twitter e Skype. A quasi 10mila chilometri di distanza dalla Siria, comunicava con gli attivisti e li metteva in contatto tra loro per organizzare le proteste a Damasco. 

Alaa ha perso gli amici più cari per mano del regime di Bashar Al-Assad e ha ricevuto minacce di morte anonime, anche per aver amministrato la nota pagina di Facebook antigovernativa Syrian Days of Rage. Nonostante questo, continua a sostenere le proteste ogni giorno, imperterrita, fino a oggi, pubblicando e traducendo i messaggi e le testimonianze degli attivisti siriani al mondo intero. 

Trump ha vietato l’ingresso ai rifugiati di sette paesi di religione musulmana negli Stati Uniti per 120 giorni con il Muslim Ban, ora bloccato da un giudice di Seattle. Cosa diresti al nuovo presidente americano?

La prima cosa che gli chiederei è di dirmi almeno un nome di un rifugiato siriano che abbia commesso un qualsiasi attacco terroristico negli Stati Uniti. Trump non saprebbe darmi quel nome, perché di fatto non esiste. I rifugiati siriani non hanno fatto nulla che possa compromettere la sicurezza nazionale o che faccia del male a nessuno nel nostro paese. 

Quello che Trump sta facendo è ingiusto: sta mettendo un’etichetta su un gruppo di persone. In quanto presidente degli Stati Uniti, dovrebbe essere giusto e seguire la Costituzione. Le prime tre parole della Costituzione degli Stati Uniti sono “We the people” (Noi la gente). Stiamo agendo secondo questi termini?

Di recente hai spiegato di indossare un cappellino per strada al posto dell’hijab. Come ti senti ora che Trump è diventato il nuovo presidente degli Stati Uniti? 

Sono molto spaventata. Sono terrorizzata. Quando sono da sola, specialmente quando non sono al lavoro e all’università, non indosso il velo. Mi metto un cappello o una felpa con il cappuccio, perché portare l’hijab non è sicuro. Gli sguardi che ricevo per strada sono aumentati negli ultimi mesi e ho iniziato a ricevere un sacco di messaggi di odio sui social.

È come se le persone razziste negli Stati Uniti avessero ora il potere e fossero autorizzate dalla nuova presidenza ad attaccare le minoranze e le donne musulmane. 

(Uno dei messaggi di odio che Alaa ha ricevuto sul suo profilo Facebook di recente. Credit: Alaa Basatneh/Facebook)

Come hanno reagito i tuoi genitori e i tuoi amici musulmani?  

In quanto praticanti, i miei genitori vorrebbero che indossassi l’hijab, ma quando si tratta della mia sicurezza, questa viene prima di tutto il resto. Alcune persone che conosco mi hanno mandato messaggi chiedendomi di non togliermi il velo. Vorrei dir loro che non me lo sto togliendo, sto solo adottando una soluzione alternativa, per via di tutte le minacce che ho ricevuto.

Voglio essere certa che non verrò accoltellata per strada e che nessuno mi salterà addosso. I casi di donne a cui è stato strappato il velo per strada sono aumentati in tutto il paese. 

In alcune situazioni sono vista come una cittadina di seconda classe. Se porto il velo mentre guido, non ho la precedenza, oppure, se sto camminando al centro commerciale e porto l’hijab, le persone mi spingono.

Quando indosso il cappello o la felpa, la gente mi tratta bene. E io sono bianca, ma non appena indosso il velo non sono più considerata come tale nella società americana. 

Nel 2011 la tua arma per rivendicare i diritti del popolo siriano fu sfruttare la tua incredibile abilità nel coordinare da Chicago le risorse di un grande numero di persone sul campo. Rifaresti un gesto simile per i musulmani negli Stati Uniti? 

Durante la rivoluzione, il potere veniva dall’unione che si era creata tra le persone. In Siria ho visto bambini torturati dal regime e persone bombardate da barili bomba e so per certo che non si raggiungeranno questi livelli di violenza negli Stati Uniti.

Qui abbiamo piena fiducia nell’equilibrio del potere e nella Costituzione, che nessuno al mondo può cambiare. Per questo motivo devo continuare a concentrarmi sulla Siria. 

Non credi che ci sarà una rivoluzione negli Stati Uniti contro il razzismo, l’omofobia e l’intolleranza in continuo aumento? 

Quando vedo le minoranze, come i latinos e i membri della comunità Lgbtq, protestare e dichiararsi apertamente contrari al Muslim Ban, anche se non sono musulmani, la speranza ritorna. Quando i piccoli gruppi si uniscono, allora “il grande gruppo cattivo” non è più così tanto grande. Il potere viene dall’unità.

Basti pensare alla marcia delle donne a Washington, un intero genere è sceso in strada a protestare. Questo ha dato prova di come il potere, negli Stati Uniti, provenga dall’unione delle minoranze contro le ingiustizie e il razzismo. 

Uno studio dell’Università di Princeton mostra che più amici si hanno che partecipano a una protesta, più siamo inclini a unirci a loro, anche senza l’influenza della social media. Quanto è importante la rete nella formazione dell’azione collettiva e dei movimenti sociali nel mondo? 

Certo, l’unione deriva anche dalle interazioni personali. Queste faranno in modo che la persona si trovi più a suo agio nel protestare. Ma allo stesso tempo, se i miei amici non avessero girato i video durante le manifestazioni, oggi il resto del mondo non saprebbe che cosa è successo e sta succedendo in Siria. 

Nel 2011 vidi su Al Jazeera la notizia dei bambini torturati, a cui erano state strappate le unghie dalla polizia siriana, e pensai che dovevo fare qualcosa. Iniziai a cercare i video delle proteste contro il regime su YouTube e contattai via Twitter e Facebook gli attivisti che stavano caricando le clip in rete. Dissi loro che volevo aiutarli a tradurre i video e che sarei stata online tutto il tempo, così gli chiesi di dirmi cosa dovevo fare e cominciai. 

Iniziai a cercare giornalisti e a mandargli il materiale, assicurandomi che offuscassero i volti degli attivisti per proteggere la loro identità. Ero nel mezzo: tra gli attivisti che conoscevo e i media. Tutti gli attivisti che si trovavano fuori dalla Siria si sarebbero dovuti coordinare nell’azione, ma questo non è mai accaduto. Fu un punto debole della rivoluzione. 

Nel famoso articolo di Malcolm Gladwell pubblicato dal New Yorker nel 2010, The Revolution will not be tweeted, l’autore sosteneva che il vero attivismo non si fonda su legami deboli, come per i social media. Hai avuto bisogno di forti legami con le persone in Siria per iniziare a coordinare la rivoluzione?

Non sono d’accordo. L’attivismo, quello reale, è come un puzzle: si mettono insieme diversi pezzi. C’è bisogno di persone sul campo, di persone che si conoscono dal vivo, ma anche e soprattutto di persone che coordinano dall’esterno e che non hanno restrizioni o censure.

Che cosa è andato storto nella rivoluzione in Siria?  

Molte cose, sfortunatamente. Tutti i paesi del mondo hanno voltato le spalle ai siriani e non c’è stato alcun intervento per spodestare il regime. I nostri bambini impareranno a scuola che la comunità internazionale, Nazioni Unite incluse, hanno abbandonato e voltato le spalle ai civili. 

All’interno del paese, il problema è stato il regime che, da quarant’anni, ci mette gli uni contro gli altri, tra noi fratelli e sorelle. I servizi segreti siriani hanno sempre separato le persone e le famiglie, e hanno creato settarismo all’interno del paese. Non eravamo uniti come lo sono stati gli egiziani. 

Infine, esistono due tipi di attivisti: coloro che hanno scelto di non lasciare mai la Siria e sono rimasti fino alla fine, alcuni perdendo la vita, per protestare contro il regime e quelli che hanno deciso di lasciare il paese. Ci sono molte persone che credevo fossero veri attivisti e se ne sono andati, dimenticandosi della rivoluzione.

La maggior parte si è arresa: se ne vanno e dimenticano. Alcuni di loro, però, continuano a lottare. Vivono nei campi profughi e hanno perso tutto, ma continuano a lavorare attivamente sui social dai loro telefoni, in nome della rivoluzione. 

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