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La prima donna pilota afghana ha chiesto asilo politico negli Stati Uniti

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Niloofar Rahmani ha ricevuto minacce di morte da parte dei Taliban e non ha nascosto il timore per eventuali ritorsioni. La decisione è diventata un caso nel paese

Occhiali da sole a goccia in stile Ray-ban, un hijab a coprire i suoi capelli neri corvino e l’uniforme color cachi dell’aviazione afghana. Così si presentava tre anni fa Niloofar Rahmani in occasione di un’intervista con la stampa straniera. A soli 22 anni, la giovane era diventata la prima donna pilota dell’Afghanistan. 

Soprannominata la “Top Gun” afghana, Niloofar e la sua storia di coraggio e determinazione avevano fatto il giro del mondo contribuendo a regalarle notorietà. Una fama che negli ultimi anni la donna ha pagato a caro prezzo, per le frequenti minacce di morte da parte dei Taliban. 

Fino all’annuncio dato qualche giorno fa, ossia chiedere asilo negli Stati Uniti. La notizia ha scatenato un dibattito nazionale e ha infiammato gli animi di molti afghani, i quali hanno replicato che ci fossero problemi più urgenti da affrontare nel paese, come l’insicurezza, la questione dei diritti delle donne e l’esodo di massa dei giovani. 

Niloofar Rahmani sarebbe dovuta rientrare in Afghanistan la scorsa settimana, dopo un corso di formazione della durata di quindici mesi svolto con l’aviazione degli Stati Uniti. 

Tuttavia, alla vigilia della sua partenza ha dichiarato di non voler più rientrare nel suo paese d’origine per timori sulla sua incolumità. La decisione ha innescato una tempesta di critiche in Afghanistan. La giovane è stata accusata di aver tradito la nazione, ma non sono mancati i gruppi di sostegno alla sua causa. 

“Quello che la donna ha dichiarato negli Stati Uniti è stato irresponsabile e inaspettato. Si è sempre pensato che lei fosse un modello d’ispirazione per molti altri giovani afghani”, ha dichiarato lunedì 26 dicembre il portavoce del ministero della Difesa, Mohammad Radmanesh, all’Afp

“Lei ha tradito il suo paese. È un peccato”, ha ribadito Radmanesh. 

(Qui sotto Niloofar Rahamani in uniforme scende da un velivolo militare. Credit: Twitter)

Niloofar era diventata un simbolo di speranza per milioni di donne afghane, soprattutto quando la sua storia finì sui giornali internazionali nel 2013. Due anni dopo, grazie al coraggio dimostrato, la giovane si era aggiudicata il “Women of Courage Award” assegnatole dal dipartimento di stato americano. 

La sua notorietà crescente non l’aveva resa immune dalle costanti minacce di morte da parte dei Taliban e dai continui atteggiamenti di disprezzo manifestati dai colleghi maschi, in una nazione conservatrice, dove in molti casi le donne non possono uscire fuori casa se non accompagnate da un un uomo. 

Nel 2015, Niloofar rilasciò un’intervista all’agenzia di stampa Afp nella quale aveva raccontato di portare sempre con sé una pistola, per difendersi da eventuali aggressioni, e non aveva mai lasciato la sua base aerea con indosso l’uniforme per timore di diventare un bersaglio. 

Il suo avvocato, Kimberly Motley ha replicato sottolineando che la decisione della sua cliente di chiedere asilo negli Stati Uniti è stata “difficile e struggente”. 

“Niloofar e la sua famiglia avevano ricevuto minacce che purtroppo hanno confermato come la sua sicurezza sia a rischio in modo concreto, se dovesse far rientro in Afghanistan”, ha raccontato Motley all’Afp

Non sono mancare critiche nei riguardi di questa decisione, soprattutto da parte di molte donne. In un post piccato pubblicato su Facebook, la fotoreporter afghana Maryam Khamosh ha scritto: “Cara Niloofar, pensi che i tuoi problemi siano più grandi rispetto a quelli di milioni di altre donne afghane?”.

– Il sogno di una vita

Niloofar Rahmani era diventata la prima donna pilota nelle fila dell’aviazione afghana nel 2013, realizzando il sogno della sua vita. A ispirarla in questa direzione è stato suo padre. “Ho sempre voluto essere una pilota. Era anche il sogno di mio padre”, ha raccontato la giovane. 

Per la donna vestire i panni di una pilota non era solo l’ispirazione più grande per onorare il padre, ma anche un obiettivo importante per dimostrare al mondo come “le ragazze in Afghanistan possono fare lo stesso lavoro svolto dagli uomini”. 

In risposta alla sua richiesta d’asilo, il generale Mohammad Radmanish ha chiesto alle autorità americane di respingere la sua pratica, con queste motivazioni: “Sicuramente la donna ha mentito raccontando di aver ricevuto delle minacce solo per ottenere una risposta positiva alla sua richiesta”. 

Non solo lei è stata oggetto di minacce di morte, ma anche i suoi familiari hanno subito la stessa sorte costringendoli a trasferirsi diverse volte. Nel frattempo la sua richiesta d’asilo è in attesa di ottenere una risposta.  

(Qui sotto Niloofar Rahmani in attività a bordo del caccia dell’aviazione afghana. Credit: YouTube)

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