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Noi, prigionieri politici del carcere di Homs, abusati e minacciati di morte, chiediamo di essere liberati

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TPI ha raccolto la testimonianza del giovane Abdel, familiare di un detenuto, che comunica con l’esterno tramite un cellulare introdotto clandestinamente

A circa una settimana dal disperato appello lanciato dall’interno del carcere centrale di Homs, nessuna organizzazione umanitaria internazionale ha ancora risposto alle richieste dei detenuti. Si tratta di circa cinquecento prigionieri politici rinchiusi alla Homs Central Prison, la maggior parte dei quali implicati in proteste anti-governative.

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Hanno annunciato di aver intrapreso uno sciopero della fame, per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sulla loro situazione e chiedere la mobilitazione delle organizzazioni internazionali che si occupano di diritti umani. I detenuti temono un massacro da parte delle forze governative. Questo il testo dell’appello lanciato attraverso contatti con l’esterno della prigione.

“Siamo i detenuti della Homs Central Prison; siamo stati arrestati per aver partecipato alla rivoluzione nel nostro amato paese. Annunciamo che rifiutiamo cibo e acqua e dichiariamo di aver iniziato uno sciopero della fame. Scioperiamo perché:

  1. Abbiamo sofferto, come soffre tutto il grande popolo siriano, a causa dell’oppressione, dell’ingiustizia e della tirannia;
  2. Perché siamo sempre stati trattati come l’anello più debole in ogni trattativa, e siamo stati considerati per ultimi in ogni meeting locale e internazionale;
  3. Perché veniamo abusati in prigione e non possiamo sopportare oltre questo dolore, che colpisce anche i nostri genitori, sposi, figli e cari.
  4. Perché sono andate in vano tutte le promesse fatte da tutte le parti del conflitto in Siria.

Questo è un appello disperato rivolto a tutte le organizzazioni umanitarie per chiedere di impedire un’irruzione (dell’esercito, ndr) all’interno del carcere. Questo pacifico sciopero della fame è un nostro diritto legittimo ed è l’ultimo strumento che abbiamo per far sentire la nostra voce a tutte le persone libere nel mondo.

Chiediamo di essere evacuati da questa prigione prima di qualsiasi trattativa come accaduto per certe aree, villaggi e città evacuati in poche ore, alla presenza di osservatori internazionali.

Noi vogliamo solo la libertà e la dignità nostra e dei nostri familiari; vogliamo tornare a casa, dai nostri figli, dalle persone che amiamo”.

Firmato: I detenuti della Homs Central Prison – 17 ottobre 2017

A oggi l’appello dei detenuti è rimasto inascoltato e le condizioni nella prigione sono drammatiche. TPI ha raccolto la testimonianza del giovane Abdel, familiare di un detenuto, che comunica con l’esterno tramite un cellulare introdotto clandestinamente. 

Abdel, originario di Homs, opera in ambito umanitario. Suo zio è all’interno della famigerata prigione da oltre sei anni. Secondo le dichiarazioni dei detenuti stessi, 480 sarebbero stati arrestati con l’accusa di essere cospiratori, mentre contro altri 40 ci sarebbero accuse di vario genere.

“All’interno del carcere sopravvivono solo i detenuti ricchi” – racconta Abdel – “che riescono a pagarsi il cibo e a pagare funzionari corrotti per evitare torture e soprusi. I detenuti sono in maggioranza giovani; solo una decina avrebbero più di cinquant’anni. Alcuni sono stati arrestati quando avevano ancora meno di sedici anni e son diventati maggiorenni in carcere. Molti sono dietro le sbarre da oltre sei anni, arrestati nel corso di manifestazioni e cortei, ma molti altri sono completamente estranei alle proteste. Mio zio, ad esempio, è stato fermato mentre andava a lavoro nel 2011. Non aveva alcun legame con le opposizioni; le rivolte erano appena iniziate, ma tutti coloro che sono del quartiere di Baba Amr, a Homs, pagano per il fatto di essere figli di un quartiere ribelle. Mio zio non ha mai incontrato un legale ed è stato minacciato di morte”.

“In carcere” – prosegue Abdel – “mancano completamente i farmaci; ci sono casi di detenuti gravemente malati, per i quali non c’è nessun tipo di cura. Molti detenuti sono stati fatti uscire dalle celle e hanno subito esecuzioni. I loro corpi vengono nascosti in fosse comuni.  Nessuno di loro ha mai subito un processo. Ci sono famiglie che hanno versato oltre 20 milioni di lire siriane per far uscire un familiare, ma spesso i funzionari si sono intascati i soldi senza liberare nessuno. È una situazione di oppressione, violenza, sottomissione terribile. Se c’è ancora un briciolo di umanità in chi legge – conclude Abdel – vi prego di occuparvi di questa emergenza umanitaria”.

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