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Home » Esteri

Mohammed Soliman a TPI: “Il Medio Oriente non esiste. Oggi l’Asia occidentale guarda a est”

Immagine di copertina
Mohammed Soliman, senior fellow del Middle East Institute (MEI) e dirigente della società di consulenza strategica internazionale McLarty Associates


“Il Patto della Mecca? Siamo ancorati al modello delle alleanze rigide in stile Nato. Ma quel mondo è finito. È una coalizione flessibile, spinta dall'ambizione di contrastare il dominio di Israele. Rischiamo l’escalation, ma l’alternativa può essere peggiore”. L’analista del MEI spiega a TPI l’emergere di un nuovo “ordine multipolare autoctono” dall’accordo tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan. E quale ruolo può giocare l’Italia: "Roma deve farsi avanti e concludere accordi con Grecia, Francia, Turchia ed Egitto a difesa del fianco meridionale. Possiede le capacità navali per riuscirci"

«La strategia è l’arte di piegare la geografia alla volontà della storia», scrive Mohammed Soliman nel suo libro “West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East”. Da tempo, spiega nella sua opera il senior fellow del Middle East Institute, i confini tra Mediterraneo, Golfo Persico e Oceano Indiano si sono sciolti in un unico sistema. Ad agosto Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato il cosiddetto “Patto della Mecca”, un’alleanza che somiglia alla Nato, anche se solo sulla carta. Eppure il messaggio è chiaro: Washington non protegge più i suoi alleati come una volta e la guerra contro l’Iran ha spaventato i monarchi del Golfo e non solo. Così, sotto l’ombrello incrinato degli Stati Uniti, nascono nuove geometrie funzionali alla strategia di disimpegno della Casa bianca, anche se tra loro si guardano in cagnesco. Da una parte, il “Patto della Mecca”, con l’industria militare turca, i petrodollari sauditi e l’ombrello nucleare pachistano. Dall’altra, la nascente coalizione fondata sugli Accordi di Abramo tra Israele, Emirati Arabi Uniti e India. Due pilastri del nuovo ordine multipolare regionale, entrambi alleati degli Stati Uniti, che però rischiano di scontrarsi e di trascinare nel confronto il Mediterraneo orientale. In mezzo c’è l’Italia, con la nostra Marina militare che potrebbe essere chiamata a colmare il vuoto della Sesta Flotta statunitense, via via che gli Usa spostano risorse verso l’Indo-Pacifico.
Abbiamo contattato Mohammed Soliman per discutere di come questa nuova prospettiva stia rimodellando la nostra comprensione delle alleanze emergenti, delle rivalità militari e del mutamento degli equilibri di potere dall’Europa all’area dell’Indo-Pacifico, che ci riguarda da vicino. «L’Italia si trova di fronte a un punto di svolta storico», ci spiega l’analista del Middle East Institute (MEI) e dirigente della società di consulenza strategica internazionale McLarty Associates. «Deve farsi avanti».

Lei sostiene che il termine “Medio Oriente” sia un fossile cartografico da superare a favore di uno spazio integrato nell’Asia occidentale. In che modo la convergenza militare tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan conferma la scomparsa di questi vecchi confini?
«Il cosiddetto “Medio Oriente” è un’invenzione europea dello scorso secolo. Non spiega quello che sta succedendo sul campo in questo momento. L’India si allea con Israele, la Grecia e Cipro. Questo, ad esempio, è un aspetto che la vecchia definizione di “Medio Oriente” non coglie affatto. D’altro canto, non può spiegare il ruolo della Turchia nell’Asia meridionale, né perché stia collaborando con le Maldive, il Bangladesh e il Pakistan».
Come cambia l’architettura regionale?
«Quello che sta realmente accadendo è che la regione si sta volgendo verso est. Ed è questo che intendo quando parlo di “Asia occidentale”: il crollo di quei confini artificiali che un tempo separavano l’Asia meridionale dal Mediterraneo. È l’asianizzazione della regione. Assistiamo a uno spostamento verso oriente di partenariati economici, relazioni diplomatiche e accordi di sicurezza».
Nel suo libro analizza l’ascesa di un “Asse indo-islamico” allineato alla Turchia. Ma il patto formalizzato tra queste nazioni – Egitto escluso – è privo di un comando centrale, di obblighi di spesa comuni e di meccanismi operativi definiti.
«Ecco il punto. Non parlo di alleanze rigide e formalizzate. Quella è la vecchia mentalità della Guerra fredda. Quella a cui stiamo assistendo è la nascita di una coalizione flessibile, spinta dall’ambizione di contrastare il dominio geopolitico di Israele».
Cosa comportano però queste carenze istituzionali per la nuova alleanza?
«Onestamente? Non credo che rappresentino una debolezza. È la nuova normalità in geopolitica. Le persone sono tuttora ancorate al modello della Nato, dove esistono trattati vincolanti e obblighi definiti. Ma quel mondo è finito. Stanno costruendo qualcosa di diverso, qualcosa di più fluido, più transazionale. Si costruisce man mano che procede. Questo in realtà offre ai Paesi coinvolti maggiore flessibilità rispetto a un’alleanza rigida».

Geograficamente, l’allineamento tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita delinea una sorta di “accerchiamento” dell’Iran, con Ankara e Islamabad potenzialmente in grado di bloccare le vitali vie di rifornimento terrestri della Repubblica islamica. In che modo questo può influire sulla deterrenza nei confronti di Teheran e del suo “Asse della Resistenza”?
«La caduta di Bashar al-Assad in Siria alla fine del 2024 ha inferto un duro colpo all’Iran. Ha interrotto il suo corridoio terrestre verso Hezbollah (in Libano, ndr). Questo ha rappresentato uno sviluppo significativo. Ma ecco l’errore che molti commettono: pensano che la postura regionale dell’Iran sia crollata. Non è così. Mantengono ancora profonde radici in tutta la regione. Questa presenza non scomparirà. È vero che la Turchia e il Pakistan ai fianchi dell’Iran creano un collo di bottiglia naturale. Ma questo non si tradurrà in un accerchiamento formale di Teheran».
Perché?
«Perché questi partner non vedono l’Iran allo stesso modo. Turchia e Pakistan hanno complesse relazioni bilaterali con l’Iran. Non condividono la percezione della minaccia degli Stati del Golfo. Quindi, sebbene la geometria sembri quella di un accerchiamento, la percezione effettiva della minaccia è frammentata».
L’Egitto è rimasto fuori da questo schieramento guidato dalla Turchia, nonostante mesi di consultazioni. Ankara ha liquidato la questione come un problema “tecnico”. L’assenza del Cairo è il risultato di attriti politici con la Turchia, o deriva da una diversa valutazione strategica da parte del regime egiziano?
«L’Egitto è uno Stato in bilico. È questo il vero punto. Sulle grandi questioni, la gestione della situazione con l’Iran e l’approccio a livello regionale, il Cairo si allinea in realtà più strettamente con Riad, Ankara e Islamabad. Ma ecco il loro problema: hanno un trattato di pace con Israele. Hanno legami storici con l’India. Collaborano con la Grecia e Cipro nel Mediterraneo. Intrattengono importanti rapporti commerciali con gli Emirati Arabi Uniti».
Cosa significa tutto ciò per il Mediterraneo orientale?
«Il Cairo è davvero intrappolato tra questi due scenari. L’Egitto si trova di fronte a un vero dilemma. Non può schierarsi completamente da una parte senza danneggiare relazioni che sono  economicamente e strategicamente importanti per il Paese. Questo influenzerà il modo in cui si evolveranno le cose nel Mediterraneo orientale».

Lei ha definito la Marina Militare Italiana come la “linea di difesa navale romana” del sistema dell’Asia occidentale, chiamata a colmare il vuoto che verrà lasciato dalla Sesta Flotta statunitense. Quali opportunità e rischi operativi comporta questo allineamento per la proiezione italiana nel Mediterraneo?
«L’Italia si trova di fronte a un punto di svolta storico. Gli Stati Uniti dovranno prima o poi spostare le proprie risorse navali nell’Indo-Pacifico per controbilanciare l’ascesa della Cina. Ciò significa che l’attenzione della Sesta Flotta nel Mediterraneo diminuirà. Si creerà un vuoto di sicurezza, e questo rappresenta uno sviluppo pericoloso».
Come può l’Italia sfruttare questa centralità?
«L’Italia deve farsi avanti, ma deve farlo in modo più intelligente che non costruire una semplice relazione bilaterale con gli Stati Uniti. Deve concludere nuove partnership mini-laterali con Grecia, Francia, Turchia ed Egitto, le principali potenze del Mediterraneo. È così che si protegge il proprio fianco meridionale. L’Italia possiede le capacità navali per riuscirci, ma deve inserirle in una logica strategica nel quadro dell’Asia occidentale. Questo è il tassello mancante».

Il nuovo schieramento tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita sembra rispecchiare la sua visione di una “Pax Americana minus”. Ce la spiega?
«Una “Pax Americana minus” significa rinunciare alla fantasia del controllo totale per poter costruire effettivamente qualcosa di sostenibile ed equilibrato. Questo è il compromesso».
Queste sub-strutture di sicurezza regionali alleggeriscono il carico di Washington o rischiano di generare un’escalation fuori dal controllo americano?
«Fanno entrambe le cose. Questa è la scommessa della grande strategia moderna, e bisogna affrontarla con consapevolezza. Ridefinire il “Medio Oriente” come “Asia occidentale”, collaborando con Stati chiave regionali come Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, è l’unico modo in cui gli Stati Uniti possono gestire i propri impegni globali con le risorse di cui dispongono. Questo permette a Washington di concentrarsi sul suo problema principale: la Cina e la questione di Taiwan. Non si può più essere ovunque contemporaneamente».
Ma si rischia davvero un’escalation?
«Assolutamente sì. Quando si dà potere alle potenze di medio livello e si conferiscono loro capacità reali, non ci si può stupire se poi queste ultime agiscono nel proprio interesse sovrano. A volte questo entra in contraddizione con i desiderata di Washington. È questa la realtà. Ma l’alternativa è peggiore. Abbiamo già tentato infinite campagne di “nation-building”, come in Iraq e Afghanistan. Questi esperimenti hanno svuotato la potenza americana e creato i vuoti che poi l’Iran ha sfruttato».

Il “Patto della Mecca”, che coinvolge tre alleati degli Stati Uniti, nasce in un momento in cui Cina e Russia mantengono relazioni cordiali con Ankara, Riad e Islamabad. L’alleanza rischia di trasformarsi in un’arena di competizione sino-americana?
«L’Asia occidentale sta diventando uno dei principali teatri di competizione sino-americana, tecnologica e geopolitica, in tutti i suoi aspetti. Mosca e Pechino stanno attivamente costruendo sistemi finanziari alternativi, de-dollarizzando gli scambi commerciali e realizzando infrastrutture critiche transfrontaliere attraverso la Nuova Via della Seta per allontanare queste potenze di medio livello da Washington. Ma, ed è importante sottolinearlo, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan non sono pedine passive in questo scenario. Sono attori sofisticati che comprendono il transazionalismo in un modo che la vecchia dicotomia della Guerra fredda non riesce a cogliere».
Può rappresentare l’embrione di un ordine regionale autoctono che né Washington, né Pechino, né Mosca sono in grado di controllare?
«Ciò che sta emergendo non è un blocco dominato dalla Cina né un protettorato americano. È qualcosa di più complesso e disordinato, un ordine multipolare autoctono in cui gli attori regionali tutelano, con aggressività, la propria capacità di manovra. Collaboreranno con Washington in materia di difesa, con Pechino per il commercio e con Mosca sull’energia. Coopereranno con tutte le parti. Questa è la nuova realtà».

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