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La prima volta di un Papa in Iraq: Francesco va nei luoghi che furono dell’Isis per costruire la pace

Di Claudio Gambino
Pubblicato il 5 Mar. 2021 alle 13:18
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Immagine di copertina
Baghdad: un addetto spruzza spray disinfettante su un murale dedicato a Papa Francesco. Credit: ANSA

Il viaggio del Papa in Iraq è un evento fuori dall’ordinario. Per la prima volta un Pontefice calpesta l’antica terra di Abramo, così come per la prima volta il Vescovo di Roma incontra un Ayatollah. La posta in gioco per Bergoglio è alta: in un sol colpo mette sul piatto geopolitica, sicurezza sanitaria, dialogo interreligioso e tutela delle minoranze.

Ecco perché l’itinerario di questo viaggio è tanto pericoloso quanto complesso. E non sarà facile far funzionare tutto. Difficilmente, nel primo pellegrinaggio post-Covid, Francesco riceverà l’abbraccio delle grandi folle, ma ciò non sminuirà il grado simbolico, ma anche tangibile, della sua presenza nella terra dei due fiumi.

Per i cristiani iracheni, oggetto di tremende persecuzioni, sarà importante poterlo vedere anche semplicemente in televisione e sapere che lui è lì e c’è per loro. La partita non si giocherà, però, solo sul piano del conforto cristiano: l’incontro chiave, infatti, avverrà nella tappa di Najaf. Nel segno del luogo, terza città santa dell’Islam sciita, e nel segno dell’uomo, il Grande Ayatollah Ali al-Sistani, dalle cui parole pendono gran parte delle milizie sciite.

Le origini dei cristiani in Iraq ci riportano indietro nel tempo, fino al II secolo: un lungo percorso di pacifica convivenza interrotto, bruscamente, a partire dal 2006, con sporadiche epurazioni circoscritte, inizialmente, ai sobborghi di Baghdad, ma degenerate, successivamente, all’arrivo di Daesh, nel 2014, quando oltre 100mila cristiani iracheni della piana di Ninive, nel nord del Paese, furono costretti a fuggire da Mosul e da Qaraqosh, trasformate in roccaforti del Califfato.

Tra altari spezzati e crocifissi divelti, il Papa visiterà entrambe le città, oggi sì libere dalle bandiere nere dei seguaci di al-Baghdadi, ma ancora inospitali al ritorno di una delle più antiche comunità cristiane del Medio Oriente, attualmente osteggiata dagli Shabak, sciiti determinati a dare continuità al processo di islamizzazione del paese per mezzo di una pulizia etnico-religiosa commessa a danno di tutte le minoranze non islamiche.

Il rischio concreto è quello di una deriva che porti dall’Isis sunnita a un Isis sciita. I fattori determinanti che hanno portato alla configurazione di questo contesto sono sia endogeni che esogeni, interni ed esterni ai confini del paese. Difatti, dopo la destabilizzazione del 2003, innescata dalla Seconda guerra del Golfo, l’Iraq si ritrova nella morsa, non solo geografica, dei due principali antagonisti della regione, l’Iran e l’Arabia Saudita, i cui contrapposti interessi convergono sull’antica Mesopotamia attraverso il sostegno ad opposte fazioni insurrezionaliste.

Il governo di Baghdad, retto, dopo una lunga crisi, dal neo-primo ministro Mustafa al-Kadhimi, resta sostanzialmente a guardare, incapace di arginare tali ingerenze e palesandosi più come un sistema burocratico che non come un vero apparato di potere.

È da tale scenario, dunque, che si evince l’importanza dell’incontro, nella città santa di Najaf, tra Papa Francesco e l’Ayatollah Ali al-Sistani, figura cardine del panorama iracheno e non semplicemente un punto di riferimento religioso.

Già in passato, di fronte all’inefficienza della classe politica e delle locali forze di sicurezza, al-Sistani si è rivolto con efficacia alla totalità del popolo iracheno, a prescindere dall’appartenenza etnico-confessionale. Tutti qui seguono le sue indicazioni ed è pertanto a lui che Bergoglio dovrà chiedere di porre un freno alle violenze contro i cristiani, nel rispetto e nella memoria di un pluralismo religioso andato ormai distrutto.

Con il viaggio in Iraq, secondo una nuova prospettiva, la Chiesa di Francesco, ribadendo la necessità della pace in ogni conflitto, si rimette in cammino verso la periferia della cristianità, seguendo un asse geopolitico-apostolico che ha l’implicita ambizione di fornire un contributo alla pacificazione dell’area mediorientale, senza mai sottomettersi alla forza demografica del mondo islamico, ma ergendosi a baluardo dei suoi fedeli più oppressi, nel rispetto costante dei popoli e dei territori.

Leggi anche: Il viaggio storico del Papa in Iraq: una “carezza” sfidando pandemia e terrorismo

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