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“Non respiro, non respiro”: le ultime parole del giornalista Khashoggi prima di morire a Istanbul

Di Laura Melissari
Pubblicato il 11 Dic. 2018 alle 07:08 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:21
Immagine di copertina

“Non respiro, non respiro”: sono le ultime parole pronunciate prima di morire da Jamal Khashoggi, il giornalista e dissidente saudita, ucciso nel consolato di Riad a Istanbul. Le parole sono contenute nella trascrizione della registrazione audio degli ultimi attimi di vita dell’uomo. Si tratta di prove che confermano il suo omicidio, lo scorso 2 ottobre. E confermano la volontà della Corona saudita di mettere a tacere il ‘columnist’ del Washington Post, considerato scomodo.

La trascrizione è stata ottenuta dalla Cnn, da una fonte “ben informata”. L’omicidio dell’uomo è stato ben pianificato e non è frutto di un errore. La trascrizione è stata preparata dai servizi di intelligence turchi che non hanno mai detto come l’hanno ottenuta.

Secondo quanto emerge dalla registrazione, un uomo identificato come Maher Abdulaziz Mutreb, un ex diplomatico e uomo dell’intelligence saudita, nei momenti prima della morte dell’uomo, fece 3 telefonate: “Di’ ai tuoi, la cosa e’ fatta, e’ fatta”. Non si sa a chi fossero rivolte le chiamate, probabilmente a un suo superiore. Secondo la Cnn, potrebbe trattarsi di Saud al-Qahtani, l’ex capo della comunicazione di Mohamed bin Salman.

L’uomo, fedelissimo alla Corona saudita, è stato rimosso dal suo incarico in seguito all’omicidio e ora è indagato da Ankara.

La trascrizione rilasciata dalla Cnn descrive meticolosamente gli attimi precedenti alla morte del giornalista. “Urla, urla, soffoca, sega, taglia”, sono parole che riescono a distinguersi nel caos e nel rumore di sottofondo.

Uno dei due esecutori materiali dell’assassinio, identificati nella trascrizione come Salah Muhammad al-Tubaiqi ad un certo punto consiglia ai sodali di mettersi gli auricolari (“Ascoltate la musica, come me”), evidentemente per coprire i rumori della sega ossea.

L’Arabia Saudita ha ammesso che l’uomo, sparito dopo essere entrato nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul, in Turchia, è morto mentre si trovava nella struttura. Qui la notizia.

Il 15 novembre la procura generale dell’Arabia Saudita ha incriminato 11 persone per l’omicidio: per 5 di queste, ritenute essere esecutrici materiali dell’uccisione, è stata chiesta la condanna a morte. Le autorità di Riad hanno negato che nell’omicidio sia implicato il principe ereditario, Mohammed bin Salman.

Khashoggi, collaboratore del Washington Post, si era recato nel consolato per completare alcune “pratiche burocratiche” e da allora non si sono più avuto sue notizie.

A denunciare la sua scomparsa era stata la compagna, che lo ha atteso fuori dall’edificio per undici ore, fino alla chiusura degli uffici.

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A questo link un articolo che ricostruisce l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi.