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“È stata un’esperienza straziante”: la testimonianza di una studentessa rapita da Boko Haram

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Khadija Grema è una delle 105 studentesse liberate a sorpresa il 21 marzo 2018 dalle milizie islamiche di Boko Haram. Ha raccontato del momento del rapimento e i tragici eventi che sono seguiti

“Eravamo a scuola, in procinto di interrompere il nostro consueto digiuno, quando alcuni uomini armati sono entrati hanno fatto irruzione. La gente ha cominciato ad urlare, uno degli uomini ha detto che dovevamo arrenderci o ci avrebbero sparato, le insegnanti ci hanno invece urlato di scappare verso il cancello della scuola”.

È l’inizio del racconto fornito da una delle 105 studentesse liberate a sorpresa il 21 marzo in Nigeria e che erano state rapite dalle milizie islamiche di Boko Haram in una scuola di Dapchi, nello stato di Yobe.

Lei si chiama Khadija Grema, ed è intervistata dall’agenzia di stampa News Agency of Nigeria.

In totale le ragazze rapite erano 110, le altre cinque studentesse sono morte, mentre mentre l’unica ragazza cristiana del gruppo sarebbe stata uccisa.

“Quelle di noi che sono state catturate sono state portate a bordo di alcuni veicoli con cui ci hanno portate fuori dalla città”, ha proseguito la ragazza. “Ci hanno chiesto chi di noi aveva osservato il digiuno religioso e a chi ha risposto è stata data carne, tortini di arachidi e acqua”, ha detto Grema.

“Abbiamo pregato, poi abbiamo continuato il nostro viaggio fino a quando siamo arrivati ​​in un posto con un grande albero, si sono fermati e ci è stato chiesto di cucinare”.

Secondo la versione fornita dalla ragazza, i rapitori non hanno usato violenza nei confronti delle studentesse rapite: “Ci hanno nutrito molto bene, ci hanno trattato molto bene, non ci hanno picchiato, non ci hanno molestato”. I rapitori, a suo dire, parlavano tutti kanuri o arabo.

Il quotidiano statunitense The Wall Street Journal ha attribuito la responsabilità del sequestro a una fazione interna del gruppo terroristico Boko Haram, guidata da Abu Musab al-Barnawi, figlio del fondatore del gruppo terroristico, Muhammad Yusuf.

I miliziani le hanno portate “​​in un posto dove c’era un fiume. Siamo scese dai camion e ci hanno chiesto di entrare in alcune canoe, con cui abbiamo attraversato il fiume”, ha detto Grema.

“Dall’altra parte del fiume ci hanno portato in una casa in un villaggio che non conosco, siamo rimaste lì per un po’”. “Il giorno dopo sono venuti a chiederci di uscire e siamo stati portati al fiume e abbiamo proseguito il viaggio fino a quando siamo arrivate in una fitta foresta, dove ci hanno trattenuto e da allora non ci hanno più spostate”.

Il racconto della studentessa sopravvissuta si fa più intenso quando parla del  viaggio sui camion per la loro liberazione : “È stata un’esperienza straziante che ha causato la morte di alcune delle mie compagne di scuola”.

“Cinque delle nostre colleghe sono morte per infarto, traumi e stress a causa del lungo viaggio. Non ci hanno permesso di avvicinarci a loro né ci hanno sottoposto a molestie o a qualsiasi tipo di violenza sessuale”, ha detto Grema.

“Non ci hanno detto perché siamo state liberate, hanno semplicemente detto che siamo musulmane e hanno pensato che fosse giusto per loro liberarci e non farci soffrire”.

L’unica cristiana del gruppo, Leah Sherubu, che si è rifiutata di indossare l’hijab e convertirsi all’Islam, non è stata liberata. “Hanno liberato tutte noi tranne una ragazza, Leah, che non sarebbe stata liberata perché cristiana”, racconta infatti Grama.

I sequestratori hanno chiesto scusa alle famiglie per quanto accaduto, ma hanno minacciato le ragazze di rapirle ancora se dovesse continuare ad andare a scuola, riporta il Guardian.

Non è ancora chiaro perché le ragazze siano state liberate. Secondo il ministro dell’Informazione della Nigeria, Lai Mohammed, “non è stato pagato alcun riscatto” per la liberazione delle studentesse rapite e “l’unica condizione posta dai sequestratori è stata quella di rilasciare le ragazze a Dapchi senza la presenza dei militari nigeriani”.

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