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Myanmar, quei rapporti oscuri tra i militari e il narcotraffico: così il golpe favorisce il mercato delle metanfetamine

Di Giunio Panarelli
Pubblicato il 7 Apr. 2021 alle 14:18
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Immagine di copertina

Il golpe militare in Myanmar rischia di vedere un solo vero vincitore: il narcotraffico. Il paese asiatico, da febbraio teatro di scontri tra l’esercito e i manifestanti che chiedono il ripristino del governo democratico di Aung San Suu Kyi, è infatti da tempo uno dei maggiori Stati produttori di droga.

Storicamente legati al traffico di eroina, di cui il Myanmar è il secondo produttore al mondo, i narcotrafficanti birmani hanno deciso negli ultimi anni di puntare sulle droghe sintetiche, in particolare sulle pillole di Yaba, un derivato delle metanfetamine soprannominato anche “droga della pazzia” per la sua capacità di generare euforia e allucinazioni in chi ne fa uso.

Un traffico da 40 miliardi di dollari

Note anche come pillole thai, le Yaba possono provocare una dipendenza fino a tre volte più forte rispetto a quella dell’ecstasy. Una prova esemplare del pericolo a livello internazionale di questo traffico era già arrivata l’anno scorso quando le autorità birmane avevano sequestrato il più grande quantitativo di droga sintetica mai intercettato nella storia del sud-est asiatico.

Inoltre, i dati delle Nazioni Unite mostrano una crescita molto importante nella produzione di anfetamine nella regione, passata dalle 82,5 tonnellate del 2017 alle oltre 139 del 2019. Un traffico che, secondo i dati dell’International Crisis Group, arriva a generare oltre quaranta miliardi di dollari.

Il luogo di nascita di queste metanfetamine è il cosiddetto “Triangolo dell’oro”, una zona montuosa al confine tra Laos, Myanmar e Thailandia dove le organizzazioni criminali di questi paesi hanno stretto accordi per spartirsi i proventi dello spaccio.

A riprova del numero di paesi coinvolti in questo traffico, c’è la storia dell’arresto di Tse Chi Lop, uno dei principali signori della droga asiatici, fermato a gennaio dalle autorità olandesi e di cui l’Australia ha già chiesto l’estradizione. Il paese guidato da Scott Morrison è infatti considerato la principale “vittima” dell’ondata di pillole di Yaba realizzate nel “Triangolo dell’oro”.

I signori della droga e il golpe

Il rappresentante nel sud est asiatico dell’agenzia Onu per il controllo della droga, Jeremy Douglas, ha già lanciato l’allarme sui possibili effetti del caos post-golpe sul narcotraffico internazionale. “Visti i dati del passato, non possiamo che aspettarci una crescita nel commercio delle droghe sintetiche”, ha spiegato Douglas in un’intervista all’Afp ricordando come “il traffico di droga sia uno dei migliori strumenti per fare soldi in maniera immediata”. E di soldi la popolazione birmana ha sempre più bisogno.

Il golpe militare di febbraio ha provocato una serie di scioperi che, insieme agli effetti delle prime sanzioni internazionali decise dagli Stati Uniti, rischiano di mettere sempre più a repentaglio i precari equilibri economici del paese. Uno degli effetti immediati del colpo di stato è stato l’indebolimento del potere centrale.

La giunta militare si è finora preoccupata di reprimere il dissenso nelle grandi città arrivando a sparare e uccidere, anche con proiettili italiani, oltre 550 manifestanti, ma tralasciando il controllo delle aree più coinvolte nel narcotraffico come quelle dello Shan, dove le organizzazioni criminali sono da tempo interconnesse con autorità locali e gruppi militari ribelli.

Il ritorno dei militari

D’altronde il ritorno al potere dell’esercito non è necessariamente una brutta notizia per i narcotrafficanti. Negli ultimi anni, il governo democratico di Aung San Suu Kyi aveva iniziato a implementare nuove politiche di contrasto al traffico di droga: in collaborazione con le autorità internazionali, il Parlamento aveva avviato una proposta di legge che prevedeva la depenalizzazione dell’uso personale di droga e un giro di vite sul riciclaggio del denaro generato dal commercio di sostanze stupefacenti.

Riciclaggio in cui da tempo si sospetta ci sia perlomeno una connivenza proprio dei militari che, dopo avere ceduto provvisoriamente al ritorno della democrazia nel 2015, hanno continuato a mantenere il controllo di gran parte delle attività finanziarie del paese.

Attività da tempo considerate sospette dalle istituzioni internazionali e che hanno portato all’introduzione del Myanmar nella lista grigia dei paesi sospettati di riciclaggio dalla Financial Action Task Force. Non a caso a distanza di tre giorni dal golpe del primo febbraio, le autorità statunitensi hanno bloccato lo svuotamento di un conto da circa un miliardo richiesto dalla Banca centrale birmana, alleata dei golpisti.

Secondo una fonte di Reuters, il congelamento del conto è stato dovuto non solo alla “stranezza” dello spostamento, richiesto probabilmente per aggirare le imminenti sanzioni americane, ma anche al sospetto che quei soldi siano stati generati dal traffico di Yaba.

Leggi anche: Proiettili italiani sui civili in Myanmar nonostante l’embargo di armi: come ci sono arrivati?

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