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Morire per un capello

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Il Washington Post rivela che sono 27 i casi di condanna a morte oggetto di riesame

Il Washington Post ha riferito che sono 27 le condanne a morte che potrebbero essere viziate da errori nell’acquisizione delle prove da parte dell’FBI.

Gli errori sarebbero frutto di esagerazioni di natura scientifica, e riguarderebbero in particolare l’esame del DNA effettuato sui capelli degli imputati.

Dai dati forniti oggi, risulta che l’esame ha riguardato 21.700 files. I casi problematici sono 120, per ciascuno dei quali si è resa necessaria un’analisi specifica. Di questi, 27 sono le condanne alla pena capitale da riesaminare.

La revisione del Ministero della Giustizia, si sta svolgendo in collaborazione con l’Associazione nazionale degli avvocati difensori e con l’“Innocence Project” , un’organizzazione che si propone di ottenere la revoca delle condanne illegittime e la riforma del sistema giudiziario.

Il lavoro di verifica ha avuto inizio nel luglio 2011 su sollecitazione dello stesso Washington Post. Il giornale – con una serie di articoli – aveva sottolineato come le autorità avessero già dichiarato i possibili errori nelle condanne per crimini violenti emesse tra gli anni ottanta e gli anni novanta, ma non fossero intervenute nei casi specifici.

“Non si sa ancora con certezza quanti di questi casi siano in realtà frutto di un errore” – chiarisce il Washington Post nell’articolo di Spencer S. Hsu – “Ma la questione potrebbe riaprire il dibattito tra i sostenitori della condanna a morte e i suoi detrattori.”

Peter J. Neufeld, co-fondatore dell’Innocence Project, definisce il riesame un “evento storico”, parlando di un passo avanti per il sistema penale e per il rigore nell’acquisizione delle prove negli Stati Uniti.

In almeno un’occasione il progetto ho dato i suoi frutti: il 7 maggio, la Corte Suprema del Mississippi ha bloccato l’esecuzione di Willie Jerome Manning – condannato per un duplice omicidio – qualche ora prima che fosse eseguita un’iniezione letale.

La stessa FBI in quel caso riconobbe che l’analisi iniziale delle prove – come ad esempio l’analisi di campioni di capelli trovati sulla scena – conteneva numerosi errori e “superava i limiti della scienza” ed era, pertanto, “invalida.”

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