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I migranti in aumento non dipendono dalle Ong davanti alla Libia, ma dal cambio di rotta del Mediterraneo

Salvini grida ai porti aperti, ma non sa che è la rotta dei migranti ad essere cambiata dalla Libia ai porti tunisini

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 21 Set. 2019 alle 22:17 Aggiornato il 21 Set. 2019 alle 22:18
Immagine di copertina
Migranti soccorsi nel Mediterraneo Credit: AFP

Migranti, Salvini parla di aumento ma è la rotta del Mediterraneo ad essere cambiata

Era immaginabile e infatti è accaduto: l’opposizione salviniana è banale quanto la propaganda quando era al governo, tutta incentrata nella manipolazione dei numeri (quelli che le convengono) e con il solito piglio semplicistico che butta la complessità nel calderone della retorica e della semplificazione.

Salvini e l’ultima uscita sui migranti

L’ultima uscita (infelice come tutte, superficiale come un giro al mare in moto d’acqua della Polizia) è che ora i porti sarebbero aperti (e non sono mai stati chiusi) e che l’aumento degli sbarchi sarebbe dovuto all’insediamento del nuovo governo e alla mollezza dell’Italia sulla questione.

I dati invece raccontano tutta un’altra storia: nelle ultime tre settimane gli arrivi via mare dei migranti sono in aumento non per le Ong al largo della costa libica (anzi, i dati dimostrano esattamente il contrario visto che con le navi umanitarie vicino alla Libia partivano 44 persone in media al giorno contro le 75 senza la presenza di navi) ma perché probabilmente (è una tesi confermata anche da alcuni osservatori del Viminale) è cambiata la rotta del Mediterraneo spostandosi dalla Libia ai porti tunisini che in 24 ore di viaggio (parliamo di piccole imbarcazioni che difficilmente possono essere individuate) arrivano a Lampedusa (che infatti sta esplodendo per gli arrivi).

Cambio di rotta

Lo racconta molto bene Alessandra Ziniti su Repubblica: “Sui gommoni in partenza dalla Libia le chances di arrivare sono sempre di meno: la percentuale di mortalità è altissima (uno su venti non ce la fa) così come il rischio di venire riportati indietro. I potenti gruppi di trafficanti libici e dell’Africa centrale stanno spostando sulle spiagge al confine tra Libia e Tunisia centinaia di migranti rinchiusi nei centri di detenzione nel deserto e lungo le coste libiche. Colonne di pick up e furgoni fanno la spola di notte tra Tunisia e Libia e non sempre ai posti di frontiera si tengono gli occhi aperti”.

Interrogato sul punto anche il procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella (che con il capo dell’ufficio Luigi Patronaggio si è occupato di parecchie inchieste su sbarchi e scafisti) sembra avere le idee chiare: “Ormai sono più i migranti che arrivano con gli sbarchi autonomi di quelli che partono dalla Libia”, ha dichiarato il procuratore, precisando che i dati del m ministero sugli arrivi dalla Tunisia “non contemplano tutti quelli che arrivano in piccoli gruppi sulle spiagge e che sfuggono ai controlli” dal 2017, sotto tutti i governi che si sono succeduti.

Anche perché, spiega sempre Vella, “sui barchini che arrivano autonomamente stiamo cominciando a vedere non solo tunisini ma anche subsahariani. Capire cosa sta accadendo è complicato, pensiamo però ci siano nuove rotte che non arrivano più in Libia ma in Tunisia, dove la traversata in mare è più semplice e si può fare con piccole barche e con pochi rischi”.

La situazione in Tunisia

I tunisini che arrivano in Italia raccontano di essere partiti a causa dell’incerto momento politico nazionale: i candidati Kais Saied e Nabil Karoui andranno al ballottaggio per il secondo turno delle presidenziali, il secondo è un potente uomo d’affari arrestato qualche mese fa per riciclaggio, frode finanziaria e corruzione.

Sì, si parla di Tunisia, un altro dei fantomatici porti sicuri che sventolano i sovranisti di casa nostra. Quelli che vivono per il nazionalismo ma disconoscono la politica internazionale.

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