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L’ex ginnasta bielorussa a TPI: “Non posso restare in silenzio sulla guerra. A Kiev anche molti miei concittadini scappati da Lukashenko, ora devono fuggire di nuovo”

Immagine di copertina
Melitina Staniouta con la medaglia d'argento vinta a Baku, in Azerbaijan, il 21 giugno 2015. Credit: EPA/ROBERT GHEMENT

Melicina Stanjuta non ha paura di usare le parole giuste. Al telefono con TPI definisce senza esitare “guerra” quella che per il governo russo e il suo alleato, la Bielorussia di Alexander Lukashenko, è “l’operazione militare speciale” in Ucraina. Ex ginnasta olimpica bielorussa, vincitrice di numerose medaglie nella ginnastica ritmica prima del suo ritiro nel 2016, oggi allenatrice, Stanjuta non può più vivere nel suo Paese da quando nel 2020 si è schierata apertamente sui social contro il regime bielorusso. Ha dovuto lasciare Kiev, diventata la sua seconda casa, quando ormai sembrava evidente che Mosca avrebbe invaso l’Ucraina. Oggi vive tra Italia e Spagna con un visto turistico, che tuttavia a breve scadrà e che non le permette di trovare un lavoro stabile.

Qual è stato il momento in cui hai deciso di prendere posizione sulle violenze contro i manifestanti in Bielorussia?

«Prima delle elezioni in Bielorussia di agosto 2020 il presidente Lukashenko ha messo in prigione gli altri candidati. Anche persone che manifestavano pacificamente, semplicemente stando in piedi, sono state incarcerate. Ho deciso di parlare quando una sera, mentre ero fuori con i miei amici, e ho visto la polizia usare la forza contro persone che stavano ferme e battevano le mani, che è un modo che abbiamo in Bielorussia per protestare. In quel momento ho visto con i miei occhi quanto potessero essere violenti gli agenti. Ero scioccata».

Cosa è successo dopo?

«L’indomani ho visto delle persone venire arrestate solo perché erano in fila fuori da un negozio per comprare la storica bandiera bielorussa, quella bianca-rossa-bianca, usata prima dell’Unione sovietica e ora diventata simbolo della protesta. In quel momento ho scritto un post, per dire che in un Paese democratico questo non sarebbe successo, perché non stavano facendo nulla contro la legge».

Hai capito dall’inizio che scrivere quel post poteva essere rischioso per te?

«Sì, l’ho pensato dall’inizio. Ma non riuscivo a dormire al pensiero di quelle persone in prigione. Era davvero troppo, non potevo continuare a restare in silenzio».

Quali sono state le conseguenze?

«All’epoca lavoravo da tre anni come giornalista per la tv bielorussa, avevo un programma settimanale. Pochi giorni dopo il mio post mi è stato comunicato che il programma era stato cancellato. Era luglio 2020. A quel punto ho avuto una conversazione davvero sgradevole con il mio capo e ho perso il lavoro».

A quel punto la tua vita è cambiata.

«Ho lasciato il Paese subito prima delle elezioni, perché ho capito che era troppo pericoloso restare. Sono stata via per tre mesi. Non potevo entrare in Europa per via del Covid, così sono stata in Russia e in altri Paesi. Quando sono rientrata in Bielorussia avevo molta paura, sapevo che in ogni momento potevo essere arrestata, come è successo a una mia amica, una giocatrice di basket che era stata alle Olimpiadi ed è stata in prigione per settimane per aver preso posizione. Ma è successo anche a molti altri personaggi noti che hanno fatto la stessa scelta».

Temevi sarebbe successo anche a te?

«Ogni volta che sentivo le sirene della polizia pensavo che fosse per me, ero molto spaventata. Cercavo di passare meno tempo possibile a Minsk. Non riuscivo neanche a trovare un lavoro, perché ero contro il regime. Così ho lavorato all’estero, anche a Kiev».

Poi la Russia ha invaso l’Ucraina, e anche Kiev non è stata più un posto sicuro.

«Sì. Ho vissuto in Ucraina per qualche mese, poi a fine gennaio sono dovuta tornare a Minsk per ottenere alcuni documenti. Sarei dovuta tornare a Kiev, ma i miei amici lì mi dicevano che c’era un grande rischio che Putin invadesse l’Ucraina, così per sicurezza sono andata in Spagna, perché avevo un visto turistico. Ho prenotato un hotel fino al primo marzo, pensando che se l’attacco dei russi non ci fosse stato sarei potuta tornare. Era tutto pronto, dovevo solo comprare il biglietto aereo».

Quando è scoppiata la guerra di nuovo non sei rimasta in silenzio.

«Non potevo. Avevo vissuto in Ucraina, conosco persone che vivono lì. Anche adesso ho amici molto stretti che si nascondono dalle bombe, non lontano da Kiev. E sfortunatamente i razzi non partono solo dalla Russia, ma anche dalla Bielorussia. Già a fine gennaio, quando ero tornata a Minsk per i documenti, avevo visto i carri armati russi ed equipaggiamenti militari attraversare la città. A febbraio le autorità hanno annunciato “un campo di addestramento militare” al confine con l’Ucraina, era così strano».

Cosa pensi del conflitto?

«Lo condanno fermamente. Ed è molto triste per me vedere colleghi della Russia o della Bielorussia che pensano alle medaglie e pubblicano post con simboli come la lettera “Z” – usata per segnare i carri armati russi – e sono così ciechi verso ciò che sta succedendo ai loro colleghi ucraini. Nessuna medaglia vale più della vita umana. Ne sono sicura».

Cosa pensano i tuoi amici bielorussi di questa guerra?

«Gran parte dei miei amici bielorussi avevano dovuto lasciare il Paese dopo il 2020, e si erano spostati in Ucraina perché era un Paese libero. Ora tutti loro devono lasciare anche l’Ucraina, stanno perdendo ancora una volta la loro casa. Questo mi spezza il cuore».

Ma chi è rimasto in Bielorussia ha contezza di quello che sta succedendo?

«Penso che i bielorussi abbiano la mente aperta, perché dal 2020 sanno cosa sia la propaganda e cosa significhi che la stessa persona sia presidente per molti e molti anni. Credo che la maggior parte di loro capisca».

I tuoi amici e la tua famiglia cosa pensano?

«Non conosco una singola persona in Bielorussia che sia a favore della guerra oggi, così come non conosco nessuno che abbia votato per Lukashenko nel 2020. Quindi credo che la maggior parte dei bielorussi la pensi così».

Pensi che lo sport e i suoi valori ti abbiano aiutata in qualche modo a sostenere la democrazia?

«Gli sportivi secondo me sono un po’ come i diplomatici: rappresentano il loro Paese e sono molto conosciuti. Per questo credo che dovremmo essere dei modelli, soprattutto per i bambini. La vera vittoria per noi è essere dei buoni esempi, specialmente chi è molto seguito sui social come Instagram e TikTok».

Qual è l’esempio che gli sportivi possono dare oggi?

«Secondo Pierre De Coubertin, che ha inventato le Olimpiadi moderne, il primo obiettivo per gli sportivi è il “fair play”. Oggi non è “fair”, non è giusto, che mentre alcuni sportivi si allenano altri siano costretti a nascondersi nei rifugi. In primo luogo questo non è giusto. La Carta Olimpica dice chiaramente che tutti dovrebbero avere la possibilità di fare sport nelle stesse condizioni».

Ora non puoi tornare in Bielorussia né in Ucraina. Cosa pensi di fare?

«Al momento sono stata ospitata da amici in Spagna e in Italia, ma non mi aspettavo di restare fuori così tanto tempo, quindi non ho molto denaro. Inoltre le mie carte di credito sono state bloccate a causa delle sanzioni. Ma sono una buona allenatrice e parlo diverse lingue. Finora alcuni club che mi hanno chiamata per delle masterclass, e li ringrazio molto per questo. Vorrei trovare un lavoro più duraturo nell’Ue, ma al momento non posso perché ho il visto turistico, e purtroppo il passaporto bielorusso non è uno dei migliori da avere al momento. Proverò a chiedere un “Passeport talent” in Francia, purtroppo in Spagna o in Italia non esiste».

Speri che la Bielorussia possa diventare un Paese democratico in futuro?

«Certo, spero che tutto cambi. Io non ho avuto l’opportunità di vedere la democrazia in Bielorussia per 27 anni, che sono molti per una persona ma non sono così tanti per la Storia. Penso che la maggior parte dei Bielorussi preghi affinché il nostro Paese diventi democratico e il governo finalmente cambi».

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