La doppia strategia del Regno Unito sulla Brexit

Il premier britannico Theresa May assicura che otterrà un buon accordo con l'Europa, ma il ministro dell'Economia Hammond sceglie la prudenza a causa dell'incertezza

Di Maurizio Carta
Pubblicato il 2 Dic. 2016 alle 07:24 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 22:49
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Immagine di copertina

Tra il primo ministro inglese e il suo ministero dell’Economia ci sono due strategie contrastanti sulla Brexit.

Theresa May rassicura il pubblico e i mercati e afferma che otterrà un buon patto d’uscita: il Regno Unito resterà un punto di riferimento per il commercio mondiale. Philip Hammond, capo del dicastero delle finanze, ha il compito di tenere i conti in ordine e di affrontare l’incertezza economica delle previsioni. Il suo predecessore George Osborne aveva pianificato il pareggio di bilancio nel 2020. Hammond, alla luce del risultato referendario, ha dovuto modificare il proprio operato. Con l’Autumn Statement, dove sono presentate le intenzioni di tassazione e spesa, sono stati inseriti alcuni cambiamenti.

L’Office for budget responsibility, organo di analisi indipendente del governo, ha ricordato che il pareggio di bilancio non è scontato. L’ente prevede che nel quinquennio 2016-2020 la crescita economica britannica sarà del 2,4 per cento, inferiore a quella prevista. Il governo in questi cinque anni dovrà quindi chiedere circa 120 miliardi di sterline in prestito, incrementando il debito pubblico.

Hammond segue una dottrina economica che prevede di non applicare misure austere e restrittive in periodi di incertezza economica. Per esempio, ci sono 23 miliardi di sterline in investimenti pubblici come ferrovie e ammodernamento digitale. In sintesi, una previsione del quinquennio rimane un’incognita, non essendo scontato che il Regno Unito ottenga la permanenza nel mercato unico europeo, dove esporta quasi la metà dei propri prodotti.  

Sul lato politico-diplomatico e commerciale, Theresa May si sta adoperando in un tour fra le diverse cancellerie mondiali. Di recente è stata in India e attende un incontro con il neo eletto Donald Trump. Ma quale sarà l’accordo con l’Europa? I 27 alleati europei non consentiranno la permanenza nel mercato unico senza la libertà di circolazione delle persone.

Tenere le frontiere aperte per accedere al mercato unico sembra essere la linea dura che l’Unione europea imporrà ai suoi negoziatori, la condizione necessaria per rimanere nel mercato unico. Chiudere le frontiere potrebbe creare un precedente pericoloso per la stessa Ue, dove dilaga l’anti europeismo di Marine Le Pen in Francia e Geert Wilders in Olanda. Al contrario, fare un’eccezione per il Regno Unito potrebbe mandare in frantumi i principi cardine del blocco europeo e minarne le fondamenta.

Il ministro degli Esteri Boris Johnson ha evidenziato come l’Italia faccia affidamento sul Regno Unito per vendere prosecco, mentre David Davis, il ministro ad hoc per la Brexit, non sembra aver incantato i suoi interlocutori nelle sue recenti visite europee. Le trattative inizieranno non prima che l’art. 50 del Trattato di Lisbona sia invocato da Londra. Da quel momento e nei due anni successivi si negozierà il divorzio.

In Francia l’anno prossimo ci saranno le elezioni politiche, così come in Germania, dove Angela Merkel ha annunciato la candidatura per un quarto mandato. Due paesi che senza dubbio sono quelli che più hanno peso nel grande condominio europeo. Ma anche i produttori di macchine tedesche cercheranno di tirare la giacca al governo di Berlino: il mercato unico è necessario a mantenere uno sbocco fondamentale, come è quello britannico. Per adesso si va avanti così, con la premier May che rassicura, e con il ministro economico Hammond che fa i conti, considerando l’imprevedibile. 

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