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Hariri prova a formare un nuovo governo in Libano, sempre tra le proteste

Di Giulio Alibrandi
Pubblicato il 23 Ott. 2020 alle 19:47 Aggiornato il 23 Ott. 2020 alle 19:52
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Immagine di copertina
Saad al-Hariri. Credit: ANSA

Quando il 29 ottobre 2019 Saad al-Hariri aveva annunciato le sue dimissioni da primo ministro del Libano, le centinaia di migliaia di manifestanti scese in strada per quasi due settimane di proteste senza precedenti chiedevano una svolta. “Queste dimissioni sono benvenute ma non basta (…) Vogliamo che l’intero sistema cambi” aveva detto una manifestante 32enne, madre di due figli.

Dopo il fallimento dei propositi di riforma degli ultimi mesi, nelle scorse ore Hariri è stato nuovamente incaricato di formare un governo. Ieri, a quasi un anno di distanza da quelle dimissioni, il presidente Michel Aoun ha chiesto all’imprenditore sunnita di guidare il suo quarto esecutivo dopo aver ottenuto il consenso di 65 deputati su 128, pur senza incassare il sostegno del movimento filo-iraniano Hezbollah e del Movimento patriottico libero a esso alleato, guidato dal genero di Aoun, il cristiano maronita Gebran Bassil.

Hariri ha promesso di guidare un esecutivo di tecnici, definiti esperti al di sopra delle parti, con l’obiettivo di implementare la cosiddetta “iniziativa francese” promossa dal presidente francese Emmanuel Macron, che dopo le enormi esplosioni che ad agosto hanno devastato Beirut, ha rotto gli indugi intervenendo direttamente nella vita politica della ex colonia. Nel corso di due visite ufficiali dallo scorso agosto, il capo di Stato francese ha chiesto alle “alte sfere“ della società libanese di accettare le riforme come condizione per sbloccare aiuti internazionali ed evitare anche l’imposizione di sanzioni.

Figlio del costruttore Rafic Hariri, diventato primo ministro del Libano tra gli anni Novanta e Duemila e ucciso nel 2005 in un attentato suicida a Beirut, Hariri ha guidato il Libano per circa cinque anni in due periodi, tra il 2009 e il 2011 e tra il 2016 e il 2020. A novembre 2017 è stato al centro di un caso internazionale quando ha annunciato a sorpresa le sue dimissioni da primo ministro durante una visita in Arabia Saudita, senza poi rientrare per quasi due settimane nel suo paese.

Una volta tornato in Libano, Hariri ha poi rinunciato a presentare le proprie dimissioni accogliendo la richiesta del presidente Aoun. L’episodio è emblematico di un paese costantemente esposto alle tensioni geopolitiche tra Siria, Israele, Iran e paesi del Golfo, in cui una delle forze più influenti a livello politico, Hezbollah, è considerata in tutto o in parte un’organizzazione terroristica da decine di paesi e organizzazioni internazionali, tra cui Unione Europea e Stati Uniti.

Nella sua lunga esperienza politica, Hariri ha dovuto fare ripetutamente i conti con le richieste della comunità internazionale di riformare il paese. Già nel 2018 alla conferenza internazionale Cedre a Parigi era stato raggiunto un accordo su un pacchetto di aiuti quinquennale da 11 miliardi di dollari a sostegno dell’economia il cui rilascio, mai avvenuto, era condizionato all’attuazione di riforme. Negli ultimi mesi il suo successore Hassan Diab non ha avuto maggiore successo nel trattare con il Fondo monetario internazionale per ottenere aiuti da 10 miliardi di dollari, mentre a ottobre Mustafa Adib ha dovuto rinunciato all’incarico di formare un governo dopo non essere riuscito a trovare un’intesa riguardo la sua proposta per superare le attuali suddivisioni del potere su base settaria.

Nonostante l’inazione della politica libanese la situazione economica non è certo migliorata. Già prima dell’arrivo della pandemia, la crisi che attraversava il paese aveva assunto dimensioni storiche. Il Libano stava vivendo la peggiore recessione dalla fine della guerra civile 30 anni fa con il terzo debito pubblico più alto al mondo in rapporto al Pil, mentre per la prima volta in due decenni moneta nazionale iniziava a svalutarsi rispetto al dollaro.

Oltre a interventi contro la crisi economica, i manifestanti scesi in strada da ottobre 2019 chiedevano anche interventi decisi contro la corruzione endemica, la spartizione del potere su base settaria e riforme per ammodernare la fornitura di energia elettrica, disponibile soltanto per alcune ore al giorno e frequentemente interrotta da blockout, oltre alla fine delle interferenze esterne.

Negli ultimi mesi la situazione economica si è ancora più aggravata. Dallo scorso ottobre la lira libanese ha adesso perso quasi l’80 percento del suo valore, mentre l’inflazione ad agosto è arrivata al 120,3 percento e la disoccupazione è stimata intorno al 30 percento. Per quest’anno il Fondo monetario internazionale stima un crollo del Pil del 25 percento, il secondo dato peggiore nella regione dopo quello della Libia.

Poche ore prima che Hariri ricevesse l’incarico per formare un nuovo esecutivo, alcuni suoi sostenitori hanno dato alle fiamme il simbolo della “Rivoluzione d’ottobre” in piazza dei Martiri a Beirut, alto 11 metri. Il giorno successivo, mentre Aoun annunciava di aver dato l’incarico a Hariri, i manifestanti lo hanno sostituito e hanno eretto un altro “pugno della rivoluzione” accanto al primo.

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