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“Vivono in uno stato di paura costante”: l’Unhcr racconta a TPI il dramma degli sfollati in Libano

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Distribuzione di aiuti umanitari a Tiro, in Libano, il 30 marzo del 2026. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

Oltre un milione di persone sono scappate dai raid di Israele contro Hezbollah. Un terzo si ammassano in rifugi sovraffollati. Il resto adotta soluzioni di fortuna. Hanno perso tutto. “Ma la distruzione dei villaggi e gli ordigni inesplosi bloccano ogni speranza di ritorno”, ci spiega il capoufficio dell’Agenzia Onu a Tripoli, Marco Procaccini

Oltre 3.700 morti, più di 11mila feriti e un milione di sfollati che hanno dovuto abbandonare tutto ciò che avevano: il drammatico bilancio della guerra ripresa il 2 marzo scorso tra Israele e Hezbollah in Libano delinea una catastrofe umanitaria, con centinaia di migliaia di famiglie evacuate dalle regioni meridionali del Paese dei Cedri e dalla periferia sud della capitale Beirut. «Le persone vivono al ritmo degli attacchi israeliani e degli ordini di evacuazione, in uno stato di paura costante, assistendo ai propri quartieri messi sotto minaccia, ai propri cari uccisi o feriti e alle loro vite sconvolte da un momento all’altro», spiega a TPI Marco Procaccini, capo dell’ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) a Tripoli. Malgrado l’annuncio di un accordo tra Usa e Iran abbia esteso il cessate il fuoco anche in Libano, i civili continuano a pagare il prezzo più alto del conflitto e la situazione resta imprevedibile. «Anche nei rari momenti di de-escalation, per ora, permangono un’occupazione da parte delle forze militari israeliane di vaste zone, la distruzione di abitazioni e villaggi, la presenza di ordigni inesplosi e la mancanza di servizi essenziali».
Ma la crisi morde con ancora più ferocia i soggetti più fragili e le popolazioni non libanesi, come i rifugiati siriani e palestinesi, che faticano a trovare ripari sicuri e subiscono pesanti contraccolpi. «I rifugiati affrontano vulnerabilità aggiuntive, tra cui maggiori difficoltà ad accedere ai dormitori e rifugi collettivi o ad essere capaci di individuare soluzioni abitative alternative ma relativamente sicure», ha aggiunto il capo dell’ufficio dell’Unhcr a Tripoli. Anche la componente di genere è un fattore cruciale dell’emergenza. Oltre il 62% dei quasi 250mila sfollati assistiti in Libano è composto da donne e ragazze. «Sono esposte a maggiori rischi di violenza, sfruttamento di tipo sessuale e lavorativo, e soffrono molto la mancanza di spazi sicuri», ci spiega Procaccini. A fronte di bisogni così colossali, la risposta umanitaria si scontra purtroppo con un drammatico vuoto di risorse. Al 31 maggio infatti, le attività complessive dell’Unhcr risultavano finanziate per il appena il 21% delle necessità totali. L’agenzia ha bisogno urgente di oltre 94 milioni di dollari per riuscire a proteggere e sostenere 733mila persone, libanesi e non, rifugiati inclusi, durante una crisi che non sembra lasciare tregua.
Dove si trovano fisicamente gli sfollati in questo momento e quali sono le loro condizioni di vita?
«Le persone vivono al ritmo degli attacchi israeliani e degli ordini di evacuazione, in uno stato di paura costante, assistendo ai propri quartieri messi sotto minaccia, ai propri cari uccisi o feriti e alle loro vite sconvolte da un momento all’altro. Nonostante i ripetuti annunci di cessate il fuoco a partire da metà aprile, la violenza non si è mai fermata e sono i civili a pagarne il prezzo più alto. Per molti, la realtà di oggi è fatta di sfollamenti ripetuti, perdite continue e una crescente incertezza su ciò che li attende».
Quali sono i bisogni più urgenti degli sfollati?
«Oggi assistiamo a una crisi di sfollamento estremamente ampia e in continua evoluzione. Oltre 134mila persone sono ospitate in più di 600 rifugi collettivi, molti dei quali scuole, che sono ormai pieni o sovraffollati. Allo stesso tempo, la grande maggioranza, più di 800mila persone si trovano fuori dai centri ufficiali: ospitate da parenti, in sistemazioni informali, in edifici incompleti o addirittura in auto o spazi aperti. Le condizioni sono sempre più difficili. Le famiglie spesso sono fuggite con pochissimi beni e molte vivono cicli ripetuti di sfollamento, con accesso limitato ai servizi di base. I risparmi che potevano avere dopo mesi di conflitto e di perdita del lavoro, si sono esauriti rendendo difficile anche soddisfare necessità di base come il cibo, i medicinali, la corrente elettrica. Nei rifugi collettivi, i bisogni più urgenti riguardano alloggi adeguati, accesso all’acqua e ai servizi igienici, beni essenziali, assistenza sanitaria e supporto psicosociale. Tuttavia, questi centri sono già al limite della capacità. Per questo si stanno esplorando soluzioni alternative, tra cui il sostegno alle comunità ospitanti, la riabilitazione di nuovi spazi e l’assistenza economica per consentire alle famiglie di trovare una sistemazione autonoma in affitto».
L’annuncio di un accordo tra Usa e Iran ha esteso il cessate il fuoco anche in Libano tra Israele e Hezbollah, ma la situazione resta imprevedibile. In un contesto così instabile, cosa chiedono le persone sfollate?
«Ovviamente sono ore cruciali, il memorandum che è stato annunciato può essere chiaramente un “game changer” se non sarà inefficace come i precedenti tentativi. Le persone chiedono prima di tutto la fine della guerra, la protezione dei civili e la possibilità di vivere in sicurezza e dignità nella loro terra senza dovere continuare a fuggire di luogo in luogo. Molti vorrebbero tornare a casa, ma nella maggior parte dei casi non è ancora possibile a causa del conflitto ancora attivo in molte zone del Sud del Libano e di tanto in tanto anche nell’area meridionale di Beirut. Inoltre anche nei rari momenti di de-escalation permane per ora un’occupazione da parte delle forze militari israeliane di vaste zone, la distruzione delle abitazioni e dei villaggi, la presenza di ordigni inesplosi e la mancanza di servizi essenziali. Per ora da parte delle persone sfollate non si percepisce che possa esistere una soluzione alternativa al ritorno».
I rifugiati siriani e palestinesi e le altre popolazioni non libanesi figurano tra i più colpiti dall’escalation, scontrandosi con maggiori difficoltà all’accesso a rifugi sicuri. Quali ostacoli specifici stanno incontrando sul campo e come sta intervenendo l’Unhcr per garantire loro protezione e un accesso equo agli aiuti?
«I rifugiati affrontano vulnerabilità aggiuntive, tra cui maggiori difficoltà ad accedere ai dormitori e rifugi collettivi o ad essere capaci di individuare soluzioni abitative alternative ma relativamente sicure. L’Unhcr, insieme al Governo libanese e ai partner, garantisce una risposta inclusiva attraverso assistenza, protezione, supporto abitativo e aiuti economici ai più vulnerabili tra questa popolazione. Per esempio, effettuiamo un monitoraggio costante di quei rifugiati che sono stati costretti ad abbandonare i luoghi di residenza dove si erano stabiliti perché in aree insicure. Purtroppo alcuni hanno anche perso la vita o sono stati feriti perché non sono riusciti a fuggire in tempo. Ai più vulnerabili offriamo supporto con informazioni, assistenza con beni di prima necessità, supporto psicologico, servizi di protezione dell’infanzia. Ma le necessità rimangono enormi».
Quali sono i rischi specifici di genere emersi durante il conflitto e come vengono strutturati i servizi di protezione per rispondere alle loro esigenze?
«Donne e ragazze, così come i bambini in generale, sono esposte a maggiori rischi di violenza, sfruttamento di tipo sessuale e lavorativo, e soffrono molto la mancanza di spazi sicuri. I servizi di protezione includono supporto psicosociale, dispositivi per persone con disabilità, canalizzazione verso servizi specializzati, attività di dialogo e ascolto, attività per le bambine e le ragazze, supporto a spazi sicuri».
Al 31 maggio le attività dell’Unhcr erano finanziate al 21% delle necessità totali. Cosa succede concretamente sul campo quando manca quasi l’80% dei fondi?
«Le limitazioni di finanziamento rappresentano una delle principali sfide per il mantenimento dell’assistenza salvavita.  Al 21 maggio, l’appello Flash per il Libano, pari a 308 milioni di dollari, risulta finanziato al 60%, con 186 milioni ricevuti. Il significativo divario finanziario limita la capacità dei partner umanitari, Unhcr compresa, di mantenere i servizi essenziali e di fornire assistenza salvavita. Settori critici, tra cui protezione, acqua e servizi igienici, sono stati ridotti ai minimi termini e si ridurranno ulteriormente se non verranno garantiti urgentemente nuovi finanziamenti. Sotto la guida del Governo del Libano e del Ministero degli Affari Sociali, la comunità umanitaria ha esteso per tre mesi (giugno–agosto 2026) il Lebanon Response Plan (Lrp) Flash Appeal, per sostenere l’assistenza urgente durante il conflitto in corso. L’appello rivisto richiede ulteriori 331,5 milioni di dollari (in aggiunta ai precedenti 308 milioni), portando il fabbisogno totale a 639,9 milioni di dollari, per supportare 1,4 milioni di persone vulnerabili. In linea con questo appello, l’Unhcr necessita con urgenza di 94,2 milioni di dollari in finanziamenti flessibili per mantenere l’assistenza a 733mila persone colpite — libanesi e non libanesi, inclusi i rifugiati — in un contesto di sfollamento e instabilità continui».

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