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La ragazza che sfida i talebani di Peshawar

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A soli 26 anni, un'attivista pachistana rischia la vita per lottare contro l'estremismo religioso e la discriminazione di genere

Gulalai sa di aver messo a repentaglio la sua vita e quella della sua famiglia. Sa cosa rischia ogni volta che esce di casa per andare a lavoro. Ma ogni minaccia di morte che riceve, anziché dissuaderla, non fa altro che motivarla a portare avanti il suo progetto.

Gulalai Ismail è una giovane attivista pachistana di 26 anni, nata a Swabi e cresciuta a Peshawar. A soli 16 anni, ha fondato l’associazione Aware Girls, che si occupa di promuovere i diritti delle donne e di contrastare il radicalismo islamico con programmi di educazione per i giovani.

A Peshawar, dove ha sede l’associazione, il suo lavoro oggi appare più importante che mai. In questa città nel nord-ovest del Pakistan, lo scorso 16 dicembre un commando di Taliban ha attaccato una scuola uccidendo 141 persone, di cui 132 bambini. (Qui la storia su The Post Internazionale).

“I nostri bambini non possono essere carne da macello o danni collaterali della guerra”, scrive Gulalai, commentando la notizia dell’attacco alla scuola. “È arrivato il momento di denunciare il terrorismo ad alta voce, perché il silenzio porterà solo altra violenza. Non vogliamo un’altra guerra, chiediamo solo pace e giustizia”.

Gulalai è figlia di un attivista pachistano e sin da piccola si indignava per le discriminazioni di cui erano vittime le donne della sua comunità. In un’intervista alla Bbc, racconta di essere cresciuta in un’area rurale in cui le bambine non potevano giocare per strada né andare a fare la spesa da sole, le ragazze si sposavano da giovanissime e le donne spesso subivano gli abusi dei mariti e dei familiari.

“Quando a nove anni mi sono trasferita a Peshawar per studiare tutti mi dicevano che ero una bambina privilegiata”, racconta Gulalai. “Ma l’educazione dovrebbe essere considerata un diritto fondamentale, non un privilegio”.

La maggior parte delle bambine pachistane completa solo la scuola primaria e solamente il 29 per cento frequenta le scuole superiori. Gulalai è però riuscita a proseguire gli studi e si è laureata in biotecnologie all’Università di Islamabad.

“Un giorno, durante una lezione di scienze alle scuole superiori, chiesi alla mia insegnante perché tutti gli scienziati fossero uomini,” racconta Gulalai, spiegando perché ha deciso di studiare biotecnologie. “Tutti si misero a ridere e la mia insegnante mi disse: ‘Aspettiamo che sia tu a diventare uno scienziato’. Accettai la sfida: fu in quel momento che decisi cosa avrei studiato da grande”.

Alla passione per la scienza, Gulalai combina quella per la difesa dei diritti umani. Nel 2002, insieme alla sorella quindicenne, ha fondato Aware Girls e da allora l’associazione ha educato e ispirato centinaia di giovani pachistani. Inizialmente l’associazione si dedicava a progetti per donne e bambine, con campagne di sensibilizzazione e corsi in leadership, empowerment e negoziazione per permettere alle giovani di “avere controllo sulla loro vita”.

In seguito Aware Girls iniziò a lavorare anche con ragazzi: “Un giorno una donna mi disse che suo figlio dodicenne era stato reclutato dai militanti talebani, che l’avevano convinto a partire per la jihad. Alcuni mesi più tardi le consegnarono a casa il cadavere del figlio”. Così Gulalai ha spiegato cosa l’ha spinta a lanciare la campagna “Seeds of Peace”. Con questo progetto, Aware Girls cerca di dissuadere i giovani dall’arruolarsi con i militanti, organizzando training in cui si promuove l’idea di risoluzione pacifica dei conflitti e la non violenza. I giovani che partecipano devono poi organanizzare a loro volta altri training, per continuare a piantare i “semi di pace”.

Durante le elezioni del 2013, Aware Girls ha inoltre organizzato dei team di giovani osservatori che si sono recati ai seggi per monitorare la situazione e assicurarsi che tutti potessero votare senza ricevere minacce e intimidazioni.

Gulalai è diventata un modello da seguire per molti giovani pachistani: “Ho ricevuto messaggi da genitori che mi dicono che vorrebbero che le loro figlie fossero come me”, racconta. “Un giorno, dopo aver organizzato un training sull’uguaglianza di genere rivolto agli uomini, un ragazzo mi disse che pensava che le donne non potessero parlare in pubblico ed esporre ragionamenti logici, ma che grazie a me aveva cambiato idea”.

Il coraggio e la determinazione di Gulalai sono stati premiati con diversi riconoscimenti internazionali: nel 2013 ha vinto il premio per la Democrazia del National Endowment for Democracy, è stata inclusa nella lista dei Global Thinkers 2013 del magazine Foreign Policy ed è stata invitata dal presidente Obama a incontri di alto livello su temi quali uguaglianza di genere, pace e società civile.

I riconoscimenti e i premi ricevuti sono però solo un lato della medaglia. A causa del suo lavoro, Gulalai rischia la vita. L’anno scorso quattro uomini armati cercarono di entrare nel suo appartamento, accusandola di essere una spia al soldo della CIA e minacciando ucciderla. Da quel giorno, la giovane attivista e la sua famiglia si sono trasferiti in un appartamento segreto, ma le attività di Aware Girls non si sono fermate: “Gli attacchi che ricevo sono il segno che il mio lavoro è efficace e che gli estremisti si sentono minacciati: rafforzano la mia determinazione”, dice Gulalai.

Negli ultimi anni la situazione a Peshawar è peggiorata: sempre più giovani si arruolano con il gruppo militante del Tehrek-e-Taliban Pakistan (TTP) e gli attacchi contro la popolazione civile sono sempre più frequenti e brutali.

“Non si tratta di una sola scuola tenuta in ostaggio dai Taliban, l’intero paese è in ostaggio ed è nelle mani dei militanti da oltre un decennio. Negli ultimi anni oltre 400 scuole sono state distrutte e migliaia di cittadini innocenti sono stati uccisi”, scrive Gulalai, sottolineando che questo massacro non è un caso isolato ed è il risultato di politiche deboli verso i terroristi.

E le prime vittime del crescente radicalismo della società pachistana, dice Gulalai, sono proprio le donne: “Quando il genere femminile è considerato inferiore, tutte le minoranze – religiose, etniche o di orientamento sessuale – subiscono discriminazioni. Per questo non possiamo avere vera pace senza uguaglianza di genere, e potremo avere uguali diritti solo in una società pacifica”.

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