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Israele al voto: il successo del piano vaccini può trascinare Netanyahu alla vittoria

Di Giulio Alibrandi
Pubblicato il 23 Mar. 2021 alle 19:34
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Il premier israeliano Netanyahu. Credit: ANSA

Per la quarta volta in meno di due anni, oggi martedì 23 marzo gli elettori di Israele sono tornati al voto per le elezioni parlamentari, dominate ancora una volta dalla figura polarizzante del primo ministro Benjamin Netanyahu, al governo ininterrottamente da quasi 12 anni.

Dopo il breve governo formato l’anno scorso con il leader dell’opposizione Benny Gantz, Netanyahu ha promesso che – in caso di vittoria – questa volta darà vita a un esecutivo “pienamente di destra” aggiungendo ai voti del Likud, primo partito nei sondaggi, il sostegno di formazioni religiose e nazionaliste.

Negli scorsi mesi il premier si è infatti impegnato a favorire alleanze tra i partiti più piccoli per superare la soglia di sbarramento del 3,25 percento. Tra questi ha fatto discutere la presenza di Forza ebraica, guidato dai seguaci del defunto rabbino nazionalista Meir Kahane, in passato accusati di attentati terroristici in Israele e negli Stati Uniti, entrata a far parte dell’alleanza Sionismo religioso con altri gruppi della destra religiosa.

Nonostante le proteste tenute a cadenze settimanali per chiederne le dimissioni dopo l’inizio del processo per corruzione lo scorso maggio, la popolarità di Netanyahu ha beneficiato dei successi nella campagna vaccinale, che ha portato quasi la metà della popolazione israeliana a ricevere due dosi di vaccino, ignorando tuttavia i territori palestinesi.

Negli ultimi giorni prima del voto i sondaggi hanno riportato un aumento dei consensi per il suo Likud, che potrebbero portare la sua coalizione ad arrivare a circa 60 seggi sui 120 totali del parlamento.

Dall’altra parte il nuovo leader dell’opposizione l’ex giornalista Yair Lapid spera invece di porre fine al record di permanenza al governo di Netanyahu con una coalizione ampia, che includa oltre al suo Yesh Atid altri partiti guidati da ex alleati di Netanyahu, come Nuova speranza di Gideon Sa’ar e anche Yamina di Naftali Bennett, nonostante quest’ultimo abbia ripetutamente promesso di non sostenere Lapid, arrivando a impegnarsi per iscritto durante una trasmissione televisiva domenica scorsa.

Alcuni osservatori ritengono che Yamina potrebbe puntare a diventare l’ago della bilancia nelle trattative tra i due potenziali schieramenti, molto vicini secondo i sondaggi.

Rimane ai margini invece l’ex ministro della Difesa ed ex capo di stato maggiore Benny Gantz, che l’anno scorso ha rotto l’alleanza con Lapid per formare un governo con il Likud, dopo aver guidato il fronte anti-Netanyahu nei tre voti precedenti. A dicembre il partito centrista Blu e bianco di Gantz ha ritirato il sostegno al governo per la mancata approvazione entro i termini legali della legge di bilancio.

Al termine delle elezioni si terranno le consultazioni, dopo le quali il presidente Reuven Rivlin, in scadenza quest’anno, darà l’incarico a un partito per formare una coalizione entro quattro settimane. Il nuovo governo avrà un mandato di quattro anni, che nessun esecutivo è riuscito a portare a termine dal 1988. Nella storia israeliana nessun partito è mai riuscito a controllare da solo la maggioranza dei 120 seggi della Knesset.

I risultati finali per il voto sono attesi per il prossimo venerdì 27 marzo. Il direttore generale del Comitato elettorale centrale israeliano Orly Adas ha previsto che entro la mattina successiva alla chiusura delle urne sarà conteggiato circa il 70 percento delle schede, mentre il resto dello scrutinio procederà in maniera più lenta.

Una novità in queste elezioni è quella della “doppia busta” in cui gli elettori in isolamento per il nuovo coronavirus dovranno inviare le schede, che saranno scrutinate a Gerusalemme assieme a quelle di diplomatici, soldati e detenuti, allungando i tempi per arrivare ai risultati definitivi.

L’affluenza, che nelle scorse tre tornate è aumentata dal 67,9 percento del 2019 al 71 percento di marzo 2020, in mattinata è scesa al di sotto dei livelli dell’anno scorso, in particolare nelle comunità arabe, uno dei punti focali negli equilibri post-elettorali.

Secondo le stime della Lista comune, l’alleanza dei partiti arabo-israeliani, l’affluenza per gli elettori arabo-israeliani è prevista intorno al 55 percento, un dato di circa 10 punti percentuali inferiore al 2020, in cui i partiti riuniti nella Lista congiunta erano riusciti a ottenere 15 seggi, un record che questa volta sarà difficile ripetere. A febbraio infatti è fuoriuscito dalla Lista il partito Ra’am, guidato da Mansur Abbas, spiazzando gli alleati per essersi detto favorevole a governare con Netanyahu.

Ra’am, che i sondaggi danno vicino alla soglia del 3,25 percento per entrare in parlamento, secondo la stampa israeliana potrebbe diventare il primo partito arabo a dare un contributo determinante nella scelta del primo ministro, anche se Netanyahu ha già detto che non intende offrire una posizione nel governo ad Abbas.

In Cisgiordania, ieri il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh ha affermato che il voto è una questione interna a Israele aggiungendo che tutte le campagne elettorali si tengono alle spese “del nostro territorio e della nostra gente”.

Anche i territori palestinesi si stanno preparando a tenere il 22 maggio le prime elezioni legislative degli ultimi 15 anni, dopo il voto che nel 2006 aveva portato alla spaccatura tra Fatah e Hamas che governano rispettivamente la Cisgiordania e la striscia di Gaza. A luglio si terrà invece il voto per le elezioni presidenziali.

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