La storia di Ismail Ajjawi, il palestinese ammesso ad Harvard ma respinto dagli Usa per i post social dei suoi amici

Un 17enne di origine palestinese è stato sottoposto a cinque ore di interrogatorio e al controllo di telefono e laptop, poi è stato rimandato in Libano

Di Anna Ditta
Pubblicato il 1 Set. 2019 alle 20:34 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 01:50
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Immagine di copertina

La storia di Ismail Ajjawi, il palestinese ammesso ad Harvard ma respinto dagli Usa

Il 17enne palestinese Ismail Ajjawi pensava di proseguire i suoi studi in una delle migliori università del mondo dopo essere stato ammesso ad Harvard: non poteva immaginare che sarebbe stato respinto alla frontiera dagli Usa.

Ismail era partito dal campo rifugiati in cui vive a Tiro, in Libano, per raggiungere gli Stati Uniti, ma è dovuto tornare indietro dopo una serie di lunghi controlli, al termine dei quali è stato respinto a causa di alcuni post e commenti pubblicati dai suoi amici sui social network.

La storia di Ismail Ajjawi è stata raccontata da The Harvard Crimson il quotidiano di Harvard, e poi ha fatto il giro del mondo, finendo sulle pagine del New York Times e – in Italia – sul Il Corriere della Sera.

Il 17enne è atterrato all’aeroporto internazionale Logan di Boston lo scorso 23 agosto, con un regolare visto di studio. A quel punto, ha risposto alle domande dei funzionari della Cbp (U.S. Customs and Border Protection, agenzia per la dogana e la protezione dei confini statunitense).

Durante l’interrogatorio, un agente ha iniziato a porre domande a Ismail sulla sua religione e le sue abitudini religiose in Libano. Poi, gli ha chiesto di controllare il telefono e il computer portatile.

“Trascorse le cinque ore, ha iniziato a urlarmi contro”, ha spiegato Ismail. “Sosteneva di aver trovato persone tra i miei contatti che avevano pubblicato post anti americani”.

Ismail ha raccontato a The Harvard Crimson di non avere “un singolo post” sulla sua bacheca che riguardi la politica, e di aver detto all’agente che non poteva essere chiamato a rispondere in prima persona per le opinioni e i post pubblicati da altri.

In totale, il ragazzo ha raccontato di aver aspettato ben 8 ore a Boston prima che il suo visto fosse annullato e – dopo una breve telefonata ai genitori – lui fosse rimandato indietro.

“I richiedenti devono dimostrare di essere ammissibili negli Stati Uniti superando tutti i motivi di inammissibilità inclusi motivi di salute, criminalità, sicurezza, incarico pubblico, certificazione del lavoro”, ha spiegato Michael S. McCarthy, portavoce dell’agenzia per la dogana e la protezione dei confini statunitense.

McCarthy ha confermato che la polizia di frontiera ha ritenuto Ismail non idoneo all’ingresso dopo “l’ispezione della Cbp (U.S. Customs and Border Protection)”.

A destare scalpore, nella storia di Ismail, è soprattutto la possibilità per gli agenti di frontiera di accedere agli account social delle persone sottoposte a controlli.

A partire da giugno, la pratica secondo la quale chi chiede un visto dovrebbe indicare i suoi profili social è diventata obbligatoria (prima era solo facoltativa) per chi fa richiesta di un permesso superiore di 3 mesi. Ma questo apre a possibili abusi da parte del Cbp, e alla possibilità che le persone arrivino al punto di censurare le proprie opinioni.

Nel caso dello studente, la questione è ancora più assurda, perché a fare da ostacolo sono state opinioni altrui.

Ad ogni modo, all’università di Harvard è cominciata una mobilitazione per ottenere che Ismail cominci le elezioni insieme agli altri studenti.

Jonathan L. Swain, portavoce dell’Ateneo, ha assicurato che “l’Università sta lavorando a stretto contatto con la famiglia dello studente e le autorità appropriate per risolvere la questione in modo che possa unirsi ai suoi compagni di classe nei prossimi giorni”.

Ma la data dell’inizio delle lezioni è ormai imminente, si partirà il 3 settembre e, per quel giorno, Ismail potrebbe non essere riuscito ancora a ottenere l’ok per il suo ingresso negli Usa.

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