L’Isis e il mercato della paura

L'opinione del giornalista della RAI Amedeo Ricucci

Di Amedeo Ricucci
Pubblicato il 17 Nov. 2015 alle 10:49 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 01:31
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Immagine di copertina

“E adesso, che si fa?” È la domanda che mi fanno un po’ tutti, dopo i tragici fatti di Parigi del 13 novembre. Ci si chiede con angoscia se c’è da cambiare abitudini e stile di vita: magari rinunciando a prendere la metro, andare a un concerto o in pizzeria, fare una passeggiata in centro.

E molti sono già rassegnati all’idea che bisognerà cedere almeno per un po’ di tempo pezzi importanti della nostre libertà individuali. Ma è giusto oppure no? E soprattutto, siamo sicuri che così facendo non facciamo il gioco dell’Isis?

Forse l’esperienza dell’11 settembre può fornirci al proposito qualche elemento utile. A caldo, subito dopo l’attacco alle Twin Towers, venne varato negli Stati Uniti un pacchetto di leggi speciali denominato Patriot Act, più volte emendato nel corso degli anni, il quale, in base allo stato di guerra decretato da George W. Bush, mandava in mora lo stato di diritto e sospendeva diverse garanzie costituzionali, annullando così molte delle tutele conquistate in decenni di lotte per i diritti civili. 

A pagare il prezzo di quel pacchetto di leggi – da cui discesero fra l’altro lo spionaggio e le intercettazioni ai danni di milioni di cittadini, gli abusi di Guantanamo e le violenze di Abu Ghraib – fu soprattutto la comunità musulmana, che in America conta quasi 10 milioni di fedeli e che subì non poche discriminazioni (e diversi hate crimes, crimini d’odio).

L’America a quei tempi era divisa e lo è tuttora. Perché è vero che Al Qaeda e la galassia del terrorismo di matrice islamica non sono più state in grado di fare negli Stati Uniti danni comparabili a quelli dell’11 settembre, ma è vero anche che la minaccia non è mai stata debellata, come dimostra anche l’ultimo l’attentato, quello alla maratona di Boston, del 2013.

Di fatto la minaccia per gli Stati Uniti è stata solo esternalizzata, spostata cioè su altri teatri di guerra, con danni però notevoli anche per gli americani, se si considerano le perdite umane laddove si è combattuto e si continua a combattere (ad esempio in Afghanistan).

Né si è esaurito il fascino del jihad, la guerra santa, visto che ci sono diverse centinaia di foreign fighter con passaporto americano che hanno raggiunto in questi ultimi due anni i ranghi dell’ISIS e che prima o poi rientreranno, almeno in parte.

Quest’ultimo fenomeno, secondo diversi esperti, ha molto a che vedere con il “mercato della paura” che si è sviluppato negli Stati Uniti e più in generale in Occidente, di pari passo con la crescita della minaccia del terrorismo globale. Il contrasto al terrorismo è diventato infatti un vero e proprio business per tutta una serie di soggetti che ne traggono a vario titolo dei vantaggi: innanzitutto uomini e partiti politici, e poi giornalisti, militari, analisti strategici ed esperti di sicurezza.

È infatti la loro “narrativa” che alimenta oggi, giorno dopo giorno, la paura e al tempo stesso il fascino del terrorismo di matrice islamica, amplificando la strategia del terrore che l’ISIS pianifica con grande abilità.

Per essere più chiari: i jihadisti vogliono farci paura – e pianificano a tale scopo stragi di innocenti, esecuzioni sommarie e decapitazioni, tutte debitamente filmate e diffuse sui social media – e noi lasciamo che la paura si diffonda, veicolando il loro messaggio di morte senza destrutturarlo, senza contrastarlo alle radici, e dunque facendo il loro gioco.

Questa catena, inoltre, che in noi sviluppa angoscia, nelle periferie di Parigi, Londra o Bruxelles – laddove cioè le comunità musulmane vivono di emarginazione e frustrazione – produce invece fascinazione per la guerra santa.

E allora, che fare? Francamente non lo so. So però che il ciclo del radicalismo islamico – e del terrorismo che esso produce – è lungi dall’essersi esaurito. L’Isis è solo una delle sue aberrazioni, ma non sarà l’ultima.

E per contrastare questo fenomeno non basta una strategia militare, che pure è indispensabile; serve soprattutto una battaglia culturale, da fare assieme, noi e le comunità musulmane residenti in Europa. È questa l’unica in grado di garantirci che l’acqua nella quale ora nuotano i terroristi non diventi un mare.

* Amedeo Ricucci è un giornalista della RAI, inviato del TG1 

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