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Iraq, quattro razzi colpiscono la base americana: feriti 4 soldati iracheni. A Teheran la polizia spara contro i manifestanti

Giornata di tensioni in Iran dopo l'ammissione da parte delle autorità di aver abbattuto per errore l'aereo della Ukraine International Airlines. Trump con i manifestanti

Di Antonio Scali
Pubblicato il 12 Gen. 2020 alle 18:34 Aggiornato il 12 Gen. 2020 alle 19:18
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Immagine di copertina

Iraq, quattro razzi colpiscono la base americana: feriti 4 soldati iracheni. Scontri a Teheran

Quattro razzi sono stati sparati contro una base aerea militare in Iraq dove sono di stanza truppe americane. Almeno quattro soldati iracheni sono rimasti feriti dai razzi contro la base di Al-Balad. Ad annunciarlo le forze armate di Baghdad.  L’attacco è avvenuto nel giorno in cui il leader di Hezbollah in Libano, Hassan Nasrallah, uno dei più importanti alleati di Teheran nella regione mediorientale, ha dichiarato che l’attacco dell’Iran contro le forze Usa alla base irachena di al-Asad, l’8 gennaio, “significa che tutte le basi americane sono un obiettivo”.

Intanto quasi tutte le truppe americane hanno lasciato la base negli ultimi giorni, con il montare della crisi con l’Iran dopo l’uccisione del generale Qassam Soleimani. 

Iran, scontri per l’aereo abbattuto: la polizia spara contro i manifestanti

Giornata di grande tensione anche a Teheran e in varie città dell’Iran, dove la polizia ha sparato manifestanti riunitisi sulla Azadi Square dopo l’ammissione da parte delle autorità di aver abbattuto per errore l’aereo della Ukraine International Airlines, causando la morte dei suoi 176 passeggeri. Manifestazioni si segnalano anche in altre città iraniane, come Mashhad, Rasht, Kashan, Sanandaj e Amol.

Le proteste contro il governo si sono riaccese dopo che per tre giorni le autorità hanno smentito ogni responsabilità sullo schianto, che ha causato la morte di molti iraniani. Alla fine le Guardie della rivoluzione hanno ammesso la responsabilità del lancio di un missile per errore. Le manifestazioni, come raccontano testimoni locali, sarebbero state violentemente represse dalle forze dell’ordine, che avrebbero usato manganelli e proiettili di vernice contro i dimostranti, in alcuni casi mostrando le armi e minacciando di ucciderli.

Le agitazioni erano partite dagli studenti delle università di Sharif e Amir Kabir, per chiedere giustizia per le vittime. Alcuni cittadini che hanno preso parte al corteo hanno anche chiesto le dimissioni dell’ayatollah Ali Khamenei. Al fianco dei manifestanti si è schierato il presidente americano Donald Trump: “Non uccidete i vostri manifestanti”, ha scritto in un messaggio su Twitter rivolto ai leader dell’Iran.

“Migliaia di persone sono già state uccise o incarcerate da voi e il mondo sta guardando. Ancora più importante, gli Stati Uniti stanno guardando. Ripristinate le connessioni Internet e lasciate che i giornalisti navighino gratis! Smettete di uccidere il vostro grande popolo iraniano!”, ha scritto Trump.

usa iran

Arrestato e poi rilasciato l’ambasciatore britannico in Iran

Intanto ieri nelle proteste anti-regime è stato brevemente fermato anche l’ambasciatore britannico, Rob Macaire, accusato di istigazione alle proteste. Macaire ha negato di essersi unito alle proteste, ma oltre un centinaio di persone, evidentemente fedeli al regime, si sono radunate davanti alla sede diplomatica ed hanno bruciato una bandiera britannica. Il Foreign Office vuole “spiegazioni complete” dall’Iran “sull’arresto” temporaneo denunciato ieri dell’ambasciatore britannico a Teheran.

Sulla questione è intervenuto anche il segretario agli Esteri britannico, Dominic Raab: “L’arresto del nostro ambasciatore a Teheran senza motivi o spiegazioni è una flagrante violazione della legge internazionale. L’Iran è a un crocevia: può continuare nel cammino verso uno status da paria, con l’isolamento politico ed economico che ciò comporta, o fare passi per allentare le tensioni e impegnarsi nel dialogo diplomatico”. Teheran nega di aver arrestato Macaire, sostenendo che il suo fermo è durato 15 minuti, ossia il tempo di controllarne i documenti e verificarne lo status di diplomatico.

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