Iran: la premio Nobel per la pace Narges Mohammadi è stata condannata ad altri sei anni di carcere
Alla 52enne sono stati anche comminati due anni di confino nella città di Khosf, nella provincia orientale del Khorasan meridionale, e altrettanti di divieto di viaggio all’estero
Il premio Nobel per la pace, Narges Mohammadi, tornata in carcere a dicembre dopo quattro anni di reclusione, è stata condannata a scontare altri sei anni di carcere e al divieto di lasciare l’Iran per due anni.
L’attivista, ha spiegato il suo avvocato Mostafa Nili attraverso la Fondazione Narges Mohammadi, è stata condannata a sei anni per “associazione a delinquere e collusione per commettere altri reati contro la sicurezza nazionale”. In un altro caso, ha aggiunto il legale, la 52enne ha subito una un’altra condanna a 18 mesi di reclusione per “attività di propaganda”. Le pene detentive però, secondo la legge iraniana, non possono essere scontate consecutivamente. Ma al contempo a Narges Mohammadi sono stati anche comminati due anni di confino nella città di Khosf, nella provincia orientale del Khorasan meridionale, e altrettanti di divieto di viaggio all’estero.
Processo farsa
Imprigionata per anni nel carcere di Evin, che ospita anche altri attivisti, oppositori e detenuti politici condannati dalle autorità della Repubblica islamica dell’Iran, la vincitrice del premio Nobel per la pace 2023 era stata di nuovo arrestata lo scorso 12 dicembre a Mashhad ma soltanto due giorni dopo era riuscita a contattare il suo avvocato. Pur soffrendo di gravi problemi di salute, il 2 febbraio scorso, come annunciato sui social dal marito Taghi Rahmani, Narges Mohammadi aveva iniziato uno sciopero della fame per protestare contro la sua continua detenzione illegale, le sue terribili condizioni di detenzione e il diniego di contatti con la sua famiglia o i suoi avvocati, realtà che devono affrontare numerosi prigionieri politici attualmente detenuti in Iran.
Dopo sei giorni, secondo quanto riferito sui social dal suo legale, il 7 febbraio l’attivista è stata condotta alla Prima Sezione del Tribunale Rivoluzionario di Mashhad dove, per protesta contro l’ingiusto processo, si è rifiutata di difendersi ed è stata immediatamente condannata. “Narges non si è difesa, ferma nella convinzione che questo sistema giudiziario non abbia legittimità”, ha denunciato il marito Taghi Rahmani alla Fondazione. “Considera questi procedimenti una mera farsa con un finale prestabilito. La sua posizione è sempre stata chiara: ‘Non parteciperò a un processo farsa’. Sebbene sia stata probabilmente costretta a presenziare, è rimasta in silenzio: non ha pronunciato una sola parola, né ha firmato un solo documento. Si è rifiutata di recitare nella loro messa in scena, lasciando che firmassero il loro verdetto prima di essere riportati indietro”.
“Sono profondamente preoccupata per mia madre. Lei, insieme a tutti i prigionieri politici in Iran, deve essere rilasciata immediatamente”, ha aggiunto la figlia Kiana Rahmani, co-presidente della Fondazione. “Chiedo alla comunità internazionale di essere solidale con il popolo iraniano”, ha continuato il fratello Ali Rahmani. “Ciò che sta accadendo nel nostro Paese è un crimine contro l’umanità; un numero enorme di persone è stato ucciso o imprigionato nelle ultime settimane. Il regime della Repubblica Islamica deve rilasciare immediatamente tutti i prigionieri politici”.
“La signora Mohammadi ha dichiarato di essere stata ricoverata in ospedale tre giorni fa a causa delle sue precarie condizioni fisiche e di essere stata successivamente riportata al centro di detenzione. Inoltre, mentre iniziava a spiegare i dettagli dei recenti eventi e le modalità del suo arresto, la telefonata è stata interrotta”, ha dichiarato l’avvocato Mostafa Nili alla Fondazione Narges Mohammadi che, da parte sua, protesta. “Emettere tali condanne ritorsive in un quadro giudiziario iniquo non è solo una chiara violazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dei patti internazionali, ma dimostra anche un palese disprezzo per la dignità umana e i diritti fondamentali”, si legge una nota della Fondazione. “Privare un prigioniero dei diritti fondamentali, unitamente a comminare condanne severe, costituisce un chiaro esempio di tortura e di repressione sistematica dei difensori dei diritti umani. La continua detenzione illegale e l’intensificarsi della pressione giudiziaria – in un momento in cui la sua salute ha raggiunto un punto critico – mettono la vita di questa vincitrice del Premio Nobel per la Pace a rischio grave e irreparabile”.
Insignita del Premio Nobel per la pace nel 2023, in particolare per la sua lotta contro la pena di morte, Narges Mohammadi ha trascorso la maggior parte dell’ultimo decennio in carcere. Complessivamente, con le ultime sentenze, l’attivista 52enne è stata condannata a 44 anni di carcere, a subire 154 frustate e una serie di altre sanzioni amministrative e limitazioni dei diritti politici, per varie accuse, tra cui “propaganda contro lo Stato” e “azioni contro la sicurezza nazionale”. Attualmente rischia almeno altri 17 anni di reclusione.