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Perché gli imprenditori italiani devono guardare all’Iran

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Un'analisi dell'economia iraniana a oltre un anno dall’implementation day, con cui Usa e Ue hanno revocato le sanzioni economiche e finanziarie nei confronti del paese

È trascorso più di un anno dall’implementation day, con il quale Unione europea e Stati Uniti hanno revocato buona parte delle sanzioni economiche e finanziarie nei confronti dell’Iran, introdotte anni prima a causa delle note attività di proliferazione nucleare.

L’Iran si conferma ora un paese in forte ascesa economica, il cui sistema generale presenta caratteristiche interessanti nell’ottica di una progressiva, maggiore, integrazione. 

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I numeri ne danno ragione: il tasso di crescita del pil si è attestato al 4,4 per cento nel 2016 ed è stimato al 4,9 per cento per il 2017. In Italia il pil è cresciuto dello 0,8 per cento nel 2016 e si spera raggiunga lo 0,9 per cento nel 2017.

L’indebitamento pubblico è abbastanza contenuto e ammonta al 30 per cento del PIL, mentre in Italia lo stesso rapporto ammonta al 132,3 per cento.

Il tessuto imprenditoriale non è del tutto dissimile da quello italiano: le grosse industrie in Iran sono pubbliche o a prevalente partecipazione pubblica. Le grande imprese private sono numericamente limitate e la gran parte del panorama imprenditoriale è composto da piccole e medie aziende.

La sospensione delle sanzioni ha garantito un’inversione dell’approccio al commercio estero. Oggi è sostanzialmente possibile esportare liberamente in Iran, salvo alcune cautele che devono ancora mantenersi e che riguardano i soggetti listati in Europa o Stati Uniti; i pochi prodotti/servizi la cui vendita è ancora vietata; le autorizzazioni per i prodotti “dual-use”, cioè le tecnologie che possono essere usate per scopi pacifici e militari; e le licenze per la componentistica di origine americana.

I vantaggi per l’Italia

Il nostro paese ha approfittato da subito di questa ritrovata apertura: il terzo quadrimestre dopo l’Implementation day ha registrato un aumento dell’export italiano pari al 25,41 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, per un volume complessivo di circa un miliardo e 63milioni di euro (contro gli 847milioni di euro del 2015).

Uno dei maggiori successi in termini assoluti (quasi 600 milioni di euro) e percentuali (+29,83 per cento) è legato all’esportazione dei macchinari di complemento all’industria o alla produzione iraniana, in primo luogo a quella siderurgica e metallurgica. Particolarmente interessanti si sono rivelati anche il settore chimico (+23,19 per cento, per un totale di quasi 83milioni di euro), quello dei metalli di base e dei prodotti in metallo (+11,8 per cento, per un ammontare complessivo di 72 milioni du euro) nonché quello degli articoli in gomma e delle materie plastiche (circa 58 milioni di euro, in aumento del 33,38 per cento). Anche l’export legato all’automotive e ai mezzi di trasporto in genere (specificamente alle imbarcazioni) ha fatto registrare un incremento particolarmente significativo (+103 per cento), pure a fronte di volumi contenuti

Un’ulteriore grande possibilità per l’Italia è connessa allo sviluppo della rete ferroviaria ad alta velocità. Sono tre le linee in progetto (Teheran-Hamadan, Arak-Qom e Teheran-Qom-Isfahan) e tutte prevedono, a diverso titolo, la partecipazione di società del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane e la copertura di garanzie sovrane.

I limiti dell’economia iraniana

Decisamente più lenta e complicata è la crescita legata al business non-trade, ossia quella collegata a progetti di investimento in loco realizzati, ad esempio, attraverso accordi societari di joint venture.

La causa è senz’altro da individuare nelle criticità del sistema bancario-finanziario e valutario. A oggi, sebbene formalmente libere di farlo, nessuna banca europea è ancora rientrata in Iran. I tassi di prestito della valuta locale sono molto elevati e ottenere finanziamenti in euro dagli istituti bancari iraniani non è possibile.

Di più, la scarsa liquidità del sistema bancario persiano garantisce tassi di interesse attivo sui depositi che raggiungono il 23 per cento (a fronte di un’inflazione al 9.6 per cento) e determinano, quindi, una scarsa propensione all’investimento locale. A ciò si aggiunge che, in Iran, sono ancora presenti due diversi tassi di cambio delle valute straniere: uno approvato dalla Banca centrale iraniana e praticato dalle banche nazionali, l’altro praticato dagli uffici di cambio e basato sul libero mercato.

Prospettive future

Ma anche su questo ci sono buone prospettive: recentemente la Banca centrale iraniana ha autorizzato alcune banche locali a praticare tassi liberi nel cambio delle valute estere. Ciò con espressa possibilità per gli istituti di credito nazionali di raggiungere accordi sul tasso direttamente con i privati esportatori di prodotti non legati al settore dell’oil&gas.

E lo stesso ministero dell’Economia e delle Finanze iraniano prevede una prossima unificazione dei tassi di cambio. Tutto ciò potrebbe portare a una normalizzazione delle relazioni con gli istituti di credito stranieri e a una facilitazione delle operazioni di finanziamento cross-border.

In ogni caso non mancano esempi italiani virtuosi anche nei progetti di investimento a medio-lungo termine. E spesso sono quelli che combinano un modello di business full equity alle garanzie fornite dall’Oietai in Iran (attraverso il Foreign Investment Promotion and Protection Act) e da Sace in Italia.

Valerio Rugge è un avvocato. Vive a Teheran, dove coordina le attività dell’Italian desk dello Studio legale Rödl&Partner di Milano.

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