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“Il campo di Moria era un inferno: ora che è bruciato i migranti hanno perso anche quello”

I circa 13mila richiedenti asilo ospitati nel campo d'identificazione più grande d'Europa non aspettavano altro che evacuare, ma non così: un incendio ha distrutto tutto quello che avevano. E ora non sanno che destino li attende. La testimonianza di un abitante e operatore umanitario di Lesbo a TPI

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 9 Set. 2020 alle 19:06 Aggiornato il 10 Set. 2020 alle 10:58
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Immagine di copertina
Due scene dell'incendio esploso nel campo di Moria Credits: Ansa

Testimonianza da Moria, dove un incendio ha distrutto il campo d’identificazione per migranti

Alla fine l’inferno ha preso fuoco: il campo d’identificazione ed espulsione di Moria, a Lesbo, che ospita circa 13mila richiedenti asilo in una struttura prevista per accoglierne 3mila è stato distrutto dall’incendio esploso nella notte tra l’8 e il 9 settembre, mettendo in fuga i migranti, che dal primo settembre vivevano segregati per via del lockdown imposto dal governo. Per P., coordinatore del Legal Centre Lesvos – che offre assistenza legale ai richiedenti asilo – cittadino dell’isola greca, “prima o poi sarebbe dovuto succedere” perché “quel posto era l’inferno”, e da anni, da quando cioè l’Unione Europea ha stipulato l’accordo con la Turchia e messo in piedi i cosiddetti hotspot sulle isole dell’Egeo bloccando migliaia di persone in attesa dell’intervista di eleggibilità, Ong e associazioni hanno richiesto che la struttura fosse evacuata, perché ha assunto le sembianze di un campo di detenzione.

Dal 2016 il fatiscente campo di Moria è arrivato ad esplodere, e molti migranti giunti dalle coste turche hanno iniziato ad accamparsi anche al di fuori dell’hotspot ufficiale, creando un campo informale, l’Olive Grove, in attesa che le autorità decidessero se trasferirli sulla terraferma o rispedirli in Turchia. Nel 2020 a peggiorare le cose è arrivata anche la pandemia: dopo un solo caso di Coronavirus diagnosticato, le autorità hanno impedito in via definitiva l’uscita dal campo, che era già un ghetto, e questo ha esacerbato la situazione tra gli ospiti. Secondo P. sarebbero state proprio le proteste contro il lockdown nel campo, dove mantenere il distanziamento sociale era impossibile e non esistono misure igieniche, a provocare l’incendio. Le autorità greche hanno smentito la notizia, ma non è la prima volta che un incendio scoppia a Moria. È la prima volta, però, che distrugge il campo quasi per intero.

P. si trovava nel villaggio di Moria, accanto al centro, quando il rogo è divampato, e racconta a TPI che è durato così a lungo da aver avuto paura anche per se stesso. “Ho visto l’incendio bruciare per tre ore, è stato enorme, il fuoco ardeva lì dove ci sono migliaia di tende: un focolaio nel campo, due nell’Olive Grove. Tutto è stato distrutto, anche l’ufficio dell’Easo (Agenzia Europea di sostegno ai richiedenti asilo, ndr) e quello greco per i richiedenti asilo”, racconta P. ancora sotto shock. “A un certo punto migliaia di persone sono arrivate nel villaggio, e gli abitanti li hanno lasciati passare da una strada sgombra affinché raggiungessero la capitale, Mitilene, che dista circa sette chilometri. C’erano migliaia di persone, così tante che non riuscivo a vedere dall’altro lato della strada”.

Ma, spiega l’uomo, la polizia ha bloccato la fuga verso la città, così hanno trascorso l’intera notte in strada, senza cibo né tende, sconvolti dopo aver perso anche quel poco che avevano. Adesso non hanno prospettiva di trovare una situazione migliore. “Nessuno vuole che arrivino in città”, ribadisce P. Intanto, le autorità hanno annunciato uno stato d’emergenza di quattro mesi sull’isola, il che significa che quasi sicuramente le persone resteranno a Lesbo. Solo i minori non accompagnati, per il momento, sono stati condotti ad Atene.

“Tutti sapevamo che prima o poi qualcosa di simile sarebbe successo, lì dentro ci vivono 13mila persone e con l’arrivo del virus la situazione è peggiorata: lasciavano uscire solo 100 persone al giorno e per le ultime due settimane solo se avevano un appuntamento con l’ospedale, non per ragioni legate alla richiesta di asilo o per altre necessità”. Tutto mentre invece nel resto dell’isola, dove i casi di Covid erano superiori rispetto a quelli rilevati nel campo, circa 30 in totale, i cittadini erano liberi di muoversi. “C’è stata una chiara discriminazione”, denuncia P. “Come se il governo non stesse aspettando che una scusa per impedire definitivamente ai migranti di spostarsi: dopo il primo caso di Coronavirus hanno trasformato Moria in un centro di detenzione“, racconta ancora l’uomo affranto. “Dopo un solo caso hanno annunciato che avrebbero recintato il campo”, sottolinea, e aggiunge che vedere l’incendio ingrandirsi lentamente è stato terribile.

“È stato enorme, ero terrorizzato. Inoltre temevo che nessuno avrebbe lasciato passare i migranti in fuga, ma gli abitanti del villaggio hanno visto che c’erano intere famiglie e bambini, e sanno che i gruppi di estrema destra sono in agguato per far loro del male. Quindi li hanno lasciati entrare. Non avevano niente, erano confusi”. La polizia, racconta, ha ordinato agli ospiti del campo – evacuato parzialmente nel momento in cui scriviamo – di lasciare la struttura solo dopo quattro ore dall’esplosione dei roghi, motivo per cui molti di loro sono rimasti a lungo tra le fiamme senza sapere cosa fare e senza poter uscire. “Le persone erano confuse”, dice addolorato. “Io nel villaggio avevo difficoltà a respirare, posso solo immaginare come si siano sentiti nel campo”.

Dopo aver trascorso la notte in strada, senza acqua e senza cibo, salvo quello fornito ad alcuni dagli abitanti e dalle Ong presenti sul posto, le persone sono ancora lì, ammassate in migliaia su una strada, sotto il sole e una temperatura di circa 30 gradi. Hanno perso definitivamente tutto. L’inferno di Moria è finito, ma ora, provate dalla vita nell’hotspot, sconvolte dalle fiamme, e con il rischio che il virus stia circolando, potrebbero ritrovarsi in una situazione anche peggiore: sull’isola non c’è posto per tutti e le autorità non sembrano intenzionati a trasferirli altrove. “Lesbo è un’isola piccola, non può accogliere tutti, ma io sono dalla loro parte”, conclude P.

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