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I 17 Paesi meno liberi al mondo

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Il rapporto di Freedom House sulla libertà nel mondo prevede una speciale sezione per i Paesi e territori con i peggiori risultati

Freedom House ha pubblicato il rapporto annuale “La libertà nel mondo”, un indice che raccoglie e schematizza i Paesi del mondo dividendoli secondo i criteri delle libertà politiche e civili. Il 2012 è stato il settimo anno consecutivo in cui a livello globale gli indici hanno mostrato più cali che incrementi.

Dopo la sezione Paesi liberi, parzialmente liberi, non liberi, il report ne mostra un’altra chiamata “il peggio del peggio”: dei 47 Paesi e territori descritti come “non liberi”, 17 sono stati inseriti nella classifica più bassa del report.

Tra il “peggio del peggio”, alcuni Paesi dell’Europa orientale come la Bielorussia, dove dal 1994 governa Alexander Lukashenko, “l’ultimo dittatore d’Europa”. Le autorità bielorusse hanno usato la violenza come arma per fronteggiare l’opposizione politica e dei media. Nel 2012, le ultime elezioni politiche sono state tutto fuorché libere ed eque.

Anche l’Uzbekistan e la Georgia hanno rappresentato questo lato del globo: il primo, insieme al suo presidente Islam Karimov, ha tenuto sotto controllo tutte le istituzioni del Paese come la magistratura e il Parlamente. Sono solo cinque i partiti rappresentati, e tutti appoggiano il presidente Karimov. La Georgia, invece, affida la sua politica a un’élite altamente corrotta che controlla ogni edizione delle elezioni politiche del Paese.

Infine, il Turkmenistan ha portato avanti delle politiche di repressione insieme al suo presidente Gurbanguly Berdymukhammedov, al potere dal 2006. Anche qui il governo controlla la vita politica e l’informazione.

Tra i Paesi del Medio Oriente e dell’Africa, l’Eritrea rientra nella classifica negativa di Freedom House. Sono numerosi gli abusi che hanno allarmato l’Onu. L’Eritrea è una nazione indipendente da vent’anni e da due decenni non si attuano elezioni nazionali. Il governo controlla i mezzi di comunicazione e censura e arresta quei giornalisti che si rivelano indipendenti. Secondo l’Onu, sono quasi 10 mila i prigionieri politici in Eritrea.

Anche il territorio del Sahara Occidentale è nella classifica. Il territorio è sotto il controllo del Marocco, che detiene il potere sulle elezioni, escludendo tutti quei politici a favore dell’indipendenza del Paese.

Nell’ultimo anno e mezzo, la Somalia ha formato un governo stabile dotato di una costituzione, un Parlamento, un presidente e un primo ministro, ma la situazione dei diritti umani è ancora grave, e rimane uno dei Paesi più pericolosi per i giornalisti.

Il Sudan è un Paese ancora dilaniato da conflitti interni. Nel 2012, il presidente Omar al-Bashir è stato posto sotto accusa dalla Corte penale Internazionale per crimini contro l’umanità e in particolare per il genocidio in Darfur.

Poi c’è la Siria, spaccata in due da una guerra tra l’opposizione ribelle e il regime di Bashar al-Assad. Un conflitto che ha portato a più di 100 mila vittime. Senza contare i milioni di rifugiati che hanno lasciato il Paese in fuga.

Anche l’Arabia Saudita occupa un posto nel report. Il suo governo, infatti, controlla in maniera serrata tutti i media, nonché l’accesso ai siti web. Vietata la pratica di qualsiasi altra religione che non sia l’Islam, mentre alle donne non sono riservati diritti fondamentali.

Chad e Guinea Equitoriale sono alcuni dei Paesi più corrotti al mondo. Il primo, nonostante una situazione di sicurezza leggermente migliorata, è vittima di gruppi ribelli che continuano a uccidere e torturare impunemente. Il secondo, invece, è governato dal pugno di ferro di Teodoro Obiang Nguema Mbasogo che è al potere dopo l’esecuzione di suo zio nel 1979. Gli oppositori politici di Mbasogo vengono torturati e uccisi. Ricchissimo grazie ai profitti ottenuti dai pozzi petroliferi del Paese, Mbasogo governa uno Stato dove i cittadini vivono con meno di un dollaro al giorno.

L’Asia è rappresentata rispettivamente da Cina, Corea del Nord, Laos e dal territorio del Tibet. Proprio la metà delle persone che vivono in Paesi “non liberi” vivono in Cina, stando a quanto riportato da Freedom House nel suo report. La Cina e il suo Partito comunista mantengono uno stretto controllo sul potere politico allontanando sempre più la speranza di poter vedere una liberalizzazione politica.

La Corea del Nord prevede la prigione per i nemici del governo. I prigionieri, all’interno di particolari gulag, vivono in maniera brutale. Quasi tutti gli aspetti della vita personale del cittadino sono controllati dal governo, che li classifica in base alla fedeltà della famiglia nei confronti del regime.

Il Laos è sotto il controllo del Partito Rivoluzionario Popolare con a capo il presidente Choummaly Sayasone, che si occupa di regolare ogni aspetto della vita del cittadino, compresa la libertà religiosa. In questo Paese le Ong vivono in un clima ostile e numerosi attivisti vengono arrestati ogni anno.

Il Tibet è al centro di un giro di vite che ha avuto inizio dopo le rivolte del 2008. Sono 84, solo nel 2012, i tibetani che si sono dati fuoco per protestare contro il regime cinese nella regione. Il governo minaccia torture e pestaggi violenti contro quelle persone che diffondono informazioni vietate. Anche le manifestazioni pacifiche sono spesso duramente punite.

Cuba chiude il report del “peggio del peggio”. Il Paese continua a prendere di mira gli attivisti, monitorandoli e arrestandoli e nel luglio 2012, due dissidenti sono stati uccisi in circostanze sospette.

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