I colloqui falliti in Pakistan, il blocco di Hormuz annunciato da Trump e il Libano in fiamme: il cessate il fuoco tra Usa e Iran è ancora a rischio
I negoziati di Islamabad naufragano sul nucleare iraniano e il presidente Usa ordina il blocco dello Stretto dalle 16 di oggi. Ma Israele continua a bombardare Hezbollah e gli Houthi sono pronti a riaprire il fronte dello Yemen. Così la tregua è appesa a un filo e il prezzo del petrolio sale
Quarantasette anni dopo i colloqui diretti a più alto livello mai conclusi tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica, tutto è finito in un nulla di fatto che rischia di accelerare l’escalation anziché scongiurare la guerra.
I negoziati di Islamabad, durati quasi venti ore e mediati dal governo del Pakistan con il patrocinio del feldmaresciallo Asim Munir e del premier Shehbaz Sharif, si sono chiusi senza l’agognato memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, malgrado la capacità dei negoziatori di colmare quasi tutte le rispettive divergenze. L’unico scoglio insuperabile, come il presidente Usa Donald Trump non ha mancato di sottolineare a caratteri cubitali sul suo social Truth, è il programma nucleare dell’Iran. Il resto, nonostante i punti di accordo fossero molti come confermato anche dal ministero degli Esteri di Teheran Abbas Araghchi, conta poco o niente.
Così è arrivata la reazione della Casa bianca al fallimento diplomatico: un blocco navale dello Stretto di Hormuz, operativo da oggi lunedì 13 aprile alle 10 di mattina ora della costa est americana, le 16 in Italia. Una minaccia definita “ridicola” da Teheran, che intanto si prepara a rispondere militarmente, mentre rischia di riaprirsi anche il fronte dello Yemen, con gli Houthi pronti a spalleggiare la Repubblica islamica mettendo a rischio la navigazione anche nello Stretto di Bab el-Mandeb, tra la Penisola araba e il Corno d’Africa.
Il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz però, come certificato dalla testata specializzata Lloyd’s List, si è nuovamente bloccato, con almeno due navi che stavano per uscire dal Golfo persico tornate indietro dopo l’annuncio di Donald Trump. Una situazione che ha avuto immediate ripercussioni sui mercati, con il greggio statunitense balzato dell’8% a 104 dollari al barile già durante le prime contrattazioni di ieri, mentre il Brent è salito del 7%, attestandosi a 102 dollari.
Il doppio binario di Trump
In un quadro tanto complicato, Donald Trump ha inanellato una serie di dichiarazioni, rese a Fox News e sul suo social Truth, che oscillano tra il catastrofismo e una strana distensione. Da un lato ha dipinto i colloqui di Islamabad come “molto amichevoli”, prevedendo che l’Iran tornerà al tavolo perché “non ha carte da giocare”. Dall’altro, ha lanciato minacce di una brutalità rara anche per i suoi standard: “I nostri militari finiranno quel poco che è rimasto dell’Iran. In un’ora potrei colpire la loro intera filiera energetica, le centrali elettriche, i ponti, gli impianti di desalinizzazione”, ha detto il presidente degli Stati Uniti, facendo particolarmente scalpore per aver inserito le forniture idriche tra gli obiettivi legittimi. “Colpirle sarebbe devastante”, ha ammesso ieri in un’intervista Trump, la cui tattica sembra puntare a obbligare Teheran a tornare al tavolo delle trattative, che non erano poi andate così male.
“L’incontro è andato bene, la maggior parte dei punti erano stati concordati ma l’unico che contava davvero, quello NUCLEARE, non lo è stato”, ha infatti spiegato ieri sui social l’inquilino della Casa bianca, riferendosi alle quasi 20 ore di trattative ininterrotte tra la delegazione Usa guidata dal vicepresidente JD Vance, dall’inviato Steve Witkoff e da suo genero nonché amico di lunga data della famiglia del premier israeliano Benjamin Netanyahu, Jared Kushner, mediate da dal generale Asim Munir e dal premier pakistano Shehbaz Sharif. “Per molti versi, i punti concordati sono preferibili al proseguimento delle nostre operazioni militari (…) ma tutti questi non contano rispetto al fatto di permettere che il nucleare sia nelle mani di persone tanto instabili, difficili e imprevedibili”, ha aggiunto Trump in un altro post. “I miei tre rappresentanti, nel corso di tutto questo tempo, sono diventati, non a caso, molto cordiali e rispettosi nei confronti dei delegati iraniani, Mohammad-Bagher Ghalibaf, Abbas Araghchi e Ali Bagheri, ma questo non ha importanza perché sono stati irremovibili sulla questione più importante e, come ho sempre detto fin dall’inizio, molti anni fa, l’IRAN NON AVRÀ MAI UN’ARMA NUCLEARE!”.
Pertanto, la Casa bianca è passata alle minacce. “Con effetto immediato, la Marina degli Stati Uniti, la migliore al mondo, inizierà il processo di BLOCCO di tutte le navi che tentano di entrare o uscire dallo Stretto di Hormuz. A un certo punto, arriveremo a una situazione in cui ‘A TUTTI SARÀ PERMESSO DI ENTRARE, A TUTTI SARÀ PERMESSO DI USCIRE’, ma l’Iran non lo ha permesso limitandosi a dire: ‘Potrebbe esserci una mina da qualche parte là fuori’, di cui nessuno è a conoscenza tranne loro. QUESTA È UN’ESTORSIONE DI LIVELLO MONDIALE, e i leader dei vari Paesi, soprattutto degli Stati Uniti d’America, non si lasceranno mai ricattare”, ha assicurato Trump. “Ho anche dato istruzioni alla nostra Marina di individuare e intercettare ogni nave nelle acque internazionali che abbia pagato un pedaggio all’Iran. Nessuno che paghi un pedaggio illegale avrà la possibilità di navigare in sicurezza in alto mare. Inizieremo anche a distruggere le mine che gli iraniani hanno posizionato nello Stretto. Qualsiasi iraniano che spari contro di noi, o contro navi pacifiche, verrà FATTO A PEZZI! L’Iran sa, meglio di chiunque altro, come porre fine a questa situazione che ha già devastato il loro Paese”.
D’altra parte, secondo il Wall Street Journal, lo staff presidenziale sta valutando anche la ripresa di attacchi limitati contro l’Iran, in parallelo al blocco navale, come leva per sbloccare lo stallo negoziale. Il presidente però ha glissato sulla possibilità di un nuovo round diplomatico. “Non mi interessa se tornano o no (a negoziare)”, ha detto alla stampa presente alla base aerea di Andrews dopo il suo ritorno dal weekend in Florida. “Se non tornano, per me va bene”.
Gli ordini militari infatti sono già stati impartiti. “Gli Stati Uniti bloccheranno le navi in entrata e in uscita dai porti iraniani il 13 aprile alle ore 10:00 ET (le 16 in Italia, ndr)”, ha annunciato laconicamente il presidente Usa questa mattina. Nessuna nave, ha chiarito il Comando centrale delle forze armate degli Stati Uniti (Centcom), potrà entrare o uscire dai porti iraniani, nel Golfo persico come nel Mar arabico. Il blocco, ha precisato il Centcom, sarà “applicato imparzialmente nei confronti delle imbarcazioni di tutte le nazioni” ma non riguarderà il traffico che transita nello Stretto da e verso porti non iraniani.
La reazione di Teheran
L’Iran non è rimasto in silenzio. Il comandante della Marina della Repubblica islamica Shahram Irani ha liquidato le minacce di Trump come “assolutamente ridicole”, assicurando che Teheran sta “monitorando e controllando tutti i movimenti americani” nella regione. Un portavoce delle Forze Armate iraniane è andato oltre, definendo le restrizioni imposte dagli Stati Uniti alle navi in transito in acque internazionali non solo illegali ma equivalenti alla “pirateria”. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa britannica Reuters, il funzionario ha annunciato che Teheran attiverà con decisione un “meccanismo permanente” per il controllo dello Stretto, aggiungendo un avvertimento diretto: se i porti iraniani sul Golfo vengono minacciati, nessun altro scalo della regione potrà considerarsi al sicuro. I porti del Golfo, ha detto il portavoce delle Forze Armate iraniane, “devono essere accessibili a tutti o a nessuno”.
Più cauto ma ugualmente fermo il tono del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che sui social ha scritto di aver partecipato ai colloqui “in buona fede”, scontrandosi però con un “massimalismo”, un “continuo mutare delle regole” e un “blocco” da parte dei negoziatori statunitensi. “Eravamo a pochi passi dal Memorandum d’intesa di Islamabad”, ha aggiunto Araghchi. “La buona volontà genera buona volontà. L’inimicizia genera inimicizia”.
Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, che guidava la delegazione a Islamabad, ha comunque tenuto aperta la porta alla diplomazia: “Prima dei negoziati ho sottolineato che noi abbiamo la buona fede e la volontà necessarie, ma a causa delle esperienze delle due guerre precedenti, non abbiamo fiducia nella controparte”, ha scritto sui social dopo il fallimento delle trattative. “I miei colleghi nella delegazione iraniana hanno presentato iniziative costruttive, ma la controparte alla fine non è riuscita a guadagnare la fiducia della delegazione iraniana in questo round di negoziati. L’America ha compreso la nostra logica e i nostri principi e ora è il momento di decidere se può guadagnarsi la nostra fiducia o meno”, ha aggiunto Ghalibaf. “Consideriamo la diplomazia come un altro metodo, accanto alla lotta militare, per rivendicare i diritti della nazione iraniana e non ci fermeremo un istante nei nostri sforzi per consolidare i risultati dei quaranta giorni di difesa nazionale dell’Iran”.
“Il successo di questo processo diplomatico dipende dalla serietà e dalla buona fede della controparte, dall’astensione da pretese eccessive e richieste illegali, e dal riconoscimento dei diritti legittimi e degli interessi giusti dell’Iran”, ha aggiunto sui social il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmail Baqaei. “Nessuno si aspettava di raggiungere un accordo in un solo incontro”, ha poi però assicurato in una successiva intervista lo stesso Baqaei. “Ma la diplomazia non si ferma mai”.
Parole distensive che però non bastano a nascondere la determinazione di Teheran a non cedere la sua carta più preziosa. Oltre il 60% delle imbarcazioni usate dai Pasdaran per pattugliare lo Stretto di Hormuz, secondo il Wall Street Journal, è ancora integro e capace di colpire. “La chiave dello Stretto rimane nelle mani capaci di Teheran”, ha infatti confermato sui social Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida suprema Mojtaba Khamenei. Intanto le Guardie della rivoluzione hanno avvertito che qualsiasi avvicinamento di navi militari allo Stretto, dove prima del conflitto passavano quasi un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello globale, sarà considerato “una violazione del cessate il fuoco” e “trattato con durezza e decisione”.
Lo spettro degli Houthi
Ma Hormuz non è l’unico cono di bottiglia del commercio (soprattutto energetico) mondiale. Dallo Yemen infatti il ministero degli Esteri di Sana’a, controllato dal movimento Ansarullah, il braccio politico della milizia sciita filo-iraniana degli Houthi, ha salutato il fallimento dei negoziati di Islamabad come “una nuova vittoria per la Repubblica Islamica”. In un comunicato diffuso ieri sera attraverso l’agenzia di stampa ufficiale Saba, il governo locale, non riconosciuto a livello internazionale, ha avvertito che “qualsiasi nuova escalation americana nella regione o a livello marittimo avrà un impatto negativo sulle catene di approvvigionamento, sui prezzi dell’energia e sull’economia globale”, ribadendo che, in caso di ripresa delle operazioni militari contro l’Iran, gli Houthi sono pronti a “un’escalation delle operazioni militari”. Il riferimento implicito è allo Stretto di Bab el-Mandeb, che collega il mar Rosso all’Oceano indiano e al mar Arabico e dove l’anno scorso passavano in media 4,2 milioni di barili di greggio. Se anche questa rotta dovesse chiudersi, le ricadute sull’economia mondiale sarebbero difficili da contenere.
Il Libano brucia ancora
Tuttavia, mentre l’opinione pubblica statunitense ed europea si concentra sui prezzi energetici, nel sud del Libano la guerra di Israele contro Hezbollah continua senza sosta malgrado gli oltre duemila morti registrati dalla ripresa delle ostilità con l’attacco all’Iran.
Sul terreno, le forze armate israeliane (Idf) hanno annunciato sui social di essere vicine alla conquista completa di Bint Jbeil, da decenni considerata una delle roccaforti simboliche di Hezbollah nel Libano meridionale. L’operazione, secondo l’Idf, avrebbe già portato all’uccisione di oltre cento miliziani, tra cui elementi della Forza Radwan, l’unità d’élite del gruppo armato sciita libanese. Ma Bint Jbeil ha un peso che va oltre il valore militare: è qui che nel maggio del 2000, subito dopo il ritiro israeliano dal Libano meridionale, il segretario di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ucciso in un raid aereo lanciato da Tel Aviv a Beirut il 27 settembre 2024, tenne il famoso discorso in cui descrisse Israele come “più debole di una ragnatela”. Sempre qui nel 2006, durante la seconda guerra del Libano, le Idf combatterono duramente in città senza riuscire a conquistarla. Stavolta però, dicono, sarà diverso.
Intanto almeno 18 persone sono state uccise e 25 sono rimaste ferite, secondo l’agenzia di stampa ufficiale libanese Nna, negli attacchi aerei condotti da Israele nelle ultime 24 nelle località meridionali di Bazouriyeh, Nabatieh El Fawqa, Sir al-Gharbiyah, Shoukine, Tuffahta e Ma’roub. In totale, secondo l’ultimo aggiornamento del ministero della Salute di Beirut, almeno 2.055 persone sono state uccise e 6.588 sono rimaste ferite dal 2 marzo scorso in Libano a causa del conflitto in corso.A fare rumore, però, sono anche le denunce dell’Unifil, la forza ONU dispiegata nel Libano meridionale, che conta oltre un migliaio di militari italiano. In un comunicato ufficiale diramato ieri, la missione ha riferito che soldati israeliani hanno speronato con un carro armato Merkava alcuni veicoli delle Nazioni Unite “in due diverse occasioni”, causando danni significativi. Accuse categoricamente respinte dall’Idf, secondo cui il convoglio dell’Unifil speronato sarebbe entrato in un’area di operazioni militari “senza alcun coordinamento preventivo” con Israele, che proprio lì era impegnato a combattere Hezbollah. Non si tratta però di episodi isolati. Nel corso dell’ultima settimana infatti, secondo la nota della missione Onu, i caschi blu avevano già subito “colpi di avvertimento” che avevano danneggiato mezzi, anche italiani, “chiaramente identificabili” come appartenenti alla missione Onu, con uno di questi proiettili atterrato non lontano da un soldato appena sceso dal veicolo.
Incidenti che avevano provocato la protesta della Farnesina, con la convocazione dell’ambasciatore israeliano Jonathan Peled da parte del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Ma dall’inizio di aprile, secondo l’Unifil, l’esercito israeliano avrebbe anche distrutto le telecamere di sicurezza del quartier generale di Naqoura e di cinque postazioni lungo la Linea Blu, arrivando persino a imbrattare con vernice spray le finestre del cancello d’accesso pedonale “impedendo qualsiasi visibilità verso il perimetro esterno”. Accuse gravi, che si aggiungono a mesi di tensioni tra Israele e la missione Onu.
Lo scenario che si apre è nebuloso e potenzialmente esplosivo. Da un lato Washington, con la sua flotta schierata nello Stretto e la minaccia concreta di nuovi attacchi militari in Iran. Dall’altro Teheran, che non ha ceduto, controlla Hormuz, conserva capacità operative e può contare sul sostegno attivo degli Houthi, minacciando anche lo Stretto di Bab el-Mandeb. In mezzo, un’economia globale che guarda ai prezzi del petrolio con crescente apprensione, Israele che non intende fermarsi in Libano, che continua a bruciare, e una missione Onu sempre più esposta. Il cessate il fuoco regge ancora, ma con il fiato sempre più corto. Ma la prossima mossa, che sia un colloquio diplomatico anche telefonico, un missile o una petroliera bloccata, potrebbe cambiare di nuovo tutto.