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Home » Esteri

Gli Stati Uniti bombardano l’Iran per la decima notte consecutiva. Teheran colpisce le basi Usa in Bahrein e Kuwait. In fiamme due petroliere nello Stretto di Hormuz

Immagine di copertina
Un EA 18G Growler, assegnato allo Squadrone di Attacco Elettronico (VAQ) 133, si lancia dal ponte di volo della portaerei degli Stati Uniti classe Nimitz USS Abraham Lincoln (CVN 72) a supporto dell'Operazione Epic Fury contro l’Iran. Credit: US NAVY PHOTO/SIPA / AGF

Il conflitto coinvolge l'intera regione sotto il peso dei continui bombardamenti lanciati da Washington e delle rappresaglie iraniane, mettendo in crisi il traffico navale e i mercati del greggio a livello globale. Ma la vera incognita resta l'efficacia di un fragile dialogo dietro le quinte per fermare l'escalation

Gli Stati Uniti hanno bombardato l’Iran per la decima notte consecutiva, colpendo obiettivi della Repubblica islamica nelle località meridionali di Shiraz, Sirik, Bandar Abbas, Chabahar, Konarak e sull’isola di Qeshm, che si affacciano sullo Stretto di Hormuz, dove almeno due petroliere sono in fiamme dopo essere state centrate dai Pasdaran. Ma Teheran ha reagito anche contro le basi statunitensi in Bahrein, in Giordania e in Kuwait per paralizzare i centri nevralgici delle forze Usa nella regione.
A poco più di un mese dalla firma del memorandum d’intesa di Islamabad, ormai considerato carta straccia da entrambe le parti, l’escalation ha precipitato di nuovo il Medio Oriente nella violenza e il traffico navale e i mercati energetici globali sull’orlo del baratro. Nonostante i colloqui continuino sotto banco, le conseguenze di questa rottura diplomatica si stanno propagando a macchia d’olio, coinvolgendo anche una galassia di attori regionali, dai ribelli Houthi nello Yemen fino ai fragili equilibri politici in Libano.

La furia dei raid
Le forze armate degli Stati Uniti, come reso noto dal loro Comando centrale (Centcom), hanno completato, tra la serata di ieri e le prime ore di oggi, la decima notte consecutiva di bombardamenti contro il territorio iraniano, colpendo “centri di comando militare, infrastrutture navali, siti per il lancio di missili e droni e sistemi di difesa aerea” della Repubblica islamica, con l’obiettivo di “indebolire la capacità dell’Iran di continuare ad attaccare le navi commerciali che transitano nello Stretto di Hormuz”.
Una serie di esplosioni è stata confermata dall’emittente pubblica iraniana Irib nella città costiera di Bandar Abbas, a Shiraz, sull’isola di Qeshm e nel distretto di Bemani, situato nella provincia meridionale di Hormozgan. In particolare, i raid statunitensi hanno colpito obiettivi presso i porti di Sirik, Chabahar e Konarak. Un’offensiva che segue l’imposizione di un blocco navale contro la Repubblica islamica e ben nove precedenti notti di raid ininterrotti.
Ma Teheran, dal canto suo, non è rimasta certo a guardare. Due petroliere, secondo una nota diramata dalle Guardie della Rivoluzione islamica iraniana, sono in fiamme dopo essere state colpite per aver tentato di “attraversare la pericolosa rotta meridionale nello Stretto di Hormuz”. In più, i Pasdaran rivendicano di aver colpito due sistemi di difesa antiaerea e un’installazione radar situati in altrettanti avamposti americani in Bahrein, dove sarebbe stato bombardato anche un centro dati di Amazon. Nel vicino Kuwait, invece, sono finiti nel mirino della Repubblica islamica i sistemi di ricezione radar e satellitare e alcune batterie missilistiche delle forze Usa. La tv pubblica iraniana Irib ha precisato che a essere colpite da sciami di droni suicidi sono state “tre importanti basi” kuwaitiane utilizzate dalle forze degli Stati Uniti: le strutture di Arifjan, Al-Udairi e Ahmad Al-Jaber. I Pasdaran poi, attraverso una nota divulgata dall’agenzia di stampa locale Tasnim, hanno anche rivendicato un attacco contro i sistemi radar di difesa missilistica in una base statunitense in Giordania. Queste informazioni, però, non sono state ancora confermate dal Pentagono né da fonti indipendenti. “Il nemico dovrebbe prepararsi a ondate di droni e ad attacchi missilistici ancora più decisivi e potenti”, hanno minacciano le Guardie della Rivoluzione islamica iraniana in una nota diramata dall’agenzia ufficiale Irna dopo i raid. Insomma, non sembra che l’escalation possa fermarsi in tempi brevi.

Le onde d’urto regionali e l’allerta globale
Per questo il Kuwait è stato costretto ad attivare i propri sistemi di difesa aerea, intercettando e neutralizzando nella notte missili e droni definiti “ostili”. Anche la Giordania ha abbattuto nei propri cieli tre missili balistici lanciati direttamente dal territorio iraniano. Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno rinforzando massicciamente la loro presenza nei cieli mediorientali. Negli ultimi giorni, infatti, decine di aerei da rifornimento in volo, i cosiddetti “fuelers”, sono giunti in Israele per garantire supporto logistico ininterrotto ai caccia americani.
Il senso di pericolo imminente è testimoniato dalla mossa senza precedenti del dipartimento di Stato di Washington, che ieri ha diffuso un messaggio di allerta di massima urgenza rivolto a tutti i cittadini americani sparsi per il mondo, affinché raddoppino la prudenza in virtù del conflitto con Teheran. “A causa dell’intensificazione delle tensioni in Medio Oriente, la situazione di sicurezza resta complessa e potrebbe conoscere un’escalation imprevedibile”, si legge nero su bianco in un post pubblicato sul social network X. Il Dipartimento Usa ha chiesto ai propri connazionali attualmente presenti nell’area di “accrescere la vigilanza”, avvisandoli di tenersi pronti a improvvise cancellazioni di voli, a chiusure periodiche e repentine dello spazio aereo e a probabili ostacoli ai loro spostamenti. È stato addirittura chiesto loro di “riconsiderare ogni progetto di viaggio” o di semplice transito nella regione. Ma l’aspetto più inquietante dell’allerta è il suo respiro globale: Washington avverte esplicitamente che “l’Iran e i gruppi che sostengono l’Iran potrebbero sferrare attacchi contro altri interessi americani all’estero o contro luoghi associati agli Stati Uniti e agli americani in ogni parte del mondo”.

Il fronte marittimo da Hormuz a Bab el-Mandeb
Tali preoccupazioni hanno fatto tremare i mercati finanziari di tutto il mondo, a causa della vulnerabilità delle rotte marittime mediorientali e dell’aumento dei prezzi energetici. Il famigerato Stretto di Hormuz, attraverso cui, prima dello scoppio delle ostilità, transitava un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello globale, è al centro dello scontro militare. Il memorandum d’intesa di Islamabad, firmato il 17 giugno scorso da Usa e Iran, ne prevedeva la riapertura ma, a causa dell’attuale escalation, Teheran lo ha nuovamente chiuso. Il Centcom, invece, promette di mantenere aperto questo corridoio marittimo, afferma che il “transito continua” e ricorda che “dall’inizio di maggio, le forze Usa hanno contribuito ad agevolare il passaggio di circa 900 navi commerciali e 450 milioni di barili di greggio” dallo Stretto.
Ma la tensione è palpabile in ogni singolo tratto di mare. L’agenzia per le operazioni commerciali marittime del Regno Unito (Ukmto) ha diramato bollettini a dir poco allarmanti. Ieri, a circa 8 miglia nautiche, poco meno di 15 chilometri, a nord-est di Limah, in Oman, al largo delle coste degli Emirati Arabi Uniti, una nave ha comunicato di essere stata colpita da un “proiettile non identificato”. L’impatto ha causato danni significativi al sistema di guida e di governo dell’imbarcazione, pur non causando feriti tra l’equipaggio né significativi impatti ambientali. A riprova del caos causato dal conflitto, il traffico marittimo quotidiano nello Stretto è crollato ai minimi storici. Appena nove navi, secondo i tracciamenti del portale MarineTraffic, sono transitate nella giornata di ieri in questo tratto di mare. Non più di 30 attraversamenti, secondo il monitoraggio della società Kpler, sono avvenuti nell’ultimo fine settimana.
Ma come se l’incubo a Hormuz non bastasse, un altro fronte marittimo è stato aperto più a sud. I ribelli Houthi dello Yemen, alleati di Teheran, hanno proclamato un blocco navale contro le spedizioni dell’Arabia Saudita nello Stretto di Bab el-Mandeb, tra la Penisola araba e il Corno d’Africa. Un annuncio, seguito ai raid sauditi contro obiettivi degli Houthi in Yemen, che rischia di strozzare le forniture di petrolio a livello mondiale e in particolare verso l’Europa. Quest’imbuto naturale, situato all’estremità meridionale del Mar Rosso, funge da via d’accesso al Canale di Suez, unendo di fatto l’Europa all’Asia attraverso una delle arterie commerciali più trafficate del pianeta. Stretto appena 29 chilometri nel suo punto più angusto, da questo passaggio scorre quasi il 15% del commercio marittimo mondiale. Si stima che le precedenti interruzioni alla navigazione in questo tratto di mare, avvenute tra il 2023 e il 2025, siano costate all’economia globale circa 20 miliardi di dollari all’anno. Ora però, il blocco minaccia direttamente la capacità di Riad, il primo esportatore di greggio al mondo, di aggirare l’impasse a Hormuz. I mercati, prevedibilmente, hanno reagito con estremo nervosismo: di fronte alla minaccia degli Houthi e all’escalation in corso, ieri i prezzi del petrolio e del gas sono schizzati verso l’alto, per poi far registrare solo una lievissima flessione nella mattinata di oggi, con il WTI che sfiorava gli 82 dollari al barile e il Brent oltre gli 88 dollari, mentre l’indice TTF di riferimento per il gas in Europa superava i 59 euro al megawattora (MWh).

Ombre sul Pentagono
Ma dietro i freddi calcoli di potenza e le fluttuazioni dei prezzi energetici, c’è un costo umano in costante aggiornamento, che la politica fatica a gestire. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, dal canto suo, ha usato parole durissime, avvertendo che l’Iran pagherà il prezzo di ogni singolo soldato americano ucciso in Medio Oriente. “Ogni volta che l’Iran ucciderà un soldato americano, pagherà per quell’uccisione molte volte!”, ha minacciato sul suo social Truth. “Questa direttiva è stata trasmessa al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, al Capo di Stato Maggiore Congiunto, Daniel Caine, e a tutti i leader militari”. Dall’inizio del conflitto scatenato lo scorso 28 febbraio da Usa e Israele contro l’Iran, le vite spezzate tra i militari statunitensi sono salite a 17, tre delle quali perse solo nello scorso fine settimana tra Giordania e Iraq. Queste ultime rappresentano le prime vittime dalla rottura della tregua e dalla ripresa delle ostilità del 7 luglio.
Ma c’è un’ombra inquietante che aleggia sulla gestione dell’informazione da parte della catena di comando statunitense. Il bilancio dei feriti infatti parla di quasi 100 soldati, che hanno subito lesioni di varia entità nelle ultime due settimane. Un portavoce del Pentagono ha tentato di minimizzare, sostenendo che la stragrande maggioranza di questi traumi consiste in “lievi commozioni cerebrali”. Tuttavia, le indiscrezioni raccolte dall’emittente Cnn sostengono che le forze armate hanno volontariamente rallentato la divulgazione delle notizie relative ai soldati feriti, giustificando tale ritardo con la necessità di proteggere le truppe. Un reportage esclusivo del New York Times poi ha scoperchiato il vaso di Pandora. Citando diverse fonti governative rigorosamente anonime, il quotidiano ha rivelato che la scorsa settimana sono stati registrati ben tre distinti attacchi iraniani contro le forze americane in Giordania, completamente separati dal raid costato la vita venerdì 17 luglio a due soldati e che aveva visto la scomparsa di un altro militare. Queste tre incursioni, taciute al pubblico, avrebbero ferito decine di militari e danneggiato svariati elicotteri. Il Pentagono aveva prontamente annunciato l’attacco di venerdì, ma aveva mantenuto il più assoluto riserbo sugli altri raid, omettendo perdite e danni materiali. La giustificazione fornita da un ufficiale militare al quotidiano newyorkese è emblematica: il Centcom non è tenuto a pubblicare informazioni sui militari feriti, specialmente quando questi tornano rapidamente in servizio. Un’altra fonte ha aggiunto un dettaglio cruciale, spiegando che diffondere tempestivamente tali informazioni potrebbe inavvertitamente aiutare l’Iran a calibrare i propri sistemi d’arma e a identificare con precisione la posizione delle truppe in Giordania e nelle altre basi sparse nella regione.
Considerando l’intero arco del conflitto, il bilancio totale sale a 17 morti e oltre 400 militari americani feriti. Il Pentagono, che nelle prime fasi della guerra forniva aggiornamenti periodici su questi dati, ha interrotto tale prassi nelle ultime settimane. Un blackout informativo che, secondo le cronache, si estende anche all’amministrazione Trump, restia a fornire dettagli sull’impatto che la guerra sta avendo sulle scorte strategiche di armi degli Stati Uniti e sulle reali capacità missilistiche in possesso di Teheran. Nonostante ciò, la linea ufficiale non arretra di un millimetro: il segretario Usa alla Difesa Pete Hegseth ha affidato ai social un messaggio perentorio, sostenendo che la morte dei militari non farà altro che “rafforzare la determinazione americana”, mentre lo stesso Trump ha voluto ribadire che quei soldati sono caduti “al servizio del nostro Paese”, ricordando come l’obiettivo supremo e irrinunciabile di questa guerra sia quello di “non permettere mai all’Iran di disporre dell’arma nucleare”. Sul versante iraniano il tributo di sangue non è meno pesante: l’ultimo bollettino ufficiale del ministero della Salute di Teheran, diffuso sabato scorso e risalente a venerdì 17, conta almeno 50 morti e più di 500 feriti sotto il fuoco dei raid statunitensi delle ultime tre settimane, da quando le ostilità si sono riaccese.

Il filo sottile della diplomazia
In questo panorama a tinte fosche, dove a parlare sono quasi esclusivamente le armi, qualcuno cerca ancora di tessere una faticosa tela diplomatica. I mediatori internazionali di Pakistan, Egitto e Qatar hanno recentemente messo sul tavolo una proposta concreta: un cessate il fuoco di dieci giorni tra Stati Uniti e Iran. Purtroppo però, Washington ha già provveduto a gettare acqua sul fuoco, ridimensionando le probabilità che Donald Trump possa accettare una simile interruzione delle operazioni. Dall’altra parte invece, il tono sembrava più possibilista. Ieri il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmail Baghaei, aveva voluto assicurare che gli sforzi diplomatici non si sono affatto fermati e stanno proseguendo, seppur sottotraccia, attraverso l’opera dei Paesi mediatori. Una prova tangibile è il viaggio in corso in Pakistan del ministro dell’Interno della Repubblica Islamica, Eskandar Momeni, che ha in agenda incontri con il premier Shehbaz Sharif e con il capo delle forze armate, il generale Asim Munir. Una flebile speranza spenta sul nascere dalle parole perentorie del capo-negoziatore e presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. “Gli americani continuano a far affluire nuove attrezzature militari nella regione, pur affermando di voler fermare la guerra”, ha scritto ieri sui social. “Le azioni devono confermare le affermazioni, non smentirle”.

Il labirinto libanese
Sullo sfondo si erge poi lo scacchiere del Libano, un fronte che rischia di complicare ulteriormente qualsiasi ipotesi di pacificazione. C’è grande attesa per l’incontro previsto oggi tra il presidente Joseph Aoun e Donald Trump a Washington. L’amministrazione statunitense sta esercitando una pressione a dir poco asfissiante su Beirut affinché proceda con il disarmo di Hezbollah, il movimento armato sciita filo-iraniano, che ha trascinato il Libano nel baratro della guerra contro Israele, prima in solidarietà con Gaza e poi con Teheran.
La situazione al confine sud è complicata. Dopo aver annunciato nelle scorse settimane l’intenzione di non ritirarsi, Tel Aviv, che occupa circa 620 chilometri quadrati di territorio libanese, ha dato il via a un vero e proprio “programma pilota” che prevede un ritiro parziale delle proprie truppe dal Paese, trasferendo formalmente il controllo di tre villaggi meridionali direttamente all’esercito regolare di Beirut. Questa timida mossa di distensione, spinta dagli Usa, nasce dall’applicazione di un preciso quadro operativo articolato in 14 punti, firmato di recente da Israele e Libano proprio a seguito di serrate trattative mediate dagli americani. Tuttavia, per Tel Aviv, il disarmo totale di Hezbollah rimane una precondizione non negoziabile per completare il ritiro dai territori libanesi. Un nodo gordiano che Teheran si guarda bene dal tagliare, anzi: l’Iran ha posto il proprio veto, esigendo in maniera categorica che qualsiasi eventuale e futuro accordo di pace debba obbligatoriamente includere e risolvere anche la delicatissima questione del fronte libanese. Una matassa intricata di veti incrociati e interessi contrastanti che allontana, giorno dopo giorno, le prospettive di pace.

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