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Home » Esteri

L’isola del tesoro nel mirino di Trump: ecco perché la Groenlandia è così importante per gli Usa

Immagine di copertina
La pista della Base aerospaziale statunitense di Pituffik, nel nord-ovest della Groenlandia

Possiede giacimenti non sfruttati di oltre 43 dei 50 materiali critici per chip e dispositivi elettronici vari, è all'ottavo posto al mondo per depositi di terre rare e controlla una zona economia esclusiva di 200 miglia nautiche al centro dell’Artico, dove secondo l’Onu entro il 2050 l'Oceano sarà privo di ghiaccio al minimo stagionale. Tutto quello che c'è da sapere sulle rivendicazioni della Casa bianca

Gli Stati Uniti vogliono la Groenlandia da almeno un secolo e mezzo e, parola di Donald Trump, «in un modo o nell’altro» la acquisiranno dalla Danimarca, «con le buone o con le cattive». Anche a dispetto dell’autodeterminazione della popolazione locale, contraria a un’annessione agli Usa, dell’opposizione del regno danese, di cui la Groenlandia costituisce un territorio autonomo, e degli alleati della Nato e dell’Unione europea, di cui fanno parte Copenaghen e quindi anche Nuuk. Ma nemmeno il rischio di archiviare l’Alleanza atlantica con un attacco diretto ai confini di uno Stato membro sembra poter frenare l’inquilino della Casa bianca. La questione infatti ha radici ben più profonde.

Ambizioni storiche
Non è la prima volta che l’attuale presidente Usa manifesta il desiderio di acquisire il controllo della Groenlandia. Già durante il suo primo mandato, nel 2019, nel corso di una cena con il suo amico e miliardario newyorkese Ronald S. Lauder, erede della nota casa cosmetica, Trump accarezzò l’idea di prendersi l’isola. Allora il Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa bianca fu improvvisamente incaricato di discutere i dettagli di come gli Stati Uniti avrebbero potuto acquisirla. Il tutto a un costo spropositato che, secondo le stime riferite da alcuni studiosi ed ex funzionari statunitensi all’emittente Nbc, si aggirerebbe tra i 500 e i 700 miliardi di dollari.
Eppure, nonostante le ripetute proposte, il regno danese e il governo groenlandese hanno sempre respinto l’idea, ultimamente proprio alla Casa bianca durante l’incontro dei ministri degli Esteri di Copenaghen e Nuuk, Lars Lokke Rasmussen e Vivian Motzfeldt, con il vicepresidente e il segretario di Stato Usa, J.D. Vance e Marco Rubio.
Ma Trump non è certo il primo negli Stati Uniti a voler “conquistare” l’isola. Tutto cominciò infatti nel 1868 quando l’allora segretario di Stato Usa William H. Seward, che aveva già trattato l’acquisto dell’Alaska dalla Russia, sottolineò l’importanza dei giacimenti di criolite presenti nel territorio artico danese per la produzione di alluminio, fondamentale per la guerra moderna. Anche allora il piano andava al di là delle ricchezze minerarie: nel suo “Rapporto sulle Risorse di Islanda e Groenlandia”, Seward sostenne che attraverso il controllo dell’isola artica e dell’Alaska gli Usa avrebbero potuto premere sul Canada da Est e da Ovest affinché un giorno anche l’ex colonia britannica entrasse a far parte dell’Unione americana. Non a caso fu proprio l’allora capo della diplomazia Usa a trattare per primo con Copenaghen un “affare” che, a causa dell’opposizione del Senato statunitense, si sarebbe concluso soltanto mezzo secolo dopo. Già perché tra la Casa bianca e il regno scandinavo gli scambi territoriali non sono una novità: nel 1916, gli Usa versarono alla Danimarca 25 milioni di dollari in oro per le Indie Occidentali Danesi (oggi Isole Vergini Americane) e, in cambio, riconobbero la sovranità di Copenaghen proprio sulla Groenlandia. Da allora passò un altro trentennio fino a quando, dopo la Seconda guerra mondiale, Harry Truman provò ad acquistare davvero il territorio autonomo danese nel quadro della strategia di contrasto all’Unione sovietica durante la Guerra fredda. Anche allora il regno rifiutò di cedere ma l’uomo che ordinò i primi (e finora unici) bombardamenti atomici della storia non restò a bocca asciutta.

La sicurezza di chi?
Nel 1941, durante l’occupazione nazista, il governo in esilio della Danimarca autorizzò gli Usa a costruire e gestire impianti militari in Groenlandia per tutta la durata del conflitto. Tanto che alla fine della guerra, si contavano ben 15 basi americane sull’isola (oggi ridotta a una sola con circa 150 soldati). Allora come oggi Washington si contendeva il controllo delle rotte artiche, prima con l’Urss e ora con Russia e Cina. Così, con il Trattato del 27 aprile 1951 poi rivisto nel 2004, la Casa bianca ottenne di fatto carta bianca, potendo schierare le proprie truppe nel territorio danese semplicemente avvisando Copenaghen e Nuuk.
Sebbene il contesto internazionale sia mutato rispetto a 80 anni fa, le ragioni di Trump sono molto simili a quelle del suo lontano predecessore. Dal 2009 però, la Groenlandia ha acquisito il diritto di dichiarare la propria indipendenza, una strada che i suoi quasi 57mila abitanti, ancora economicamente dipendenti dalla Danimarca, non hanno per ora imboccato. Alle elezioni del marzo scorso il partito indipendentista Naleraq, contrario all’annessione Usa, è arrivato secondo, mentre il premier Jens-Frederik Nielsen, che guida una coalizione di movimenti autonomisti, ha ribadito che preferisce la Danimarca agli Stati Uniti. D’altronde, l’85% dei residenti si oppone ad aderire agli Usa mentre il 75% degli americani non vuole il territorio danese. Il timore della Casa bianca però è che un’isola autonoma o peggio indipendente possa finire nel mirino di Mosca e Pechino. Ma è davvero così?
Washington ha più volte criticato l’incapacità danese di garantire la sicurezza dell’isola, che occupa circa 2,2 milioni di chilometri quadrati, pari a quasi un quinto dell’intero continente europeo. Eppure a questo scopo Copenaghen ha stanziato 90 miliardi di corone (12 miliardi di euro) soltanto l’anno scorso. Le famose «slitte trainate da cani» prese in giro da Trump e con cui il regno sorveglia la Groenlandia appartengono in realtà alla forza Sirius, composta da 12 soldati e circa 70 cani, che nei loro 26 mesi di stanza sull’isola hanno finora pattugliato oltre ottomila chilometri di territori inospitali con temperature che scendono fino a -50 gradi. L’81% dell’isola infatti è coperto da ghiacci, quasi non vi sono strade, non c’è alcuna ferrovia e gli unici mezzi di trasporto disponibili sono navi, elicotteri, aerei o slitte. Inoltre l’esercito danese ha investito in altre cinque navi militari artiche, in un nuovo sistema di allerta radar aereo, in altri due droni a lungo raggio e ampliato gli uffici militari a Nuuk. Verrà inoltre posato un cavo sottomarino per le telecomunicazioni tra la Danimarca e la Groenlandia, che è già collegata in questo senso all’Islanda e al Canada. A tutto questo poi vanno ad aggiungersi i contingenti militari inviati da Francia, Germania, Finlandia e Svezia e quelli annunciati da Norvegia, Regno Unito e Paesi Bassi, tutti Paesi puniti da Trump con nuovi dazi. Da Nuuk poi il Comando Artico Congiunto danese, che «sorveglia e difende militarmente» l’isola e l’arcipelago delle Faroe, contribuisce anche al pattugliamento del tratto di mare tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, dove la Nato monitora i movimenti russi nell’Atlantico settentrionale. Ma da dove arriva davvero il pericolo?

Minacce fantasma
Sebbene per Trump l’isola sia «circondata» da navi russe e cinesi, sui radar non c’è traccia di tali minacce. Nell’agosto scorso, due imbarcazioni da ricerca cinesi sono state avvistate nell’Oceano Artico centrale, a nord degli Stati Uniti e del Canada, a mille chilometri dalla Groenlandia. Pechino ha svolto esercitazioni congiunte con la Russia nell’Artico ma vicino al Mare di Bering, a sud dell’Alaska. Mosca stessa ha spostato proprie unità militari nel Mare di Barents, al largo della costa scandinava, piuttosto lontano dall’isola, e ha le principali basi navali e missilistiche vicino a Finlandia, Norvegia e ai Paesi Baltici. Insomma, sebbene non sia possibile escludere la presenza di sottomarini russi nelle profondità marine circostanti la Groenlandia, la presenza della base americana di Pituffik (ex Thule) nel nord-ovest del territorio artico danese, che ospita sistemi di allerta e difesa missilistica e spaziale, unita alla possibilità di schierare altre truppe Usa nell’isola e ai nuovi impegni degli alleati nell’area dovrebbero essere sufficienti per scongiurare qualsiasi attacco esterno.
Non solo le forze ma anche le aziende di Mosca e Pechino sono praticamente assenti sull’isola, malgrado il Dragone si sia definito una nazione “quasi artica”. La cinese Shenghe Resources detiene una partecipazione del 6,5% nel gruppo minerario australiano Energy Transition Minerals, intenzionato a sviluppare un giacimento di terre rare nella Groenlandia meridionale, ma il progetto è stato sospeso. Nel 2018 la China Communications Construction Company presentò un’offerta alle autorità locali per la costruzione dei nuovi aeroporti di Nuuk, Ilulissat e Qaqortoq ma l’affare saltò quando Copenaghen e Washington proposero di finanziare le infrastrutture a condizione che l’azienda cinese fosse esclusa dall’appalto. Eppure la Casa bianca continua a puntare sull’annessione della Groenlandia, senza escludere alcuna opzione, neanche militare. Perché? La sua posizione e ricchezza ne fanno un premio troppo ambito, sia per la realizzazione del nuovo scudo missilistico “Golden Dome” che per la corsa alle nuove tecnologie.

Ricchezze materiali
L’isola possiede infatti enormi risorse naturali mai sfruttate, tra cui giacimenti ricchi di oltre 43 dei 50 cosiddetti “materiali critici” necessari per la transizione ecologica e digitale. Tuttavia questo genere di attività sono ancora sottodimensionate.
Attualmente, secondo il Servizio geologico della Danimarca e della Groenlandia (Geus) e la locale Autorità groenlandese per le Risorse Minerarie, sull’isola sono attive soltanto due miniere: una di oro all’estremo sud del territorio e l’altra di feldspato nel fiordo occidentale di Kangerlussuaq. Ma i giacimenti sono molti di più: tra i più importanti vi sono grandi depositi di feldspato (80,8 milioni di tonnellate stimate); zirconio (57,1 milioni); terre rare (oltre 36,1 milioni); titanio (12,1 milioni); fosforo (11,5 milioni); stronzio (9,8 milioni); grafite (6 milioni); niobio (5,9); silicio (2,8 milioni); litio (oltre 235mila); e altri di antimonio, barite, berillio, cromo, rame, fluoro, gallio, tungsteno, vanadio e tante materie prime critiche e non. Per il Servizio geologico  statunitense l’isola, che ospita due dei più grandi giacimenti conosciuti a Kvanefjeld e Tanbreez, si colloca all’ottavo posto al mondo per depositi di terre rare. Tale dotazione, secondo le autorità locali, è «paragonabile a quella presente in regioni minerarie consolidate come Australia, Canada e Scandinavia». Tuttavia, a differenza di queste ultime, l’attività mineraria in Groenlandia è stata finora svolta solo in pochi siti o su scala relativamente modesta a causa delle condizioni climatiche, della mancanza di infrastrutture e degli elevati costi operativi, che hanno ostacolato lo sviluppo di progetti minerari. La situazione però potrebbe presto cambiare.
A causa del riscaldamento globale infatti, la calotta glaciale che ricopre l’isola si sta progressivamente ritirando. Per effetto della cosiddetta “amplificazione artica”, l’estensione e la durata del ghiaccio marino si stanno riducendo, accelerando invece l’arretramento dei ghiacciai costieri. Così diventano navigabili fiordi e rotte prima impraticabili e per periodi sempre più lunghi, aprendo anche la possibilità di sviluppare i giacimenti.

Mappa Groenlandia
 

Nuove rotte
I modelli climatici prevedono che il ghiaccio marino estivo nel Bacino Artico si ritirerà sempre più lontano dalla maggior parte delle masse continentali, aprendo nuove rotte di navigazione e prolungando dai due ai quattro mesi la stagione di navigazione nell’area. Secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) infatti, entro il 2050 l’Oceano Artico sarà «praticamente privo di ghiaccio» al suo minimo stagionale. La navigabilità della Rotta artica lungo le coste di Russia e Norvegia o del Passaggio a Nord-Ovest tra Alaska (Usa), Canada e Groenlandia aumenterà non solo i trasporti marittimi attraverso il Polo Nord ma garantirà un maggiore accesso alle risorse ittiche, di idrocarburi e di altre materie prime ed è su questo terreno che si scontreranno le grandi potenze. D’altronde, secondo l’ufficio di statistica groenlandese, già oggi il 90% dell’export dell’isola si basa sulla pesca (circa 800 su 900 milioni di euro di beni esportati totali), motivo per cui il governo della Groenlandia controlla una zona economica esclusiva di oltre 200 miglia nautiche, con piena autorità sull’intero settore e controlli sulle attività delle navi provenienti dall’estero.
Non solo: secondo un’analisi pubblicata nel 2024 dal Middlebury Institute of International Studies, la sola Rotta artica, aperta nel 2021, permette di ridurre di una decina di giorni i tempi di spedizione navale tra il porto di Shanghai, in Cina, e Rotterdam, nei Paesi Bassi. Quest’anno la portacontainer Istanbul Bridge è diventata la prima nave di linea a inaugurare la cosiddetta “Via della Seta polare” dalla Cina all’Europa attraverso la Rotta artica, arrivando in soli 20 giorni a Felixstowe, nel Regno Unito, dopo essere salpata dal porto cinese di Ningbo. D’altronde, soltanto tre anni fa, la National Oceanic & Atmospheric Administration statunitense prevedeva che nei prossimi due decenni entrambe le nuove rotte attorno alla Groenlandia saranno completamente aperte alla navigazione. Non solo civile. 

Una soluzione ucraina?
Controllare direttamente l’isola quindi permetterebbe agli Usa non solo di pattugliare militarmente uno dei più importanti teatri per il dominio globale (come fa già) ma anche di sfruttare enormi risorse utili alla corsa energetica e tecnologica globale. E per riuscirci Trump sembra disposto persino a un colpo di mano. D’altronde, durante la sua carriera politica, il magnate newyorkese ha mostrato spesso di non considerare affatto inviolabile la sovranità di altre nazioni, come dimostra il sequestro lampo del presidente non riconosciuto del Venezuela, Nicolas Maduro, e di sua moglie, Cilia Flores. Basti ricordare che quando la Russia invase l’Ucraina la sua prima reazione non fu di condanna ma piuttosto di elogio per l’atto di «genio» del presidente russo Vladimir Putin. Ancora oggi d’altra parte, mentre tenta di mediare un’intesa per porre fine alla guerra, Trump non ha mai posto sul tavolo delle trattative la condizione del rispetto dei confini internazionalmente riconosciuti, una richiesta ribadita sin dall’inizio da Kiev, oltre che dalla precedente amministrazione degli Stati Uniti, dagli alleati della Nato e dell’Ue.
La questione potrebbe concludersi proprio con una soluzione “ucraina”. Se un attacco diretto Usa (con conseguenze imprevedibili per il destino della Nato) è stato escluso da Trump, l’accordo dal sapore neo-coloniale imposto al presidente Volodymyr Zelensky sullo sfruttamento delle risorse minerarie e la ricostruzione a titolo di indennizzo per gli aiuti forniti contro la Russia potrebbe però costituire un modello anche per la Groenlandia. A dirlo sarà il tempo, che alla Casa bianca comincia a scarseggiare. Probabilmente Trump avrà solo fino alle elezioni di metà mandato del 3 novembre per chiudere la questione, allora la (da lui stesso) ventilata sconfitta repubblicana ne potrebbe fare un’anatra zoppa, che rischia di restare impantanata al Congresso. Altro che Polo Nord.

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