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Trump, Di Battista, i troll russi: attorno ai gilet gialli è nata l’Internazionale populista

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“Noi e i gilet gialli vogliamo le stesse cose”. Lo dicono Trump, Grillo, Bannon, i russi. Ecco come i gilet gialli possono saldare il fronte populista in vista dell'appuntamento decisivo del prossimo maggio: le elezioni europee

C’è attesa, in Francia e in tutto il mondo, per il discorso con cui il presidente Emmanuel Macron annuncerà la sua risposta, politica e securitaria, all’ondata di proteste dei gilet gialli, culminata nelle manifestazioni di sabato 8 dicembre, in cui sono state fermate 1.220 persone.

Nel frattempo, è iniziata in tutto il mondo la corsa ad intestarsi la paternità politica del movimento. Prendendo le distanze dalle violenze, beninteso, ma evidenziando come le rivendicazioni portate avanti nelle piazze francesi siano giuste, addirittura sacrosante, nonché espressione sociale di istanze già da tempo nell’agenda delle principali forze populiste globali.

In Italia a dare via alla politicizzazione del movimento ci ha pensato Beppe Grillo: “Noi e i gilet gialli vogliamo le stesse cose” ha detto il fondatore del M5s al Fatto Quotidiano.

A stretto giro gli ha fatto eco Alessandro Di Battista: “Le richieste dei gilet gialli – ha scritto in un post su Facebook – sono sacrosante, così come sacrosanta è la loro battaglia contro questa stramaledettissima globalizzazione e credo che il Movimento 5 Stelle debba dare il massimo supporto a questo movimento di cittadini francesi che chiede diritti, salari giusti, la fine dell’impero delle privatizzazioni e il controllo della finanza da parte degli Stati”.

Dall’Europa agli Stati Uniti, è ormai un coro di lodi ai manifestanti francesi. Persino Donald Trump ha rivendicato affinità con i gilet gialli.

Come non era difficile da immaginare, anche i russi hanno visto nelle proteste francesi terreno fertile per diffondere il verbo populista in giro per il mondo, e lo hanno fatto con lo strumento a loro più congeniale: eserciti di troll e oltre 200 account twitter che hanno inondato il social con migliaia di post incendiari, tutti con hashtag #giletsjaunes.

Jacopo Iacoboni, su La Stampa, evidenzia come a mettere il cappello sulla protesta sia stato proprio colui che si propone come “padrino” di una nuova internazionale populista, ovvero Steve Bannon, l’ex stratega di Trump che ha da poco creato The Movement, fondazione che ha lo scopo di coordinare e finanziare i partiti populisti di destra.

“I gilet gialli sono lo stesso tipo di persone che hanno eletto Donald Trump presidente degli Stati Uniti nel 2016, e lo stesso tipo di persone che hanno votato per la Brexit. Vogliono avere il controllo dei propri paesi”, ha detto Bannon sabato 8 dicembre a un raduno della destra europea.

Che i gilet gialli possano confluire in un partito politico, del resto, è una possibilità certificata anche dai sondaggi: se presentassero una lista alle prossime elezioni europee di maggio 2019, infatti, otterrebbero in Francia il 12 per cento dei voti, secondo una rilevazione Ipsos pubblicata da ‘Le Journal du Dimanche’, dietro solo al movimento di Macron, che otterrebbe il 21 per cento.

Nato come movimento di protesta per l’aumento del prezzo del gasolio, quello dei gilet gialli si è presto trasformato in un coacervo di istanze socio-securitarie, tenute insieme dalla critica alla globalizzazione e alle istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea.

Il movimento chiede infatti, tra le altre cose, l’aumento dei salari e del reddito minimo, la riduzione delle tasse, la costruzione di case popolari, l’uscita della Francia dall’Ue e dalla Nato, lo stop alle privatizzazioni per autostrade, aeroporti, parcheggi e ferrovie.

Il tutto condito da una posizione sovranista anche sul tema dell’immigrazione: no al Global Compact, il trattato internazionale sui migranti da cui ha già dichiarato di volersi sfilare Salvini, e una lotta ai flussi migratori al fine di accogliere in misura molto più limitata rispetto a quanto si fa oggi.

Alcuni analisti, in Francia, sostengono addirittura che attorno ai gilet gialli si possa saldare un fronte rossobruno che tenga insieme la sinistra di Mélenchon e la destra di Marine Le Pen.

Sarebbe la presa d’atto che, al di là delle differenze ideologiche, esiste tra questi partiti una sostanziale convergenza programmatica, incentrata sui diritti sociali, la lotta alla globalizzazione e la necessità di proteggere i cittadini francesi con un’agenda neo-sovranista anche in tema di immigrazione.

L’ondata populista, in Europa, ha già prodotto sconquassi, con la vittoria alle elezioni italiane di Lega e Movimento Cinque Stelle e di Trump negli Usa, l’avanzata di partiti come il Front National (oggi Rassemblement National) in Francia, dell’AFD in Germania, e molto altro ancora.

Resta il fatto che, nonostante tutto, al momento i partiti tradizionali sono dati in vantaggio per le elezioni europee del prossimo maggio.

Ciò significa che il prossimo presidente della Commissione ha ancora buone probabilità di essere designato da una convergenza post-elettorale tra popolari e socialisti.

Come ha scritto Antonio Funiciello in un articolo sul Foglio, ciò significa che la rivoluzione populista, in Europa, potrebbe essere rinviata di cinque anni, con tutte le incognite del caso.

I cicli della politica infatti possono essere brevi, specie quelli dei partiti di protesta. Ecco perché c’è la necessità, per i populisti, di imprimere un’accelerata.

L’ondata dei gilet gialli, in quest’ottica, è arrivata al momento giusto, e la corsa a mettere il cappello politico sul movimento francese serve a dare coesione e ulteriore spinta sociale a partiti che, il prossimo maggio, non possono accontentarsi di aumentare i consensi, ma devono puntare a rovesciare il tavolo.

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