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Home » Esteri

Ecco perché Israele non aveva il diritto di fermare la Global Sumud Flottilla diretta a Gaza

Immagine di copertina
Credit: AGF

Il convoglio è stato abbordato dalla Marina militare israeliana a meno di 70 miglia dalla costa della Striscia, mentre tutti gli attivisti sono stati fermati e saranno espulsi

La Global Sumud Flotilla non è mai arrivata a Gaza: a partire dalla serata di ieri il convoglio è stato infatti abbordato a più riprese da un imprecisato numero di navi militari israeliane a meno di 70 miglia dalla costa, scatenando proteste in tutta Italia. Nessuna imbarcazione, secondo il ministero degli Esteri israeliano, è riuscita a forzare il blocco navale imposto dal 2009 da Tel Aviv sul territorio costiero palestinese in violazione del diritto internazionale. “Tutti i passeggeri sono sani e salvi. Stanno viaggiando verso Israele, da dove saranno deportati in Europa”, ha esultato il ministero israeliano sui social. “La provocazione è finita”. Ma l’intervento avvenuto in acque internazionali su imbarcazioni cariche di attivisti e di aiuti simbolici per la popolazione stremata di Gaza, secondo quanto riferito alla collega Gianna Fregonara del Corriere della Sera dalla giurista Marina Castellaneta, ordinario di Diritto internazionale all’Università di Bari ed esperta di diritti umani, costituisce un’ulteriore violazione del diritto internazionale da parte di Israele.
L’analisi parte dall’area di intervento. “È una zona di acque internazionali in cui vale il principio della libertà  dei mari e della sovranità dello Stato di cui la nave batte bandiera”, ha spiegato la professoressa Castellaneta. “Un altro Stato non può fare controlli a bordo se non in casi specifici come il sospetto di pirateria o di tratta di esseri umani”.
Il governo di Israele però ha invocato il “legittimo” blocco navale imposto al largo di Gaza dal 2009 per giustificare il proprio intervento. “che disciplinano il blocco — previste dal manuale di Sanremo del 1994 che fissa i principi applicabili in caso di guerra navale — stabiliscono che non si può impedire il transito di beni di prima necessità se la popolazione civile non ha cibo o mezzi di sussistenza”, ha aggiunto la giurista. D’altronde, secondo l’ultima analisi pubblicata ad agosto dall’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), organismo riconosciuto dall’Onu, ha certificato che oltre mezzo milione di persone nella Striscia sono vittime della carestia,  caratterizzata da fame diffusa, indigenza e morti evitabili.
Inoltre i militari israeliani sono intervenuti ben prima del limite delle acque territoriali posto a 12 miglia dalla costa. “Essendo Israele una potenza occupante, è difficile dire che le acque di Gaza siano acque territoriali israeliane”, ha precisato Castellaneta. “Secondo la Corte Internazionale di Giustizia (dell’Onu) qualsiasi intervento in quanto occupante è illegittimo. E comunque anche nel mare territoriale alle navi civili è consentito il diritto di passaggio inoffensivo, cioè se non reca danni alla sicurezza. Non si può intervenire a bordo della nave a meno che non sia quest’ultima a lanciare l’Sos”.
Per giustificarsi, il governo israeliano ha anche accusato la Flottilla di legami con Hamas. “Ci vorrebbero delle prove, non basta sostenerlo”, ha sottolineato la giurista. “Israele interviene in violazione del diritto internazionale, come avvenne contro le imbarcazioni turche, causando la morte di 9 attivisti”. Non è la prima volta infatti che accade un episodio simile. Nel 2010, l’Idf attaccò la nave turca Mavi Marmara. Allora una commissione di inchiesta delle Nazioni Unite appurò le responsabilità e la violazione del diritto internazionale. “I civili che non partecipano alle ostilità hanno diritto di protezione anche in zone di guerra”.
Gli attivisti comunque sono stati fermati e saranno espulsi da Israele verso l’Europa. “Siamo in un contesto di guerra, di occupazione e di violazioni continue del diritto internazionale”, ha concluso Castellaneta. “Se alla fine la vicenda si concluderà con una serie di controlli, lo sbarco degli attivisti in Israele e il rimpatrio, questo può risultare, visto il contesto, in una violazione del diritto internazionale meno rilevante di altre che vediamo di continuo”.

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