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La Bolivia torna socialista un anno dopo l’esilio di Evo Morales: ritorno al passato?

Di Giulio Alibrandi
Pubblicato il 20 Ott. 2020 alle 15:41 Aggiornato il 20 Ott. 2020 alle 15:42
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Immagine di copertina
Luis Arce Credits: ANSA

A quasi un anno dall’esilio l’ex presidente Evo Morales, la sinistra torna al potere in Bolivia con una vittoria al primo turno alle elezioni presidenziali di domenica, con un distacco di oltre 20 punti secondo gli exit poll.

Ieri il presidente in carica Carlos Mesa ha riconosciuto la vittoria “molto chiara” del Movimento per il socialismo (Mas), il partito guidato dall’ex ministro dell’Economia di Morales, Luis Arce che secondo gli exit poll ha ottenuto il 52 percento dei voti, scongiurando l’ipotesi di un ballottaggio entro fine ottobre, previsto nel caso di distacco inferiore al 10 percento o di una percentuale inferiore al 40 percento. Il 57enne Arce, considerato l’architetto delle riforme progressiste di Morales, ha celebrato la vittoria come “un ritorno alla democrazia” dopo il colpo di stato dello scorso anno.

Il voto è stata una ripetizione delle elezioni dell’ottobre 2019, quando l’opposizione e parte della comunità internazionale hanno contestato la vittoria di un quarto mandato da parte di Morales, portando a tensioni che hanno causato la morte di 36 persone e centinaia di feriti. Nelle settimane successive l’intervento dell’esercito ha portato al potere un governo di destra guidato dalla senatrice Jeanine Anez.

Nell’ultimo anno, diversi studi statistici hanno smentito le accuse di brogli dell’Organizzazione degli Stati americani, che aveva legittimato le proteste dell’opposizione parlando di un “cambiamento inspiegabile” riguardo l’aumento improvviso dei voti nella fase finale dello scrutinio preliminare, attribuito al conteggio di voti provenienti da aree con una maggioranza di sostenitori di Morales.

Il voto di domenica è stato rinviato due volte a causa della pandemia di nuovo Coronavirus, che finora ha causato più di 8.400 vittime e oltre 130.000 contagi nel paese. Il governo di Anez, considerato dagli Stati Uniti un importante alleato nella regione, è stato contestato per la sua gestione della pandemia e per la dura repressione del dissenso nel suo anno al potere. Ad agosto, l’annuncio del secondo rinvio delle elezioni ha scatenato forti proteste, in cui metà del paese è stato fermato da decine di blocchi stradali organizzati dall’opposizione. Lo scorso mese Anez ha ritirato la sua candidatura dalle elezioni presidenziali, annunciata a gennaio dopo aver promesso in diverse occasioni di non voler prendere parte al voto.

Dall’Argentina Morales ha promesso che “prima o poi” rientrerà nel suo paese, dopo essere stato in precedenza in esilio anche in Messico. Il primo presidente indigeno della Bolivia ha ringraziato per il loro sostegno i presidenti dei due paesi che lo hanno ospitato, Alberto Fernandez e Manuel Andres Lopez Obrador e ha dichiarato di aver ricevuto telefonate da altri leader della sinistra sudamericana come il presidente venezuelano Nicolas Maduro e l’ex presidente dell’Uruguay José Mujica, oltre a Papa Francesco.

Uno degli esponenti di punta della “onda rosa” che negli anni Duemila ha portato al potere governi di sinistra in tutto il Sudamerica, dal 2006 Morales ha più che dimezzato la povertà nel paese, mantenendo una crescita elevata grazie all’elevata domanda internazionale di materie prime e forti investimenti in infrastrutture. La presidenza di Morales è stata accusata dall’opposizione di autoritarismo, in particolare dopo che la corte costituzionale del paese ha annullato il risultato di un referendum del 2016 che gli aveva negato la possibilità di candidarsi per un quarto mandato.

La Bolivia sta attraversando la peggiore crisi economica degli ultimi decenni a seguito della pandemia di nuovo Coronavirus. Per quest’anno, il Fondo monetario internazionale prevede una contrazione del Pil del 7,9 percento.

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