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Egitto, le elezioni non fermano le sparizioni forzate: dov’è Islam Khalil?

In un'intervista esclusiva a TPI, Nour Khalil, fratello di Islam Khalil scomparso da 15 giorni, racconta delle torture, degli arresti e delle violenze di cui la sua famiglia è vittima da anni a causa del governo egiziano

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 26 Mar. 2018 alle 19:30 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:59
Immagine di copertina
Dov'è Islam Khalil?

La campagna delle elezioni presidenziali in Egitto è stata segnata da arresti e sparizioni forzate.

Molti degli avversari politici dell’attuale presidente Abdel Fattāḥ Al-Sisi si sono ritirati o sono stati imprigionati per favorire la riconferma del presidente uscente.

Così, mentre i 60 milioni di cittadini egiziani si confrontano con la due-giorni di votazioni, nel paese le voci dei dissidenti o degli attivisti vengono messe regolarmente a tacere.

È questo il caso di Islam Khalil, un giovane egiziano di 28 anni, le cui tracce si sono perse da oltre 15 giorni.

Secondo le organizzazioni non governative locali, la media delle sparizioni forzate in Egitto è di 3-4 al giorno. Di solito, agenti dell’Nsa (i servizi segreti egiziani) pesantemente armati fanno irruzione nelle abitazioni private, portano via le persone e le trattengono anche per mesi, spesso ammanettate e bendate per l’intero periodo.

Quella di Islam non è infatti una storia nuova, come racconta a TPI il fratello, Nour Khalil, “non è la prima volta che Islam viene arrestato o fatto sparire senza motivo”.

La famiglia Khalil ha un passato ricco di queste tristi vicende: sia il padre che Nour stesso sono stati arrestati dalle forze governative egiziane con motivazioni spesso inventate e accuse a carico inesistenti.

Nour è un semplice attivista che non ha mai preso parte a nessun partito politico.

“Ho iniziato dopo la Rivoluzione egiziana, mi sono interessato di alcuni casi di sparizioni forzate e ho condotto diverse campagne contro la pena di morte” .

Da tempo Nour si occupa di diritti e per farlo si avvale anche di spettacoli teatrali che parlando di diritti umani e di democrazia.

“Abbiamo attivato un team work per un cambiamento, per aumentare la consapevolezza attraverso il teatro”, ci racconta.

Nour è laureato in legge e diventerà un avvocato. Nel frattempo sta lavorando come ricercatore nel mondo dei rifugiati e dei migranti, collaborando con diverse realtà come Save The Children.

“Mio fratello Islam non ha mai fatto nulla per essere arrestato, l’unico che ha avuto esperienze da attivista sono stato io”, spiega Nour.

“I problemi sono iniziati quando mi hanno arrestato il 25 gennaio del 2014, accusandomi di far parte di un gruppo terroristico e tenendomi in prigione per tre mesi. Mi hanno poi rilasciato facendo cadere le accuse. Dopo quell’episodio, verso la fine del 2014, la polizia egiziana ha cominciato a fare più volte irruzione nella casa in cui abitavo con la mia famiglia. Sei irruzioni in tutto, durante le quali hanno sequestrato pc, cellulari e tutti i dispostivi elettronici, più diversi libri”.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Il 24 maggio del 2015 la polizia egiziana arresta Nour, Islam e il padre dei due fratelli.

“Mio padre è un ex comandante dell’esercito egiziano poi diventato un commerciante, mio fratello lavora come sales manager, non hanno nulla a che vedere con l’attivismo politico, è me che volevano colpire”, spiega Nour.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Quando ci hanno arrestati, io sono stato allontanato dai miei cari, mi hanno fatto sparire, per poi rilasciarmi senza accuse, minacciandomi di non poter raccontare nulla ai mass media e non di non dover sporgere alcuna denuncia a loro carico altrimenti mio padre e mio fratello non sarebbero stati liberati”.

In quell’occasione hanno tenuto prigioniero e nascosto Islam per ben 122 giorni.

“Soltanto in un secondo momento abbiamo saputo che era stato aperto un procedimento giudiziario a suo carico, lo hanno trattenuto di volta in volta per un totale di un anno”, racconta il fratello.

Islam è stato torturato e picchiato. La sua testimonianza è stata utilizzata in una campagna internazionale che alla fine è riuscita a ottenere la sua scarcerazione, dietro una cauzione di 50mila pound egiziani, circa 2.500 euro. Prima di liberarlo, lo hanno nuovamente picchiato e minacciato di non raccontare a nessuno le violenze subite.

La casa dei due fratelli è stata più volte rapinata dalla polizia che senza preavviso e anche quando loro non erano presenti, si è presentata saccheggiando ogni oggetto potesse essere utilizzato contro di loro.

“Islam è uscito dalla prigione ed è stato arrestato poco dopo. La mia famiglia ha anche sporto denuncia contro la procura generale per questo”.

“Nostro padre”, prosegue Nour, “ha cominciato ad avere anche dei problemi di salute molto gravi, ma questo non ha impedito alla polizia di arrestarlo e tenerlo in prigione. Ad aprile, dopo diversi giorni in cui non avevamo più sue notizie, abbiamo appreso che era stato arrestato, condannato ad una multa e a un anno di prigione”.

A ottobre 2017, le autorità liberano temporaneamente il padre dei due ragazzi, malato di cancro, per un’operazione. Poco dopo l’intervento, l’uomo viene rimesso in carcere.

“Nostro padre ha un cancro e dovrebbe stare in ospedale, in un posto dove poter essere curato, ma loro non acconsentono a questa nostra richiesta. Mio fratello Islam ha sofferto molto per questa vicenda e ha riportato i danni psicologici delle torture, della separazione dalla famiglia”, spiega Nour.

“Da settembre 2017, Islam aveva chiuso tutto, anche l’account su Facebook, voleva solo superare questa situazione di salute e quella di nostro padre”.

Il 20 marzo, l’avvocato della famiglia Khalil ha sporto denuncia alla Procura generale egiziana per avere notizie su Islam, almeno sulle sue condizioni di salute.

I giornalisti e gli amici sono in piena attività, anche sui social per avere maggiori informazioni. Su Facebook è attivo l’hashtag #whereisIslam.