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Oltre 2mila arresti, sparizioni forzate, minacce: in Egitto è la più grave repressione della storia recente

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Attivisti, professori e universitari e semplici cittadini sono stati arrestati dalle forze militari mentre protestavano contro il presidente al Sisi, chiedendone le dimissioni. La repressione è stata la più violenta da quelle del 2013

Egitto, violenta repressione delle proteste: cosa sta succedendo

In Egitto è tornata la paura. O forse, la paura, non è mai scomparsa.

Da dieci giorni una rinnovata ondata di proteste contro il presidente Abdel Fattah al Sisi sembra aver inaugurato una nuova fase di agitazione sociale. Ma, contestualmente e come era facile prevedere, ne è nata un’ulteriore azione repressiva del regime, i cui esiti restano per ora fortemente incerti.

Venerdì 20 settembre, appena finita la partita di coppa tra le due principali squadre di calcio del paese, alcune migliaia di persone si sono riversate in strada in diverse città: Mahalla al-Kubra, Ismailiyya, Mansoura, Cairo, Alessandria, Suez.

Chi ha manifestato lo ha fatto in risposta a un appello lanciato da Mohammed Ali, imprenditore edile e aspirante attore che per quindici anni ha lavorato a stretto contatto con l’esercito ricevendo appalti e commesse statali.

Dal 2 settembre, Ali (figura fino allora quasi sconosciuta) è diventato famoso sui social con alcuni video in cui denuncia scandali di corruzione che coinvolgono i massimi livelli dello stato, a cominciare dal presidente al Sisi.

Dal suo esilio volontario in Spagna racconta che con soldi pubblici l’esercito ha fatto costruire più di una residenza di lusso per il presidente e un albergo per un generale-ministro.

Nei giorni successivi il centro del Cairo è stato posto sotto un regime di sicurezza mai visto nella storia recente. In manette sono finiti scrittori, attivisti, giornalisti, legali e semplici familiari di persone che, dall’estero e via social network, avevano espresso critiche al governo. Molti di questi fermi si traducono in un’incriminazione, in altri casi dopo una notte di interrogatori e pestaggi, all’alba viene concesso di tornare a casa.

Quello che si legge sui social e sulle cronache locali è un vero e proprio bollettino di guerra con quotidiani arresti di massa di manifestanti, semplici cittadini e difensori dei diritti umani.

Secondo l’Ong egiziana Centro egiziano per i diritti economici e sociali, sono infatti oltre 1.900 le persone arrestate in Egitto nell’ultima settimana: attivisti, professori e universitari che hanno gridato “il popolo vuole la caduta del regime”, finendo in manette. Le autorità hanno anche sequestrato smartphone.

Egitto, repressione delle proteste: arrestato l’attivista Alaa Abdel Fattah

Tra le vittime dell’ondata di repressione figura anche l’attivista icona della Primavera araba: Alaa Abdel Fattah.

L’uomo era in libertà vigilata dopo aver scontato una pena di cinque anni. Secondo quanto ha denunciato la famiglia dell’attivista, Alaa sarebbe stato rapito dalla stazione di polizia in cui era obbligato a rientrare ogni sera.

Alaa è uno degli attivisti egiziani più noti della Rivoluzione del gennaio 2011. Oppositore di Mubarak, degli islamisti e dei militari, è stato in carcere sotto tutti i regimi che hanno governato l’Egitto negli ultimi anni.

Alaa ha da poco finito di scontare una pena di 5 anni per aver manifestato pacificamente e dal giorno del suo rilascio è sottoposto a un regime di sorveglianza speciale che lo costringe a trascorrere tutte le notti in una stazione di polizia, lontano da casa e dalla famiglia.

Il 27 mattina non lo hanno lasciato uscire. Ai familiari che lo aspettavano fuori la polizia ha detto che Alaa è stato trasferito alla procura della Sicurezza di Stato, dove rischia di essere indagato in un nuovo processo.

Anche durante il periodo di sorveglianza speciale Alaa non ha mai smesso di scrivere e riflettere sulla situazione egiziana e sulla condizione dei prigionieri politici.

Alaa sarà trattenuto per un periodo di 15 giorni di detenzione preventiva (estendibile) in attesa delle indagini sul caso 1356/2019, in cui è accusato di diffondere notizie false e di aderire a un’organizzazione illegale.

Alaa è attualmente detenuto nella prigione di massima sicurezza di Tora.

“All’inizio, nella giornata del 20 settembre, c’è stato un effetto sorpresa in cui le autorità egiziane con il loro armamentario di leggi repressive erano convinte che non avrebbero mai più visto un essere umano in piazza. Poi è scattata una repressione che, studiando i massacri del 2013 delle due piazze, è la più grave da sei anni a questa parte. Non c’è solo il problema del numero degli arresti, quasi 2mila, ma anche la qualità delle persone fermate: giornalisti, scrittori, avvocati. Il tutto nel silenzio totale della comunità internazionale”.

Lo afferma Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

“Mentre scattava la prima fase della repressione, al Sisi era a New York, all’assemblea delle Nazioni Unite”, ricorda Noury. “Nessuno ha osato rimproverarlo di qualcosa. Non solo, Trump gli ha riconosciuto un ruolo importante. E poi va notato come paesi come la Francia continuano a inviare forniture militari in Egitto: si è visto un veicolo militare francese in piazza al Cairo. Un altro della Iveco, controllata al 100% dell’Olanda. C’è quindi ancora materiale dell’occidente usato in piazza per la repressione”.

Egitto, repressione delle proteste: le ragioni dello scontento

Le proteste del Cairo, però, non nascono dal nulla e di certo non solo dall’appello di Mohammed Ali. Le componenti dello scontento sono varie. Lo spiega bene Alessia Melcangi – docente di Storia contemporanea del Nord Africa e del Medio Oriente presso il Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche dell’Università di Roma La Sapienza – che in un articolo dell’Ispi specifica:

“Le manifestazioni delle ultime settimane hanno lanciato un chiaro messaggio di protesta dettato da una situazione economica solo a tratti in ripresa. Mentre gli indicatori macroeconomici sembrano evidenziare un aumento della crescita economica (consolidata crescita del Pil al 5,5%, relativa diminuzione dell’inflazione vicina all’11,3% annuo e diminuzione della disoccupazione secondo le recenti stime ufficiali della Banca mondiale), sostenuta dal prestito concesso dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dal credito dell’Arabia Saudita e in grado di sostenere a lungo termine il regime, nei fatti il 32,5% della popolazione vive al di sotto del livello di povertà e le prospettive di ripresa economica sembrano ancora lontane dal ristabilire una reale perequazione sociale.

Le politiche di austerity lanciate negli anni precedenti dal governo, infatti, portando al taglio dei sussidi e al drammatico aumento del costo della vita, hanno colpito soprattutto le fasce più disagiate della popolazione, che rappresentano la maggioranza, le quali non beneficiano ancora dell’attuale generale miglioramento economico”.

Sinai, la denuncia di Human Rights Watch: “L’Egitto ha commesso crimini di guerra contro la popolazione”

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