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Anche l’Egitto avvisò Israele prima del 7 ottobre: “Hamas prepara qualcosa di grosso”. Ma il premier Netanyahu continua a negare e fa causa a Haaretz

Immagine di copertina
Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e il premier di Israele Benjamin Netanyahu. Credit: AMMAR ABD RABBO-POOL/SIPA / CNP/AdMedia/SIPA / AGF

Dopo le indiscrezioni sull’avvertimento ignorato dal capo del governo di Tel Aviv da parte degli Emirati Arabi Uniti, emerge un’informativa con cui i servizi di intelligence del Cairo avvisarono lo Shin Bet della chiara intenzione di Hamas di “far tremare la terra a Gaza”. Intanto il primo ministro annuncia un'azione legale contro il quotidiano responsabile dell'inchiesta che potrebbe costargli il posto a meno di sette settimane dalle elezioni

Nelle settimane precedenti gli attentati del 7 ottobre del 2023 compiuti in Israele da Hamas e dalla Jihad islamica, i vertici di Tel Aviv furono avvisati a più riprese, anche dai servizi di intelligence dell’Egitto. L’indiscrezione, emersa dopo la pubblicazione di un’inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz, secondo cui il premier Benjamin Netanyahu avrebbe ignorato un avvertimento simile arrivato 10 giorni prima degli attacchi dal presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed, evitando di condividerlo con i vertici militari e dell’intelligence, alimenta la polemica politica nello Stato ebraico, mentre il capo del governo continua a smentire le ricostruzioni giornalistiche e annuncia un’azione legale contro la testata a meno di 50 giorni dalle elezioni del 27 ottobre, che potrebbero costargli il posto.

I messaggi inascoltati del Cairo
I colleghi egiziani, secondo quanto riportato dall’emittente militare Radio Galatz, avrebbero avvisato in modo esplicito il servizio di sicurezza interna israeliano, lo Shin Bet, della chiara intenzione di Hamas di “far tremare la terra a Gaza”. Si trattava di un allarme generale, privo di dettagli operativi, che l’allora direttore dell’agenzia, Ronen Bar, finì per interpretare in modo riduttivo, convincendosi che la minaccia fosse legata alla volontà del gruppo terroristico di forzare la mano su un potenziale accordo di scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi, inserendo nelle trattative la ricercatrice russo-israeliana Elizabeth Tsurkov, sequestrata il 21 marzo 2023 a Baghdad, in Iraq, tenuta in ostaggio dal gruppo Kata’ib Hezbollah per 903 giorni e liberata esattamente un anno fa, il 9 settembre 2025. Proprio in quei giorni, infatti, Hamas e la milizia sciita irachena si sarebbero accordati per sfruttare il sequestro di Tsurkov come pedina di scambio e ottenere così il rilascio di un maggior numero di detenuti palestinesi in cambio della restituzione di due ostaggi e dei corpi senza vita di altrettanti militari israeliani.
Eppure, i segnali di un’imminente catastrofe continuavano a moltiplicarsi. Un anonimo funzionario dell’intelligence egiziana ha rivelato all’agenzia di stampa statunitense Associated Press che Il Cairo aveva discusso “ripetutamente” con gli israeliani di “qualcosa di grosso” in preparazione da parte di Hamas. “Li abbiamo avvertiti che la situazione stava per esplodere molto presto e che sarebbe stato qualcosa di grosso”, ha confidato la fonte in via anonima ad Ap. “Ma hanno sottovalutato tali avvertimenti”.
Un quadro aggravato dai dettagli forniti dall’edizione online del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, secondo cui, come il presidente emiratino Mohammed bin Zayed, anche il direttore dell’Intelligence egiziano, il generale Abbas Kamel, avrebbe telefonato personalmente al premier Benjamin Netanyahu appena dieci giorni prima del massacro, avvisandolo che gli abitanti di Gaza avrebbero probabilmente compiuto “qualcosa di insolito, un’operazione terribile”. Allora, secondo il quotidiano israeliano, i funzionari egiziani rimasero scioccati dall’indifferenza mostrata dal primo ministro di Tel Aviv, che avrebbe liquidato la questione sostenendo che l’esercito era già “sommerso” dai problemi in Cisgiordania. All’epoca, infatti, il suo governo, sostenuto da diversi partiti di estrema destra vicini ai coloni, premeva per un giro di vite in quell’area, teatro nei 18 mesi precedenti di crescenti violenze, più che nella Striscia.

Conseguenze politiche
Queste ulteriori indiscrezioni hanno acceso il dibattito politico si è fatto infuocato in Israele, mentre si avvicinano le elezioni legislative fissate per il 27 ottobre. L’opposizione reclama a gran voce una commissione d’inchiesta indipendente nominata dalla Corte Suprema, un’ipotesi che il premier Netanyahu ha sistematicamente scartato. Ma ormai le voci critiche si rincorrono.
L’ex capo di stato maggiore delle forze armate Gadi Eisenkot ha accusato il premier di ricorrere a scuse “patetiche” e lo ha definito “inadatto” a governare, sottolineando come abbia ignorato decine di avvertimenti. L’ex primo ministro Naftali Bennett, favorito dai sondaggi come prossimo premier, ha rincarato la dose, addossando al capo del governo una responsabilità “personale e diretta” che dovrebbe impedirgli di restare in carica “un minuto di più”. Lapidario anche l’ex militare e leader del partito dei Democratici, Yair Golan, che in un video ha accusato Netanyahu di aver messo “Israele in pericolo”, di aver portato il Paese “alla catastrofe”. “Tu sapevi, tu hai ignorato gli avvertimenti, tu hai fallito, tu sei il responsabile”, ha attaccato Golan.
Ma la reazione del primo ministro non si è fatta attendere. Attraverso i social, Netanyahu ha negato l’esistenza di qualsiasi colloquio con Mohammed bin Zayed tra l’inizio di settembre e il 7 ottobre 2023, argomentando che una simile conversazione avrebbe lasciato una chiara documentazione, che il suo ufficio non ha trovato. Il premier ha quindi dato mandato ai propri avvocati di denunciare per diffamazione sia il quotidiano Haaretz che il giornalista Shlomi Eldar, primo firmatario dell’inchiesta. Il capo del governo di Tel Aviv ha bollato l’articolo come “una sinistra calunnia con un chiaro tempismo politico”, orchestrata nell’ambito della campagna elettorale della sinistra, ribadendo che se solo i vertici delle forze di sicurezza lo avessero avvertito ore prima dell’attacco, “il terribile massacro avrebbe potuto essere evitato”. “Ronen Bar (allora direttore dello Shin Bet, ndr) e Herzi Halevi (allora comandante delle forze armate, ndr) hanno visto tutti i segnali indicatori molte ore prima dell’inizio dell’attacco”, ha accusato il premier. “Se invece di temere un’escalation avessero ordinato all’Idf, allo Shin Bet e alle unità di pronto intervento di prevenire l’attacco, e se avessero aggiornato il primo ministro Netanyahu in tempo, sarebbe stato possibile prevenire il massacro” del 7 ottobre. Allo stesso modo, il suo entourage ha liquidato come “fake news” i presunti avvertimenti egiziani, affermando che dall’insediamento del governo non c’è stato alcun contatto, né diretto né indiretto, con il direttore dell’intelligence del Cairo, Abbas Kamel.

Il silenzio degli Emirati Arabi
Da Abu Dhabi, intanto, il ministero degli Esteri emiratino ha scelto la via del silenzio diplomatico, dichiarando di non voler commentare “le indiscrezioni apparse sulla stampa o le speculazioni riguardanti le conversazioni tra i leader di governo” e limitandosi a precisare che le “informazioni rilevanti” vengono sempre condivise, quando necessario. “L’impegno degli Emirati Arabi Uniti dal 7 ottobre è stato costantemente diretto verso la de-escalation, la stabilità regionale e la prevenzione della violenza”, si legge in una nota diramata dalla diplomazia della federazione di regni arabi. “Gli Emirati Arabi Uniti e le istituzioni governative israeliane hanno mantenuto linee di comunicazione aperte e dirette sin dall’inizio delle loro relazioni più di cinque anni fa”, precisa il comunicato. “Quando necessario, tutte le informazioni rilevanti sono state e continuano ad essere comunicate tra le istituzioni competenti”.

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