La storia di una coppia siriana costretta a vivere separata dopo il Muslim Ban

Khaled e Jihan Almilaji vivevano negli Stati Uniti per concludere gli studi in medicina. A dicembre lui è andato in Turchia, ma non è più riuscito a tornare a casa

Di TPI
Pubblicato il 24 Feb. 2017 alle 15:34 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 01:48
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Immagine di copertina

Tra fusi orari e ore rubate al lavoro o allo studio, Khaled e Jihan sfruttano tutto ciò che hanno a disposizione per sentirsi più vicini: un tablet, un Mac, una connessione internet e Skype. 

Da circa un mese, i due giovani coniugi sono costretti a vivere separati – lei negli Stati Uniti, lui in Turchia – dopo il divieto anti immigrazione imposto da Donald Trump a gennaio e attualmente sospeso su decisione di una corte d’appello federale statunitense. 

Per capire come Khaled e Jihan siano arrivati a questo triste epilogo della loro storia occorre fare un passo indietro. 

Nell’autunno del 2016, Khaled Almilaji ha ricevuto una risposta positiva da parte di un’università americana per frequentare un master di salute pubblica presso la Brown University di Providence, nello stato del Rhode Island. 

Insieme a Jihan, anche lei studentessa di medicina e anche lei siriana, il giovane ha deciso di lasciare la sua terra natale per volare negli Stati Uniti con un visto per motivi di studio. 

A dicembre 2016, durante le vacanze natalizie e la sospensione delle lezioni del master, Khaled aveva deciso di partire alla volta della Turchia, per prestare supporto ad alcune organizzazioni umanitarie locali impegnate nel fornire assistenza ai profughi siriani, di stanza a Gaziantep. 

Dopo aver trascorso la vigilia di capodanno con Jihan a Times Square, il 1 gennaio Khaled si era imbarcato su un areo diretto in Turchia. Da quel momento non è più riuscito a far ritorno dalla giovane moglie, incinta di due mesi. 

Dal giorno della sua partenza al periodo in cui Khaled sarebbe dovuto rientrare, si è inserito l’ordine esecutivo firmato dal neo-presidente Trump che vietava l’ingresso temporaneo negli Stati Uniti a rifugiati, immigrati e cittadini provenienti da sette paesi islamici poi sospeso. 

“Sono stato informato dal consolato di Istanbul che il mio visto era stato revocato”, ha raccontato Khaled in un’intervista. “Non mi è stata fornita alcuna spiegazione al riguardo”.

Nonostante la sospensione del divieto, Khaled non ha ricevuto nessun visto per motivi di studio e al momento risulta bloccato a Gaziantep. Nella lunga attesa, il giovane medico siriano ha deciso di raccontare la sua storia e il suo calvario in un video realizzato da una società di produzione americana.

Khaled racconta della sua vita travagliata in Siria, dell’amore per la sua giovane moglie che ora vive sola a Rhode Island e della speranza affinché questa brutta vicenda finisca nel migliore dei modi. 

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Originario della città siriana di Aleppo, devastata negli ultimi sei anni da una cruenta guerra civile, Khaled era riuscito a portare avanti i suoi studi in medicina, distinguendosi anche per l’impegno civile prestato in numerose organizzazioni no profit siriane. 

Il 35enne si era fatto promotore di una campagna di sensibilizzazione contro la diffusione del polio nel suo paese natale ed era stato l’artefice della creazione di una folta rete di volontari (circa 8.500) impegnati in tutta la Siria nella vaccinazione di 1.4 milioni di bambini. 

Nel 2012, durante le proteste anti-governative che avevano preceduto lo scoppio della guerra civile, Khaled era stato arrestato dal regime di Assad. Durante i sei mesi trascorsi in prigione, era stato torturato. Nonostante ciò, la sua inclinazione ad aiutare il prossimo non si era dissolta, fornendo assistenza medica ad altri detenuti che avevano subito la medesima sorte. 

Una volta uscito di prigione, Khaled aveva deciso di lasciare Aleppo ma non la Siria, impegnandosi nella costruzione di ospedali sotterranei in aree controllate dai ribelli. Il suo impegno sociale non era mai venuto meno neanche in momenti difficili. Anche ora, Khaled non si da per vinto. 

“Penso a mia moglie. Lei è forte, ma non è abituata a vivere in queste condizioni di confusione”, ha raccontato ancora Khaled. “Entrambi aspettiamo che le cose si sistemino, sperando di ottenere un visto per tornare a casa negli Stati Uniti. Se questo non dovesse accadere, allora non sappiamo che fare”. 

Nel frattempo, l’Università di Providence e il senatore democratico del Rhode Island, Jack Reed, stanno lavorando per portare Khaled a casa, attraverso il dipartimento di Stato americano e i canali umanitari, compresa la partecipazione di Human Right Watch. 

 “Qui nella nostra scuola di specializzazione lo consideriamo come un socio prezioso, oltre che un eccellente studente”, ha dichiarato decano della scuola di salute pubblica dell’Università di Brown, Fox Wetle, ha confermato l’impegno nel riportare il dottor Khaled dalla sua famiglia. “È venuto qui regolarmente per studiare e ora sta pagando gli effetti di queste decisioni politiche”. 

Anche l’ufficio del senatore Reed ha rilasciato una dichiarazione in merito alla vicenda di Khaled: “Il caso del dottor Almilaji è un cattivo esempio di come il divieto del presidente Trump abbia trasformato la vita di molte famiglie. Ci sono modi migliori per rendere il nostro paese più sicuro”. 

(Qui sotto il video che racconta la storia di Khaled e Jihan Almilaji)


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