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Come il rosa è diventato un colore da donna

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Molti si stupirebbero nel sapere che quest’associazione cromatica è più recente di quanto si pensi, e che meno di cento anni fa le cose erano diverse

Oggigiorno sono molte le famiglie che scelgono di educare i propri figli senza obbligarli a conformarsi a ciò che la società si aspetta da loro, ma in attesa che la mentalità collettiva cambi, è innegabile che, anche involontariamente, ci siano abitudini che riteniamo assolutamente normali.

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Una di queste è quella, apparentemente vecchia come il mondo, secondo cui il rosa è un colore tradizionalmente legato alle donne e a tutto ciò che è femminile, sin dai primi giorni di vita, quando i bambini maschi sono annunciati con un fiocco azzurro.

Eppure molti si stupirebbero nel sapere che in realtà quest’associazione cromatica è più recente di quanto si pensi, e che meno di cento anni fa le cose erano diverse, se non opposte.

“Per secoli, bambini e bambine hanno indossato abiti bianchi fino ai sei anni”, spiega Jo B. Paoletti, storica e autrice del libro Pink and Blue: Telling the Girls from the Boys in America. “Il rosa e il blu sono arrivati, insieme ad altri colori pastello, verso la metà del Diciannovesimo secolo, ma i due colori non sono stati associati a un singolo genere fino a poco prima della Prima guerra mondiale. Anche allora ci è voluto tempo per decidere quale”.

Per esempio, un articolo del giugno 1918 della rivista di un negozio di abbigliamento, riportava che “la regola generalmente accettata è che il rosa sia per i maschietti, e il blu per le femminucce. La ragione è che il rosa, essendo un colore più deciso e più forte, è più adatto ai bambini, mentre il blu, che è più delicato, è più adatto alle bambine”. 

Il rosa era visto in generale come un colore giovanile, simbolo di salute ed energia vitale.

Ancora nel 1927, la rivista Time in un articolo riportò un grafico che mostrava quali colori erano associati a quale genere nei principali negozi degli Stati Uniti: anche allora, in diversi grandi magazzini di grandi città, il rosa era ancora maschile.

Anche nel celebre romanzo Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, del 1925, il protagonista del titolo si presenta a pranzo con un vestito rosa e viene criticato per questo: una scelta che oggi potrebbe apparire da dandy, ma che all’epoca al contrario era associata alle classi meno abbienti.

Fu solo dopo la Seconda guerra mondiale, quindi almeno dal 1945, che la divisione diventò sempre più netta, non solo nell’abbigliamento ma in qualsiasi genere di prodotto pensato soprattutto per un mercato femminile.

Nonostante questo, non esistono certezze riguardo al motivo per cui sempre più produttori manifatturieri si orientarono su questa scelta, rendendola uno standard duro a morire.

Alcuni associano la scelta alla first lady del tempo, Mamie Eisenhower, che al ballo inaugurale della presidenza del marito, nel 1953, si presentò con un lungo abito rosa all’epoca molto pubblicizzato e apprezzato.

(Mamie Eisenhower nel 1953. Credit: National Archives)

Il decennio successivo, gli anni Cinquanta, fu segnato da un’esplosione dell’economia in diversi paesi del mondo, Stati Uniti in primis, e da una generale tendenza alla conformazione a un unico standard sociale, ora che in molti potevano permettersi beni di consumo di massa.

Durante gli anni Settanta, dopo l’esplosione delle rivolte giovanili e la diffusione del femminismo, ci fu un breve ritorno a colori neutrali sul mercato, ma già negli anni Ottanta, un decennio di forte ritorno al consumismo, rosa e azzurro erano ormai codificati come femminile e maschile in moltissimi oggetti in vendita, una tendenza che ancora oggi non si è attenuata.

Questo un video della testata Vox che ripercorre la storia del rosa e dei concetti a esso associati:

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