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Home » Esteri

Good Bye Pinochet! Anche in Cile la sinistra si divide, persino sul referendum costituzionale

Immagine di copertina
Credit: Gabriel Boric / Facebook

Con il voto del 4 settembre, il Paese proverà a superare la Carta emanata nel 1980 dal generale golpista. La nuova costituzione si concentra sui diritti sociali e sull’ambiente ma il campo progressista resta frammentato

Sarà un voto sulla nuova Costituzione “de-pinochettizzata” e democratica. Ma – come spesso capita – si tratterà di un voto che trasferisce sul piano istituzionale un duro conflitto politico. Si vota il 4 settembre in Cile, esattamente a 49 anni dal golpe del 1973 che depose Salvador Allende e cancellò con i carri armati il governo democratico di Unidad Popular. E si vota per approvare la nuova Costituzione nata dal “estallido social”, la rivolta di piazza che dopo aver attraversato il Paese ha riportato il Frente Amplio, Pc, parte dei Socialisti e Nuova Sinistra al governo a Santiago. E così questo voto sarà – anche – la fotografia di un Cile profondamente diviso. I quarantadue anni della Costituzione “Pinocchetista” (fu fatta approvare dal dittatore nel 1980, al massimo del suo potere) hanno creato un solco incolmabile nella società cilena. Dopo anni di proteste e battaglie per recuperare spazi di democrazia, dopo decine di mobilitazioni su pensioni,salari, istruzione e salute, el Estallido Social ha messo in campo la madre di tutte le battaglie per i diritti: una nuova Carta.

Non tutti sanno che la Costituzione pinocchettista, cucinata da una cricca di consiglieri, e benedetta dal super guru neoliberista Milton Friedmann, fu un grande esperimento sociale di laboratorio. Dopo sette anni di shock therapy economica, legge marziale, desaparecidos e totale privazione dei diritti civili, il governo di Pinochet, cercò di appuntarsi sul petto, come un fiore all’occhiello, un simulacro di Magna Carta.

In questa Costituzione Friedmaniana si scriveva, per la prima volta, che lo Stato doveva essere semplicemente “sussidiario agli interessi del privato” (l’esatto contrario della Costituzione italiana!). Fu in nome di questo principio che il Paese venne spogliato delle sue risorse (a partire da quelle naturali) realizzando il più grande piano di privatizzazioni mai varato in tutta la Latinoamerica. Questo piano produsse una classe di oligarchi, emanazione diretta del regime civico-militare: ricchi e detentori di monopoli e rendite. Sette grandi famiglie, solo per fare un esempio, si appropriarono di concessioni esclusive lungo 4.000 chilometri di coste, senza incontrare alcun ostacolo morale o legale, creando flotte che spodestavano i pescatori individuali. In nome di questa Costituzione i conglomerati forestali del vecchio ordinamento, che controllavano milioni di ettari di terra, vennero trasformati in monocolture di conifere ed eucaliptus – considerate le più profittevoli – compromettendo la fauna autoctona e l’ecosistema naturale. Questo processo produsse conflitti con i popoli originari, una guerra civile contro i Mapuche fatta di repressione e omicidi. Le miniere di rame (ancora oggi rappresentano il 12,5% dei salari in Cile), quelle di litio e delle terre rare furono consegnate, in nome di questa Carta, a un pugno di multinazionali (che poi rivendono i loro prodotti finiti in Cile). I corsi d’acqua rimasero nominalmente un bene nazionale, ma in nome della Carta pinochettista iperliberista, il “codice delle acque” concesse le fonti sorgive in uso ai privati.

A Petorca, nel nord del Paese, esplose il caso emblematico dei coltivatori di avocado, che dopo essersi assicurati i diritti di sfruttamento di un fiume, arrivarono letteralmente a prosciugarlo. Si potrebbe proseguire con le pensioni “privatizzate” (con una sola esclusione: le forze armate e la polizia, indovinate perché), con l’istruzione privata dall’asilo all’università, e la sanità sul modello americano.Per riscrivere  la nuova costituzione – invece – sono stati eletti 155 costituenti con parità di genere (prima volta al mondo) e con rappresentanti delle minoranze dei popoli originari. Dopo un anno di dibattito l’assemblea ha partorito la bozza. E il governo nato dalla protesta, quello di Gabriel Boric, il più giovane presidente della storia del Cile, (deputato della regione australe proveniente dai movimenti studenteschi) ha puntato tutto sul nuovo testo.

La Destra ha iniziato la battaglia prima ancora che la bozza fosse approvata: «È un testo Chavista e castrista!», dicono. Meno prevedibile era l’opposizione dell’ex presidente socialista Ricardo Lagos, che ha dichiarato: «Voterò per il “Rechazo”» (cioè per il rifiuto). Contro questo coro di establishment che difende il fantasma di Pinochet (anche dopo la sua fine), si è levata la voce potente e nitida di Michelle Bachelet, che sostiene il nuovo testo: «Voterò “Apruebo” – ha detto – appassionatamente».

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