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Chi sono e cosa fanno i caschi bianchi siriani

L'organizzazione è composta da oltre 2mila volontari e dal 2013 a oggi hanno salvato oltre 60mila vite umane

Di TPI
Pubblicato il 23 Ago. 2016 alle 11:04 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 18:05
Immagine di copertina

Era rimasto sepolto sotto le macerie della sua abitazione rasa al suolo dall’ennesimo raid aereo sulla città di Aleppo per quasi sedici ore. A salvare la vita di quel neonato era stato Khaled Omar, 31 anni, un “casco bianco” siriano – così vengono soprannominati i volontari che accorrono ogni volta che un bombardamento colpisce le abitazioni dei civili, al fine di salvare più vite umane possibili.

Khaled salvò la vita di quel neonato nel 2014 e da allora la sua missione non è mai venuta meno, fino all’11 agosto 2016, quando lui stesso è rimasto ucciso in un raid aereo su Aleppo. Altri due caschi bianchi sono rimasti feriti. “Un vuoto incolmabile la perdita di Khaled Omar. Aveva contribuito a salvare innumerevoli vite umane, tra cui un neonato sepolto vivo sotto le macerie”, hanno scritto su un tweet alcuni suoi compagni. 

Sposato, con una figlia, Khaled Omar era uno dei circa 2800 volontari che lavorano con i caschi bianchi in tutta la Siria. 

Nel giugno del 2014, un bombardamento dell’aviazione siriana colpì un palazzo riducendolo in polvere. Quando giunse su luogo, Khaled Omar trovò una donna in lacrime che non riusciva più a trovare suo figlio appena nato. I caschi bianchi si misero subito a scavare sino a tarda notte, ma gli esiti non furono positivi. 

I volontari stavano per rinunciare, quando un pianto si levò dalle macerie. Khaled accorse e iniziò a scavare con le mani nude, spostando lastre di cemento e detriti, fino a quando non riuscì a trovare il bambino e a estrarlo vivo, dopo sedici ore. 

Chi sono i caschi bianchi e cosa fanno

Si contraddistinguono sul fronte di guerra siriano per il loro casco bianco appunto, una sorta di uniforme divenuta in questi anni di duro conflitto un vero e proprio segno distintivo. 

Generalmente fanno parte di questa sorta di organizzazione membri della società civile come, sarti, panettieri, insegnanti, ingegneri e anche studenti. Essi provengono da ogni ceto sociale. Tutti uniti in un’unica missione, ovvero salvare le vite umane da sotto le macerie dei bombardamenti e dalla violenza della guerra in Siria. 

Quando le bombe iniziano a cadere, i caschi bianchi sono i primi ad accorrere sul luogo preso di mira. 

I White Helmets sono collegati alla cosiddetta Difesa civile siriana e sono attivi dal 2013. In particolare quest’ultima è spesso sotto accusa per presunti legami con gruppi estremisti e per la provenienza dei finanziamenti che riceve. Tuttavia, il gruppo dei caschi bianchi negli ultimi tre anni di conflitto finora ha salvato oltre 60mila vite umane. 

Tra le loro fila si contano circa 2890 volontari, tutti siriani, presenti in 119 centri e distribuiti in otto aree governative della Siria. Essi sono attivi in prevalenza nelle zone assediate o nelle aree dove non arrivano più rifornimenti di cibo, medicine o benzina, soprattutto a Damasco, Homs e Aleppo. 

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Oltre a recuperare vite umane da sotto i detriti dei palazzi crollati, i caschi bianchi forniscono servizi pubblici a quasi 7 milioni di persone.

Il loro motto è tratto dal Corano e recita così: “Salvare una singola vita per salvare tutta l’umanità”. Finora sono 132 i volontari rimasti uccisi sotto i bombardamenti. 

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Come si finanziano?

Su questo punto ci sono numerose teorie. I caschi bianchi si definiscono alla stregua di un’organizzazione non governativa e negano di avere legami con gruppi estremisti, come il Fronte Al Nusra. Il gruppo riceve finanziamenti dagli Stati Uniti (attraverso l’agenzia Usaid), dal governo britannico, dalla Germania, dai Paesi Bassi e dal Giappone. 

I Caschi bianchi sono stati nominati per il Premio Nobel per la pace

Sono 130 le organizzazioni da tutto il mondo che hanno sostenuto la nomina dei Caschi bianchi al Premio nobel per la pace 2016. Ma anche in questo caso non sono mancate le polemiche e perfino una petizione lanciata attraverso il sito Change.org, dal titolo esplicativo “Do not give 2016 Nobel peace prize to Syrian White Helmets”, che finora ha raccolto circa 2mila firme. 

(Qui sotto caschi bianchi in azione trasportano un corpo senza vita dopo averlo estratto dalle macerie. Credit: Reuters)

(Qui sotto alcuni caschi bianchi sul luogo di un bombardamento. Credit: Reuters)