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Ecco chi c’è dietro il tuo iPhone

Il dispositivo mobile più famoso al mondo è prodotto grazie alla forza lavoro di circa 450mila operai impiegati in uno degli stabilimenti cinesi della holding Foxconn. Ecco come lavorano

Di Maria Dolores Cabras
Pubblicato il 14 Set. 2017 alle 11:09 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:57
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Immagine di copertina
Credit: Reuters

La Foxconn International Holdings è la più grande azienda multinazionale di componenti elettrici ed elettronici per i produttori di apparecchiature originali in tutto il mondo, e produce principalmente su contratto per aziende quali Amazon.com, Apple, Dell, HP, Microsoft, Motorola, Nintendo, Nokia, Sony, BlackBerry e Xiaomi.

La holding, con sede a Taiwan, possiede stabilimenti produttivi  in Asia, Europa e America latina. La Cina ha 13 impianti in nove città, il numero più alto rispetto a qualunque altro paese.

Secondo le stime dell’ufficio statunitense delle statistiche del lavoro, a partire dal 2009 ci sono stati 99 milioni di persone che hanno prestato servizio nelle fabbriche cinesi e che hanno aiutato la nazione a diventare la seconda economia più grande del mondo.

Attualmente la Foxconn è il più grande datore di lavoro in Cina; sul suo libro paga ci sono 1,3 milioni di persone.

I bassi costi della manodopera e la forza lavoro altamente qualificata hanno reso la Cina la sede ideale per fabbricazione di uno dei prodotti più conosciuti a mondo: l’iPhone.

La più grande fabbrica al mondo della Foxconn si trova a Longhua, Shenzhen, dove centinaia di migliaia di lavoratori – circa 450mila – sono impiegati nel Longhua Science & Technology Park, nonostante la fabbrica nel 2016 abbia sostituito 60mila dipendenti con robot automatizzati.

La chiamano la “fabbrica delle fabbriche” ed è considerata la vera “città della Apple”, in quanto l’impianto è dedicato alla produzione e all’assemblaggio finale dei dispositivi mobili come l’iPhone.

L’ingresso alla mega fabbrica è super blindato, nessun dipendente può entrare senza aver mostrato la propria carta d’identità. I camion che trasportano le componenti assemblate sono soggetti a scansioni e agli autisti vengono rilevate le impronte digitali. Chi viola le regole della “città della Apple” è severamente punito.

C’è però un’altra faccia della medaglia: il nome della Foxconn è legato, indissolubilmente, al tema dei suicidi.

Nel 2010 il nome della società taiwanese salì alla ribalta per un’ondata di suicidi tra gli operai, costretti a turni massacrati e a condizioni di lavoro opprimenti – persino andare in bagno è un’operazione complessa e macchinosa.

Da allora, il colosso presieduto da Terry Gou, anche su pressione dei fornitori e dei gruppi per la tutela dei diritti dei dipendenti, ha messo in campo una serie di misure per migliorare le condizioni di lavoro, ma i sucidi dei dipendenti non si sono arrestati. Dal 2010 al 2016 ci sono state 18 segnalazioni per tentati suicidi e 14 suicidi confermati.

Due documentaristi italiani, Tommaso Facchin e Ivan Franceschini, tra il 2010 e il 2011, sono stati i primi a dare voce agli operai cinesi che lavorano nella grande fabbrica di Shenzen. Maria Dolores Cabras ha intervistato i due autori del documentario.

I due hanno viaggiato per la provincia del Guangdong cinese per intervistare i lavoratori, facendoli divenire così i protagonisti di un film-documentario, Dreamwork China, e di ritratti scattati dal fotografo Tommaso Bonaventura. Da questo lavoro emergono racconti di vita, aspettative e speranze dei giovani che sono la vera forza-lavoro del Paese.

TPI ripropone il primo quarto d’ora del film-documentario, con l’intervista a Ivan Franceschini, sinologo e co-fondatore di Cineresie.info.

Considerate le ultime innovazioni tecnologiche sugli iPhone, la Cina si divide tra i giovani affetti dalla febbre di prodotti Apple e i lavoratori delle fabbriche che li producono. In che modo la rivoluzione tecnologica sta scuotendo gli equilibri della società della Nuova Cina?

Di fatto, la rivoluzione tecnologica si è rivelata uno strumento potente per lo sviluppo di movimenti sociali dal basso, ma non si può dimenticare che allo stesso tempo si è dimostrato anche un’arma straordinaria a disposizione delle autorità. In particolare, dovremmo smetterla di limitarci a pensare al web in Cina in termini di censura, in quanto, di fatto, esistono fenomeni molto più subdoli e preoccupanti quali la manipolazione dell’informazione nella forma della cosiddetta “guida dell’opinione pubblica”.

È da notare che i movimenti sociali nati sul web al momento attuale riguardano soprattutto la “classe media”. Se pensiamo ai lavoratori, sicuramente esistono giovani migranti che si servono della rete per informarsi e tutelare i propri diritti. Quest’uso “attivo” del web sembra essere però ancora limitato: moltissimi giovani migranti sembrano pensare al web esclusivamente come uno strumento ludico, almeno per ora.

I suicidi alla Foxconn, gli scioperi dei dipendenti degli impianti Honda, le rivolte dei migranti rurali di Wukan: sono gli anni del “risveglio delle coscienze” dei lavoratori cinesi. Ritiene sia veramente cambiato il dibattito pubblico su lavoro e diritti in Cina in questo ultimo anno? Se sì, come?

Il discorso pubblico è sicuramente cambiato. Se in passato i lavoratori finivano sui media cinesi e internazionali soprattutto nella veste di vittime, negli ultimi anni la retorica è cambiata notevolmente, con i lavoratori ritratti sempre più spesso come soggetti attivi e proattivi nel rivendicare i propri diritti.

Quello che resta da vedere è se a questo cambiamento nella retorica corrisponda un cambiamento nella realtà dei fatti. Anche le fonti ufficiali cinesi hanno riconosciuto che nel 2010 c’è stata un’anomalia nel numero degli scioperi in Cina, ma da questo a trarre delle conclusioni generali sulla consapevolezza e l’attivismo di un’intera generazione di giovani il passo non è poi così breve.

Inoltre, trovo che la retorica del risveglio dei lavoratori adottata dai media sia fuorviante e per alcuni versi ipocrita: sono anni che i lavoratori cinesi protestano e lottano per far sentire la loro voce. Se finora non li abbiamo sentiti, non è che eravamo noi quelli addormentati?

Il docu-film è una raccolta di ritratti dei giovani lavoratori cinesi, del loro quotidiano, dei loro grandi e piccoli sogni. Fra tutti, c’è una storia che l’ha colpita più degli altri?

Sì, sono due. La prima è quella sulla ragazza proveniente dal Sichuan che sorridendo racconta come all’inizio della sua vita da migrante le venisse spesso da piangere, senza riuscire lei stessa a capirne le ragioni. La seconda è sulla ragazza del Qinghai che spera di dare ai propri figli un’alternativa alla vita del migrante. La semplicità delle loro parole e dei loro sguardi, secondo me, dice molto di più di tanta retorica che si legge in giro.

Come è nata l’idea di realizzare un docu-film per dare un volto e una voce ai lavoratori cinesi di nuova generazione?

Tra lo sciopero della Honda, i suicidi alla Foxconn e tutta un’altra serie di proteste in impianti produttivi per lo più a capitale straniero, il 2010 è stato un anno “caldo” per la questione del lavoro in Cina. In quel periodo, l’opinione pubblica cinese e internazionale sembrava essersi resa conto per la prima volta che nella “fabbrica del mondo” era in atto un ricambio, con una nuova generazione nata negli anni Ottanta e Novanta che stava prendendo il posto dei genitori nelle catene di montaggio.

Molto è stato scritto su questi giovani, soprattutto a proposito di un presunto “risveglio dei diritti”. Con Tommaso Bonaventura e Tommaso Facchin abbiamo deciso di andare oltre la prospettiva del lavoro, cercando di capire chi sono questi giovani, quali sono i loro sogni, le loro speranze per il futuro, restituendo loro un minimo di individualità.

Dreamwork China (ita) from Cineresie on Vimeo.

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