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Minacce e sessismo: la difficilissima campagna elettorale delle candidate britanniche

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Insulti e minacce di morte: così le candidate britanniche sono costrette a fare campagna elettorale

Le candidate britanniche subiscono offese e minacce durante la campagna elettorale

Fare politica per una donna è sempre più difficile, soprattutto se ci troviamo nella Gran Bretagna pronta alla Brexit. In un lungo articolo del New York Times si racconta di come le donne candidate portino avanti le loro campagne elettorali con estrema difficoltà, alle prese con minacce e offese.

Le sedi in cui le candidate organizzano il lavoro della campagna elettorale sono anonime, il meno appariscenti possibile. Tanto che affissi alle finestre non ci sono nemmeno i poster della candidatura. All’ingresso sono state installate due telecamere di sorveglianza e il portone è stato recentemente rinforzato. “Sono precauzioni necessarie”, ha detto Rachel Reeves, candidata laburista che rappresenta un’area di Leeds in Parlamento dal 2010 e utilizza lo spazio come ufficio elettorale e come quartier generale della campagna.

Come spiega, le minacce di morte e le offese sui social media si sono moltiplicate negli ultimi tempi. Sui muri della città compaiono i graffiti in cui si chiede l’impiccagione dei candidati “traditori”. Tutto questo ha cambiato il suo modo di approcciarsi alla campagna elettorale e al modo di fare politica. È una nuova realtà, questa, con cui devono fare i conti le candidate.

Le donne in politica vengono travolte da abusi e minacce spesso intrise di misoginia. Per la candidata le cose sono cambiate molto da quando ha iniziato a fare politica: “Le persone sono molto più arrabbiate, c’è molta più polarizzazione, in particolare per quanto riguarda la Brexit”.

Le candidate parlano di una vera e propria cultura dell’intimidazione, che è diventata ormai la norma. I partiti laburista e conservatore si lanciano accuse reciproche e il paese ormai è stanco e in preda alla rabbia. Soprattutto, è diviso.

Se prima i candidati cercavano di essere il più visibili possibile, ora cercano invece di procedere con cautela. Ma non solo le donne, anche gli uomini sono presi di mira. Uno studio condotto durante le elezioni più recenti ha dimostrato che le candidate hanno ricevuto molti più insulti sui media, e ancora di più ne hanno ricevuti le donne nere.

Come fa notare il New York Times, in un sistema in cui le donne sono già sottorappresentate – con solo il 32 per cento della presenza in Parlamento – questa situazione non può che essere che recepita come molto preoccupante.

Addirittura le candidate sono così spaventate da pubblicare le foto degli eventi solo dopo che si sono verificati. Questa precauzione è stata fortemente suggerita dalla polizia subito dopo l’assassinio della deputata Jo Cox.

Jo Cox è stata uccisa nel 2016 perché deputata laburista. È stata uccisa da un uomo che urlava “Prima la Gran Bretagna” e “morte ai traditori”. Lei, invece, era fortemente impegnata in una campagna tutta volta a far sì che la Gran Bretagna non uscisse dall’Europa.

Nonostante l’atmosfera carica che si sta dirigendo verso la campagna, un numero record di donne – 1.124 dei 3.322 candidati registrati – corrono alle elezioni, ha riferito la BBC. Ma molti dicono che devono adattarsi a una nuova realtà in cui minacce e intimidazioni sono la norma.

“Penso che l’ambiente sia molto più tossico”, continua Reeves. Sei persone sono state recentemente condannate per reati penali per abusi e minacce dirette a Luciana Berger, ex candidata laburista e ora candidata con i liberaldemocratici.

La sorella minore di Cox, Kim Leadbetter, pensa che il dibattito attorno alla Brexit sia diventato sempre più al vetriolo negli anni successivi alla morte della sorella e ha paura che questo potrebbe essere dannoso per il processo democratico, tanto da scoraggiare giovani e soprattutto donne a fare politica.

“Quando Jo è stata assassinata, c’è stato un breve periodo in cui i politici hanno detto tutte le cose giuste su come la politica avrebbe dovuto fare un passo indietro”, ha detto. Il problema è che quel periodo è stato troppo breve. Oggi a dominare il dibattito siano solo rabbia, frustrazione e linguaggio violento.

Kim Leadbetter è ambasciatrice della Jo Cox Foundation e oggi è fermamente convinta che, sebbene la sorella fosse una accesa sostenitrice di un acceso dibattito, oggi “dobbiamo essere in grado di dissentire piacevolmente”.

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