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Addio a Bogaletch Gebre: è morta la femminista etiope che ha combattuto per porre fine all’infibulazione

Bogaletch Gebre, l'attivista per i diritti delle donne etiopi che ha combattuto per porre fine alle mutilazioni genitali femminili, è morta

Di Cristiana Mastronicola
Pubblicato il 21 Nov. 2019 alle 08:57 Aggiornato il 21 Nov. 2019 alle 12:41
Immagine di copertina
Bogaletch Gebre

È morta Bogaletch Gebre, la femminista etiope che si batteva contro le ingiustizie subite dalle donne africane

Bogaletch Gebre è morta, ma ha lasciato dietro di sé un patrimonio immenso. Boge – così era conosciuta l’attivista etiope – aveva 66 anni e si è fatta conoscere in tutto il mondo per la sua lotta strenua per i diritti delle donne nella sua terra.

Le battaglie in cui era schierata in prima linea erano quelle contro il dramma dell’infibulazione e quello delle spose bambine, passando per la piaga quotidiana della violenza domestica. Lei, vittima stessa dell’infibulazione quando aveva appena 12 anni, ha voluto spendere la sua vita per combattere questa e le altre ingiustizie.

A dare l’annuncio della sua scomparsa, avvenuta lo scorso 2 novembre a Los Angeles, è stata la a KMG Etiopia, l’organizzazione no profit che Boge aveva fondato più di venti anni fa per portare avanti le sue battaglie.

Era nata in un villaggio agricolo del distretto di Kembatta, in Etiopia, da una famiglia di contadini. Qui Bogaletch Gebre visse un’infanzia difficile, ma imparò subito che la l’ingiustizia si combatte con la conoscenza. Imparò a leggere da sola, di nascosto dal mondo, tanto che in un’intervista del 2013 all’Economist disse: “Mia madre mi ha aiutato, ma mio padre non lo ha mai saputo”. Riuscì a finire la scuola elementare mentre tutti gli altri erano costretti ad abbandonarla e vinse una borsa di studio che fu la sua “fortuna”.

Boge lasciò il suo paese d’origine e si trasferì ad Addis Abeba prima, in Israele poi. La giovane Bogaletch Gebre scelse la strada della scienza per salvarsi dal mondo che si lasciava alle spalle, ma che non dimenticava.

Quella stessa scienza le aprì le porte della sua nuova vita, quella fatta di studio e lotta insieme. Un altro successo per Boge arrivò con l’ammissione all’Università del Massachussets. Una volta negli Stati Uniti, Bogaletch Gebre riuscì a portare avanti anche un dottorato in epidemiologia all’Università della California. Senza mai finirlo, perché Boge tornò nella sua Etiopia.

Le ingiustizie subite da bambina non l’avevano mai abbandonata e così, una volta tornata nella sua terra, Boge decise di dar vita a una fondazione, la KMG. Ad unirsi a lei nella battaglia fu la sorella Fikirte. KMG è l’acronimo di Kembatti Mentti Gezzimma, ovvero: “Le donne di Kembatta combattono insieme”. Insieme. È così che Boge si proponeva di sconfiggere le ingiustizie delle donne: con l’aiuto delle donne.

KMG si impegnò a dar vita a un centro di salute per madri e bambini in difficoltà. Ma non solo: una scuola di formazione professionale fu il fiore all’occhiello del Kembatti Mentti Gezzimma, nata per dare la possibilità alle donne di imparare, lavorare ed emanciparsi.

KMG creò anche una biblioteca, un centro risorse per la comunità, una casa per il dialogo delle donne e un programma di prevenzione sull’Hiv e l’Aids: tutti strumenti di cui le donne – ma non solo – potevano servirsi per combattere le ingiustizie, dentro e fuori le mura domestiche.

La lotta contro l’infibulazione fu la battaglia più grande per Boge, che spesa la sua vita intera contro le mutilazioni genitali femminili. Una battaglia che Bogaletch Gebre, insieme alla sua ong e a tutte le donne coinvolte può dire di aver vinto. Se alla fine degli anni Novanta a subire le mutilazioni era il 100 per cento delle bambine, dieci anni dopo, nel 2008, si arrivò a sfiorare il 3 per cento, come conferma uno studio Unicef di quell’anno. Un successo enorme che si deve tutto all’energia spesa da Boge.

“Ho cominciato raccontando la mia storia e la storia di mia sorella. Le donne hanno cominciato a capire e piangevano, perché anche loro conoscevano qualcuna che era morta, perché le loro bambine erano morte, ma non si erano mai permesse, prima, di entrare direttamente in relazione con le cause”, raccontava Boge. L’attivista si è spenta troppo presto, ma quello che ha lasciato è un patrimonio prezioso per tutte le donne che vedranno la luce in Etiopia.