“Torturato da forze russe pro-Lukashenko in un campo di concentramento”: la denuncia di un attivista bielorusso a TPI

La testimonianza di un giovane attivista bielorusso a TPI: "Mi hanno infilato una bomba granata nelle mutande. Una ragazza è stata rasata e minacciata di essere buttata in una cella piena di uomini per essere stuprata. Ci picchiavano, puntando all’inguine e alle gambe, in modo che cadessimo. Chi cadeva veniva preso a calci finché non si rialzava. Erano forze speciali russe fedeli a Luhashenko"

Di Elisa Serafini
Pubblicato il 14 Ago. 2020 alle 10:29 Aggiornato il 14 Ago. 2020 alle 13:35
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Immagine di copertina

Piotr Markielau, l’attivista imprigionato in Bielorussia per aver organizzato una protesta pacifica contro Lukashenko, di cui avevamo raccontato la testimonianza attraverso le parole della sua collega Ksenia Tarasevich, è finalmente libero. Contattato da TPI, Piotr ha raccontato la sua esperienza in prigione. “Non ho avuto contatti con nessuno, neanche con il mio avvocato. Non sapevo quanto sarei rimasto imprigionato. Ma ad un mio amico è andata peggio”. È distrutto, si scusa e racconta che non ha dormito per 3 notti, la connessione internet va e viene.

“Vorrei parlarti di un mio collega attivista che è stato imprigionato e torturato. Siamo sconvolti. La sua storia merita anche più attenzione della mia”. Piotr mi mette quindi in contatto con un attivista giovanissimo, uno dei tanti ragazzi ad aver preso parte all’organizzazione delle proteste in strada contro Lukashenko. Non è il suo primo arresto, e in passato era stata riportata la notizia con il suo nome e cognome su diversi giornali. Ma questa volta vuole rimanere anonimo. Ha paura di ritorsioni sulla famiglia. È in stato di choc, pieno di lividi e ferite, ma invia a noi di TPI delle foto e la sua lunga testimonianza.

Tra le accuse che muove, c’è quella della presenza di forze armate russe nel territorio bielorusso. Si tratterebbe di gruppi “privati” e non di membri dell’esercito nazionale. Una voce che si sta diffondendo insistentemente su gruppi Telegram degli oppositori del regime. Abbiamo tradotto la sua testimonianza in italiano.

“Mi hanno preso tre uomini delle forze speciali del governo bielorusso. Mi hanno legato le mani dietro la schiena, mi hanno infilato una bomba granata nelle mutande e mi hanno detto che l’avrebbero fatta deflagrare, e che mi avrebbero inserito nel conto dei morti. Sono scappati e poi ritornati. Mi hanno picchiato e mi hanno spinto verso un camion. Mi è stato chiesto di trasportare il mio zaino con la bocca, per questo motivo mi si sono scheggiati i denti. Ogni volta che lo zaino cadeva venivo picchiato. Ti picchiavano tutto il tempo, senza sosta. Mi hanno messo su un camion, eravamo circa 20, sdraiati uno sull’altro. Continuavano a picchiarci, chi si lamentava subiva ancora più percosse. Un uomo ha detto ‘ho l’asma’, è stato avvicinato da uno dei soldati dell’unità speciale, gli ha messo lo stivale sulla gola, dicendogli: ‘Puoi anche morire, per quello che ci interessa’.

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Ad un certo punto mi hanno portato su un altro mezzo: c’erano poliziotti dentro e fuori. Mi hanno messo la faccia a terra e mi hanno picchiato con gli stivali per due o tre minuti. Le mie gambe si sono gonfiate. Mi hanno riportato sul primo mezzo. Non avevo il telefono o il passaporto. Ad alcuni sono stati sequestrati i telefoni, obbligando le persone a dare il codice. Se non dicevi il codice ti picchiavano. Un ragazzo non voleva darlo, i poliziotti lo hanno denudato e minacciato di violentarlo con i manganelli. Il ragazzo ha dato loro il codice e i poliziotti hanno iniziato a guardare sui suoi canali Telegram. C’erano anche delle ragazze giovani, sono state prese perché avevano assistito alla scena degli arresti. Una è stata rasata e minacciata di essere buttata in una cella piena di uomini per essere stuprata. Le donne sono state picchiate di meno, gli uomini ancora di più: contro il muro, con pugni, stivali, manganelli e fucili.

Siamo stati trasferiti in un centro di detenzione, buttati in un tunnel di 40 persone, 20 per lato, che ci picchiavano, puntando all’inguine e alle gambe, in modo che cadessimo. Chi cadeva veniva preso a calci finché non si rialzava. Credo che lì siamo stati gestiti da forze speciali russe. Parlavano con accento russo e ci dicevano ‘voi bielorussi’, come se loro non lo fossero. Ci dicevano: ‘Non ti piace il tuo Batska?’ (un soprannome di Lukashenko). Siamo stati portati su un altro mezzo, intanto continuavano a picchiarci con bastoni di metallo. La mia testa sanguinava, non me n’ero reso conto fin quando non ho visto le macchie sul muro su cui mi avevano sbattuto. Non riuscivo a muovermi e perdevo costantemente conoscenza. Ho rimesso, e mi usciva bava dalla bocca: hanno pensato che fossi drogato e mi hanno picchiato ancora di più.

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Un dottore ha detto che ero incosciente e hanno smesso di picchiarmi. Poi hanno separato le persone, chi ha partecipato all’organizzazione delle proteste veniva contrassegnato con una vernice rossa e portato via. Sentivo urla e gemiti terribili di persone, riecheggiavano in tutto il centro di detenzione. Si dice che si trattava di persone torturate. C’erano molti feriti nel centro di detenzione, con fratture, proiettili. Non c’erano abbastanza medici. Sono stato fortunato ad essere stato portato via in ambulanza. Questo è un campo di concentramento dove le persone vengono torturate. Questa è la verità”.

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