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Quei ragazzi che (grazie a Internet) possono svegliare la Bielorussia dalla dittatura dopo 30 anni

Di Elisa Serafini
Pubblicato il 20 Ago. 2020 alle 15:44
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Una ragazza partecipa alle proteste a Minsk contro il regime di Lukashenko. Credit: ANSA/ EPA/STR

Le rivolte in Bielorussia da parte degli oppositori del regime di Lukashenko hanno acceso i riflettori su un Paese di cui non si parla molto, pur trovandosi all’interno del continente europeo. Le situazioni di povertà, le torture e le violazioni dei diritti umani sono sempre esistite nella Bielorussia post-sovietica e hanno però un’origine storica precisa, fatta di scelte che hanno impattato sull’economia e sull’intero sviluppo del Paese.

Dopo il Putsch di Agosto – il tentato colpo di stato in Unione Sovietica nel 1991, che ne segnò la dissoluzione – alcuni Paesi, come l’Estonia, scelsero di abbracciare un’economia di mercato, e di sostenere la nascita di istituzioni democratiche. In Bielorussia, al contrario, proseguirono le politiche economiche socialiste tipiche dell’Unione Sovietica, nonostante una crescente inflazione e il collasso dei sistemi di pagamento, che stavano portando la Russia sull’orlo del tracollo economico.

I prezzi dei prodotti in Bielorussia sono ancora oggi controllati dello Stato (nonostante vi sia una crescente inflazione e un aumento generale dei prezzi, soprattutto di prodotti alimentari), così come la gestione di aziende, che – seppur private – devono lasciare spazio al Governo in alcune attività. Le “Republican Unitary Enterprises” (aziende interamente sotto il controllo pubblico) producono tutti i prodotti più strategici: dai fili elettrici agli esplosivi, passando per libri e riviste. Ottanta di queste sono registrate come monopoliste dagli stessi registri del Governo.

I dati economici mostrano uno scenario complesso, che può aver accelerato e incrementato le proteste popolari. Nonostante un piccolo “miracolo economico”, avvenuto tra il 2002 e il 2007, in seguito ad alcune riforme economico-politiche, il Paese vive ancora enormi difficoltà. Il Pil pro capite è pari a 6.630 dollari. Per dare un termine di paragone, quello della confinante Estonia è 23.660 collari, quello della Polonia 15.592.

Oltre i dati economici, vi sono i fenomeni sociali: le storie degli attivisti incarcerati e torturati sono nuove solo nella loro rappresentazione e le foto sui social nei primi anni 2000 non circolavano. La repressione dei dissidenti e le elezioni falsate sono fenomeni sempre esistiti, assumevano solo diverse forme di testimonianza. Le libertà civili sono ancora oggi limitate in ogni ambito, in particolare sui media e nella scuola, dove i docenti “dissidenti” rischiano di essere licenziati.

L’Indice di Sviluppo Umano, calcolato dalle Nazioni Unite, ha mostrato un miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini bielorussi, ma molti indicatori, come la mortalità infantile, l’aspettativa di vita o la mortalità degli adulti presentano valori assai più bassi di tutti i paesi confinanti e di molti paesi in via di sviluppo. C’è invece un indicatore che ha mostrato una forte miglioramento ed è quello della percentuale di popolazione con accesso a Internet: era il 32% nel 2011 e oggi è al 79%.

Proprio l’accesso all’informazione non controllata del regime potrebbe aver condizionato e in qualche modo favorito la riuscita delle proteste. L’accesso a internet si collega infatti ad alcuni importanti dati demografici: i giovani tra 15 e 35 anni rappresentano una coorte demografica molto importante nel Paese e si stima che nel 2035 diventeranno il gruppo più numeroso in percentuale rispetto all’intera popolazione. I giovani della Bielorussia oggi hanno accesso a Internet, vivono nelle città (la popolazione urbana è circa l’80%), conoscono e studiano la democrazia e i suoi valori, sanno che qualcuno può ascoltarli.

Un contesto di repressione sociale, disagio economico e al tempo stesso apertura alle informazioni esterne rappresenta un insieme di elementi potenzialmente esplosivi per la tenuta del regime di Lukashenko, che oggi si ritrova di fronte alla più forte presa di posizione da parte dell’Unione europea, che non ha riconosciuto l’esito delle recenti elezioni e ha stanziato 53 milioni di euro per il sostegno a media indipendenti, forze di opposizione, sanità e società civile.

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