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Le storie dei bambini palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane al tempo del Covid

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Ogni anno, tra i 500 e i 700 bambini palestinesi vengono imprigionati e processati dal sistema giudiziario militare israeliano. L’accusa più comune è il lancio di pietre, per il quale la pena massima è di 20 anni. Attualmente, più di 190 bambini palestinesi sono in detenzione nelle carceri israeliane, la maggior parte dei quali sono in detenzione preventiva senza essere stati condannati per alcun reato. Questo nonostante le richieste delle Nazioni Unite di liberarli prima che si diffonda il Coronavirus.

A raccontarlo è il rapporto di Save The Children che riporta le incredibili storie di alcuni bambini palestinesi alle prese con la detenzione anche durante la pandemia di Coronavirus. Questi bambini, quasi tutti minori, vivono in condizioni orribili, in celle sovraffollate, pochi prodotti sanitari disponibili e quasi nessun accesso all’assistenza medica.

Secondo il Servizio penitenziario israeliano, alla fine di marzo, sono 194 i bambini palestinesi detenuti dalle autorità israeliane nelle carceri e nei centri di detenzione, principalmente in Israele. Secondo le organizzazioni umanitarie, questo sarebbe un dato superiore al numero medio mensile di bambini detenuti nel 2019. La stragrande maggioranza di questi bambini non è stata condannata per dei reati ma è detenuta in stato di detenzione preventiva. A complicare la situazione è il fatto che dall’inizio della crisi Covid-19 in Israele i procedimenti giudiziari sono sospesi, quasi tutte le visite in carcere sono annullate e ai bambini viene negato l’incontro con le loro famiglie e i loro avvocati. Ciò crea ulteriori difficoltà, sofferenze psicologiche impedendo al bambino di ricevere la consulenza legale cui ha diritto.

Loai, 18 anni, è stato rilasciato alla fine di aprile 2020 dopo tre mesi di prigione. Aveva 17 anni quando fu incarcerato e ha condiviso la sua cella con altri cinque minori. Quando è iniziata la pandemia di Coronavirus, dice che i ragazzi non sono stati informati: “Non ci è stato detto nulla su come proteggerci dal Coronavirus, ad esempio su come è importante lavarci le mani”. Ma le regole della prigione sono cambiate: “Ora i minori possono uscire solo un’ora al giorno. Durante la mia detenzione, le guardie carcerarie hanno disinfettato le strutture solo due volte, tra cui le docce, le scale e il corridoio, ma non le nostre celle, nemmeno una volta. Ci hanno dato una bottiglia di disinfettante che è durata circa 15 giorni e poi quando è finito non ci hanno dato più nulla”, racconta Loai ai volontari di Save The Children.

Alaa, 17 anni, fa eco a Loai ed Heba quando ricorda i suoi sei mesi di prigione: “Abbiamo cercato di pulire e disinfettare il posto ogni giorno, ma poi le guardie entravano nelle nostre stanze con i loro sporchi stivali e con i cani circa cinque volte al giorno. Le telefonate ai miei genitori non erano consentite. Ero davvero frustrato e avevo un disperato bisogno di contattare mia mamma, mio papà e i miei fratelli”.

I ragazzi palestinesi detenuti nelle carceri israeliane stanno sopportando quelle condizioni contro cui gli esperti sanitari hanno messo in guardia nella lotta contro il Coronavirus. Oltre a presentare un enorme rischio per la loro salute e potenzialmente minare gli sforzi per contenere la diffusione del virus, questi minori sono bloccati in un limbo, tagliati fuori dalle loro famiglie, ignari di ciò che il futuro riserverà loro.

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